13 aprile 2008

La borsetta rossa


Claudia era gelosissima. Lo era da sempre. Fin dal primo giorno in cui ci incontrammo. Io temevo le sue scenate più d’ogni altra cosa, perché erano tempeste imprevedibili che gli scoppiavano dentro senza alcun preavviso, per il minimo sospetto. Gli scoppiavano dentro ma irrompevano subito fuori. Su di me. Era capace di mettermi un piatto di spaghetti come cappello nel bel mezzo di una cena al ristorante, oppure prendermi a calci e sputi in un affollatissimo ascensore o ancora insultarmi con urla forsennate sul posto di lavoro. Ed io lavoro in una biblioteca… Inoltre, mi vergogno a confessarlo, ma la mia era persino una paura fisica, perché Claudia picchiava e picchiava duro, dopo anni di arti marziali e un’adolescenza da maschiaccio. Anche per questo, a dire il vero, non l’avevo mai tradita. Ma ormai debbo disgraziatamente usare l’imperfetto. Quella mattina mi svegliai con il cuore in gola. Come avevo potuto dormire? Avevo il fiato corto e le mani tremanti come foglie d’autunno un attimo prima di cadere. Non avrei dovuto farlo, non ero all'altezza, sarebbe successa una tragedia, io stesso mi sarei tradito. All'alba Giulia si era rivestita di fretta e se n’era andata, lasciandomi inerme e colpevole, con un fugace bacino sulla fronte. Se n’era andata ma al mio risveglio nella stanza c’era ancora il suo profumo misto al dolciastro e penetrante odore del nostro amplesso. L’avrebbe sentito anche Claudia. Mi alzai di scatto e raccolsi dentro ad un lenzuolo tutti i possibili indizi che mi avrebbero potuto incastrare: il cuscino pregno del suo “parfum fatal”, la mia camicia sporca di rossetto, il pacchetto vuoto delle sue sigarette ed i mozziconi con l’impronta delle sue labbra rosso fuoco. Spalancai le finestre, spruzzai un’abbondante dose di deodorante per la casa, ricomposi il letto e mi diedi da fare a lavare il pavimento. Io stesso mi sottoposi ad una lunga doccia, insaponandomi a più non posso ovunque con abbondanti manate di bagno schiuma al pino silvestre. Finalmente, lavato tutto e tutto lavato, potei fumarmi una sigaretta cercando di riconquistare una certa calma e razionalità. Mi guardai attorno, minuziosamente, centimetro per centimetro. Perfetto. Ottimo lavoro. Di lei, di noi, non c’era più alcuna traccia. Ma c’era voluta quasi tutta la mattinata. Squillò il telefono ed io lo lasciai trillare non so quante volte poi risposi. Era Claudia: «Sono al negozio di Eli, arrivo da te». «Si, ti aspettavo… cioè ti aspetto…amore», avevo cercato un tono di voce limpido ma mi accorsi quanto mi uscì incerta nel pronunciare l’ultima parola, quasi roca. «Cosa ti è successo? » Replicò lei nello stesso istante «Niente…nulla… ti aspetto, ciao». Ribassai la cornetta restando qualche istante in apnea. Cercavo di confortarmi, rassicurarmi, eppure dentro trattenevo una indicibile disperazione. Di lì a mezz'ora sarebbe arrivata, in meno di cinque minuti avrebbe capito tutto e… Perché? Perché proprio con la sua migliore amica? Non bastavano due bicchieri in più ed un party per giustificare una simile follia. La mezz'ora volò.
Mentre rimuginavo nevroticamente, squillò il campanello. Incerto sulle gambe e con un viso bianco cadaverico, che intravidi appena in uno specchio dell’ingresso, andai ad aprire la porta. Era Claudia, naturalmente. Come al solito era stracarica di buste e pacchetti. Shopping, il suo hobby.

«Come mai così presto?» «Ma che dici!? Fai ironia? Sono in ritardo di almeno un’ora». «Un’ora?»
«Ma che hai?» Niente. No, non risposi niente, proprio non risposi. Pietrificato. Ebete. Lei mi scostò ed entrò appoggiando subito qua e là quanto la ingombrava, si buttò sul divano e si tolse le scarpe.
«Hai proprio una brutta cera, che ti succede, sei…sei…» mi aveva puntato e mi scrutava il volto come ad un cm dalla verità. «Ho mal di stomaco… ho dormito poco» in verità a me stesso sembrava che balbettassi e le mie parole suonavano insopportabilmente false. «Amore, ma tu stai male. Ti sei misurato la febbre? Hai certe occhiaie…» ora era premurosa e preoccupata e la sua dolcezza mi spiazzava facendomi sentire un verme schifoso, questo però rendeva il mio aspetto ancora più dimesso e la mia espressione credibilmente sofferente. «Si, si, sto malissimo, ora mi prendo subito una… una… borsa» «Una borsa?!», squittì Claudia alzandosi di scatto dal divano. Avevo detto borsa. Avevo detto borsa maledizione. A meno di 20 cm da lei infatti, tra il divano e il muro, avevo visto spuntare i manici di una borsetta rossa, la borsetta che aveva con sé Giulia la sera prima. Ma come diavolo aveva fatto a sfuggirmi? E lei, Giulia, doveva avere ancora addosso la sbornia per essersela dimenticata lì. Ma d’altra parte se ne era andata sconvolta dal rimorso e confusa, non meno di me. «Certo… la borsa dell’acqua calda… ho i brividi di freddo!» aggiustai con una sagacia ed una freddezza che non avrei mai sospettato di avere. «Ah», ora Claudia sembrava subito rapita da altri pensieri, «ah, ti ricordi di quel nuovo negozio in via Melfi?» «Ssssi, sssi», dovevo subito afferrare quella dannata borsetta prima che girandosi la potesse vedere. «Oh che cosa vedo, guarda che razza di macchia di muffa su quel muro» e gli indicai dall'altra parte, sul soffitto, una provvidenziale traccia di umidità. Appena si voltò, fui un ghepardo, con un balzo mi allungai, feci un passo lungo due metri, gettai il braccio e pescai al volo la prova del delitto, poi con una piroetta su me stesso la gettai fuori dalla finestra, il tutto in un movimento unico e repentino. «Cosa hai fatto?», Claudia si era voltata di scatto, ma io ero stato più rapido di lei e lo sapevo:
«Un brivido, un brivido mi ha scosso, meglio che mi corichi a letto» «Senti… dicevo… sono stata in quel negozio e ho comprato… indovina un po’?» «Le scarpette rosse che ti piacevano da impazzire?» «No, la borsetta da abbinargli» «Rossa?» «Rossa» Io rabbrividii scosso, stavolta davvero, da un funesto presentimento. «Adesso te la faccio vedere», disse lei guardandosi intorno e cercandola con gli occhi «era qui sullo schienale del divano, ne sono certa…» Non poteva che essere così: per beffardo e crudele gioco del destino Claudia aveva appena comprato una borsetta rossa identica a quella di Giulia, ed io l’avevo appena gettata dalla finestra.
«Dov'è finita? Era qui, era qui…» Claudia cominciava ad agitarsi ed io con lei. La finestra era tre piani sopra alla portineria. Dovevo rintracciare subito il portinaio e chiedergli di guardare tra la siepe di pitosforo e l’aiuola, o magari più in là nel vialetto o… peggio tra le macchine parcheggiate. Da giù sentii proprio un’auto che usciva dal cortile del palazzo, mi immaginai persino che avesse la borsetta rossa appoggiata sul tettuccio. Ora sentivo davvero la febbre, le mani mi tremavano e l’ansia mi aveva letteralmente paralizzato, quando trillò il campanello. «Vado io, vado io» quasi lo gridai precipitandomi alla porta mentre Claudia neppure mi rispose impegnata a rovistare ovunque. Aprii e mi ritrovai davanti Arturo, il portinaio, con la borsetta in mano. Gliela strappai dalle mani e lo licenziai all'istante facendogli parecchie strizzate d’occhio «Grazie, grazie, ci è caduta… grazie… vada, dopo semmai… vada». Respirai profondo e mi voltai verso Claudia. Era china con il sedere in alto e la testa e persino le spalle infilate sotto un mobiletto bar vicino al divano, frugava ancora e non si era accorta di niente. Adesso dovevo semplicemente concludere. «Tatatan! Trovata», feci trionfante oscillando la borsetta. Lei da lì sotto si voltò, mi guardò lanciandomi un’occhiata severa e fece altrettanto, ma glaciale: «Tatatan! L’ho trovata anch'io» e tirò fuori una borsetta anche lei. Era più piccola, in pelle tinta e lucida, parecchio diversa ma rossa. Rosso sangue. «Adesso prova a spiegarmi…» disse fredda e determinata, con quel tono che precedeva le peggiori tempeste. «Certo, ora ti spiego tutto» provai a guadagnare tempo mentre mi lasciavo cadere sul divano. «Mi spiegherai proprio tutto?» ruggì Claudia ormai rossa come la borsa. «Tutto, tutto, vedi… » balbettavo e sudavo passandomi disperato sulla fronte un fazzoletto che avevo preso dal taschino della giacca da camera. «Vedo, vedo» ed io vedevo mutare la sua espressione in qualcosa di ancora più feroce.
Fu a quel punto che m’accorsi che quel fazzoletto, con il quale tamponavo il sudore che mi colava sempre più copioso, altro non era che il perizoma in pizzo bianco di Giulia.


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fotografia: Ariadna Majewska

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