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30 giugno 2008

Photography



Un acquazzone estivo aveva scaricato sulla città una pioggia torrenziale. La temperatura dell'aria era scemata di qualche grado producendo un salutare refrigerio. Avevo abbandonato la clinica poco dopo le dieci in compagnia di Lilly lasciando alle mie spalle ansie e preoccupazioni.
Trovare da parcheggiare l'auto nelle vicinanze di Piazza Garibaldi fu una impresa ardua. Dopo tanto girovagare trovammo uno spazio libero in prossimità del Teatro Regio. Messo piede a terra c'incamminammo verso la piazza. Ai piedi calzavo un paio di sandali con strisce di cuoio nere, allacciate intorno alla caviglia. Un tipo di calzatura comodo per camminare, ma poco adatto a proteggermi dagli spruzzi d'acqua che sollevavo ogniqualvolta mettevo un piede in fallo su una delle pozzanghere che occupavano i marciapiedi.
Attraversammo Piazza della Steccata, a quell'ora deserta, guardate a vista dalla statua del Parmigianino che faceva da sentinella ai negozi che si affacciano sul piazzale.
- Ci sarà gente in piazza stasera? - disse Lilly mentre attraversavamo il vicolo che dalla piazzetta della Steccata conduce a Piazza Garibaldi.
- E perché no? Mica se ne staranno tutti rinchiusi dentro casa a guardare in TV la partita di calcio dell'Italia. E poi a quest'ora la partita di pallone sarà già terminata, non credi?
Le vetrine degli articoli di pelle della Alexander Nicolette attirarono la nostra attenzione. Fissammo lo sguardo sulle scarpe in esposizione e rimanemmo sconcertate dai prezzi proibitivi, perlomeno per le nostre tasche da infermiere. Tutt'e due avevamo scarse probabilità di riuscire ad acquistare uno solo degli oggetti esposti. Girato l'angolo ci ritrovammo all'interno di Piazza Garibaldi. Le lancette dell'orologio del Palazzo del Governatore segnavano le dieci e trenta. A nostra disposizione avevamo il resto della serata per divertirci.
I tavolini dinanzi alle caffetterie che si affacciano nella piazza erano stipati di gente. Non c'era un solo tavolo libero.
Vagabondammo per la piazza confidando nel fatto che prima o poi un tavolo si sarebbe liberato, attente ad incrociare lo sguardo di qualche conoscente per andare a sedere accanto a lui.
- A quanto pare questa non è sera giusta, eh! - sentenziò Lilly. - Che ne pensi se entriamo al Caffè Orientale e ci prendiamo un sorbetto?
- Sì, dai, mica possiamo passeggiare tutta la sera intorno alla statua di Garibaldi nell'attesa che si liberi un posto a sedere. Va bene, dai, andiamo.
C'infilammo in uno dei corridoi che tengono separate le fila dei tavolini per raggiungere il Caffè Orientale. Una voce femminile attirò l'attenzione della mia amica.
- Lilly... Lilly...
Ci girammo tutte e due nella direzione da cui proveniva la voce. Una donna si alzò dal posto che occupava attorno un tavolo. Per farsi riconoscere prese a sbracciarsi in segno di saluto.
- Ciao... - ribatté Lilly, alzando anch'essa il braccio.
La sua amica indossava un abito bianco, di maglia a rete piuttosto larga, che ne lasciava intravedere la pelle nuda. Fui imbarazzata nel costatare che non indossava né reggiseno né tanto meno le mutandine. La gente tutt'intorno la osservava con aria perplessa quasi certamente malignando sulla mise, scambiando giudizi malevoli sottovoce.
- Dai vieni qui, al mio tavolo c'è posto. - disse, indicando il tavolo davanti a lei.
- Non sono sola, ho un'amica. - rispose Lilly
- C'è posto per entrambe, sono sola anch'io. Venite!


Circondata da una moltitudine di persone sentivo addosso i loro occhi ed ero imbarazzata. Facendoci largo fra i tavoli raggiungemmo il tavolo.

- Ciao Betty, ti presento Erika. E' una mia collega di lavoro. - spiegò all'amica.
La donna si sporse verso di me. Ci scambiammo dei convenevoli baci sulle guance stando in piedi.
- Accomodatevi. - soggiunse, indicando le sedie libere attorno al tavolo.
- Non vorremmo disturbare, magari aspetti qualcuno. - precisai.
- Ma no... dai, sedetevi.
Ci accomodammo al tavolo, compiaciute di avere trovato un posto a sedere. Vista da vicino Betty era davvero una splendida donna. Il suo corpo era affascinante e possedeva un modo d'esprimersi modo raffinato.
- Allora ragazze che ci fate qua?
- Siamo appena uscite dal lavoro e vorremmo assaggiare una granita prima d'andare a nanna.
- Chiamo il cameriere allora, vi va?
- Sì certo, risposi io.
Ci ritrovammo a consumare tutte e tre una granita al limone. Betty e Lilly incominciarono a conversare fra loro scambiandosi pettegolezzi sulle amicizie che avevano in comune. Io invece non riuscivo a fare a meno di distogliere gli occhi dalla mia nuova amica. Le tette non molto grosse, ma ben modellate, sporgevano dall'intreccio forato del vestito. L'estremità dei capezzoli, apparentemente turgidi, sembravano volere trapassare la maglia che li conteneva. Mi persi a guardare i movimenti delle labbra carnose che socchiudeva di continuo nell'aspirare il liquido ghiacciato con la cannuccia, come se volesse adescare qualcuno.
Avrei voluto assaporare la sua bocca, mischiando le labbra alle sue in un tenero bacio. Magari accarezzarle la pelle dorata che bene si accompagnava ai capelli di castano chiaro, che le giungevano fino sulle spalle e le conferivano un aspetto signorile.
Restammo a conversare a lungo, fintanto che nei bicchieri rimase un sola lacrima d'acqua e limone.
- Betty di mestiere fa la fotografa di moda. - m'informò Lilly.
- Ah, bene. - dissi. - Chissà quante persone dello spettacolo conoscerai allora.
- Non molta, preferisco lavorare con modelle sconosciute. Sì, insomma, con donne che non sono delle professioniste. Le trovo più spontanee e seducenti.
- Anch'io ho posato per lei. - soggiunse Lilly.
- Ti piacerebbe posare per me? - disse volgendo lo sguardo nella mia direzione.
- Chi... io?
- Sì, proprio tu.
La proposta mi mise in imbarazzo. Sentivo su di me gli occhi indiscreti della gente tutt'intorno che per tutto il tempo in cui mi ero stata seduta non avevano smesso un solo istante di guardarci e spettegolare. Tergiversai nel dare risposta e riportai il discorso sugli abiti e la moda femminile.
A mezzanotte abbandonammo la piazza. Quando Betty si alzò dalla sedia, mostrando per intero le sue nudità, mi vergognai d'essere in sua compagnia. Lei proseguì per Strada della Repubblica, noi riprendemmo la direzione del Teatro Regio dove avevamo lasciato l'automobile.
- Veste in maniera così eccentrica tutte le sere? - dissi appena fui sola con Lilly.
- Sì, apparentemente è strana, ma non è come sembra.
- Sentivo gli occhi della gente su di noi. Che vergogna, chissà che opinione si saranno fatti di me.
- Ma no... dai, qui in piazza la conoscono tutti ormai. E' cosa risaputa che non indossa le mutandine e fa di tutto per mettere in mostra le nudità del corpo.
- E' sposata?
- Lo è stata.
- Ah...

Continuammo a parlare di Betty durante il tragitto che ci separava dall'autovettura. Ero curiosa di sapere quanto più possibile delle sue abitudini di vita, ma da Lilly non appresi più di quanto mi aveva già rivelato. Dopo averla accompagnata al parcheggio dell'ospedale, dove aveva sistemato la sua Fiat Punto, proseguii fino casa.
Stavo per andare sotto la doccia per rinfrescarmi, prima di coricarmi sotto le lenzuola, quando il cellulare cominciò a trillare. Levai dalla borsetta l'apparecchio, ma prima di rispondere verificai il numero telefonico che appariva sul display. Non apparteneva a nessuna delle persone della rubrica. Esitai prima di rispondere.
- Pronto. - dissi, timorosa.
- Ciao. sono io, Betty.
- Betty? Ma come hai avuto il mio numero.
- Ho telefonato a Lilly. Me lo ha fornito lei.
- Ah!
- Volevo augurati la buonanotte, mi ha fatto piacere conoscerti.
- Ha fatto piacere anche a me.
- Ciao, sogni d'oro.
- Ciao. La settimana seguente Betty tornò a farsi viva. A più riprese m'invitò a posare nel suo studio fotografico. Il modo e l'insistenza con cui aveva portato avanti le sue avance mi mise a disagio. Non riuscivo a capirne la ragione, eppure desideravo scoparmela, ma ne avevo timore. Infine dopo tanto insistere mi arresi e accettai l'invito.
La villa dove abitava era situata in Via Solferino, nei pressi della Cittadella. Una vasta area verde con una grande numero di alberi ad alto fusto circondava la palazzina in stile liberty.
- Mi fa piacere averti qui. - disse venendomi incontro sulla soglia di casa.
- Sono curiosa di vederti al lavoro. - risposi, ma non era vero. Ero lì per lei e delle foto non m'importava granché.
- Vieni andiamo nello studio, non vedo l'ora d'iniziare a lavorare su di te.
Il locale destinato a luogo di lavoro consisteva in un salone molto ampio. Tele di varie dimensioni e dai diversi colori erano sospese al soffitto in prossimità dei muri. Un divano in tessuto rosso porpora si trovava a ridosso di una parete ed era circondato da cavalletti che servivano a sostenere dei faretti ad alette e degli spot.
- Non sono mai stata in uno studio fotografico. Di solito se ho bisogno di una foto vado al fotobox.
- C'è sempre una prima volta, non credi.
Il modo con cui aveva pronunciato quella frase era pieno di allusioni, a conferma di quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Accese le luci dei faretti e d'incanto il divano si trovò al centro di più fasci luminosi.
- Che faccio? Mi siedo sul divano? - dissi.
- Se vuoi.
Betty mi aveva accolto sulla porta di casa con indosso un sari indiano. Aveva l'aria d'essere una donna diversa da quella fiera e insolente che avevo conosciuto al tavolo di Piazza Garibaldi. Andai a sedermi sul divano aspettando un suo cenno per assumere le pose che desiderava assumessi.
Betty cominciò a girarmi d'intorno stringendo nella mano una fotocamera reflex, saggiando diverse inquadrature, poi m'indicò un armadio.
- Dovresti indossare una di quelle vesti. - disse indicando l'appendiabiti. Mi avvicinai al mobile e tirai fuori uno dei vestiti.
- Va bene questo? - dissi indicando un abito di seta con dei fiorellini.
- Si, penso sia adatto a te.
Sciolsi i capelli e mi liberai di jeans e maglietta. Restai con indosso il reggiseno e le mutandine. Stavo per indossare l'abito di seta, ma Betty me lo impedì.
- Togli tutto, anche l'intimo. Quest'abito va indossato senza null'altro addosso.
- Dici?
- Sì.
Sganciai il fermaglio del reggiseno e lasciai cadere le spalline in avanti liberando le tette dall'involucro che le conteneva. Abbassai le mutandine fino sotto le caviglie. Betty mi stava accanto e mostrava molto interesse per me.
- Hai un bellissimo corpo.
- Lo so. - assentii.
Betty allungò una mano sulla sommità di una tetta. Prese a sfiorare il capezzolo fino a farmelo inturgidire. Un fremito attraversò il mio corpo. Subito dopo si liberò del sari e me la ritrovai nuda fra le braccia.
Cominciò a carezzarmi le ondulazioni dei capelli, mi strinse nelle mani il viso e avvicinò la bocca alla mia. Cedetti alle sue lusinghe e contraccambiai le movenze della lingua che trovò un facile varco fra le mie labbra. Avevo i seni gonfi e il cuore che mi usciva dal petto. Betty insinuò le dita fra le pieghe delle mie cosce tastandomi la passera. Mi aggrappai ai suoi seni e le strinsi i capezzoli che avevo desiderato toccare dalla prima sera in cui l'avevo conosciuta.
Erano turgidi e sembravano compatti fra le mie dita. Prese a toccarmi la passera sfregando con le dita le labbra umide. Godevo! Godevo! Godevo! come una pazza.
- Vieni...
Mi prese la mano e mi trascinò su di un morbido giaciglio. Dietro un suo comando una sequela di faretti illuminarono il centro della scena. Betty si gettò su di me e mi trovai prigioniera delle sue braccia con la bocca a contatto della sua fica. Cominciai a leccarla. Passare la lingua sopra la passera mandò in estasi la mia compagna che iniziò a mugolare di piacere. Prese a toccarsi il clitoride. Allontanai la sua mano e inglobai la sporgenza erettile fra le labbra, poi cominciai a spompinarla.
Il clitoride era piuttosto sviluppato. Non mi era mai capitato di stringere un coso di quelle dimensioni fra le labbra. Desideravo farla venire e mi dannai l'anima nel succhiarlo.
Betty gemeva e pareva insaziabile, posseduta com'era dal desiderio di godere, ma nonostante l'impegno profuso non riuscii a condurla sino all'orgasmo. Si divincolò e mi rovesciò con la schiena sul giaciglio, poi cominciò a succhiarmi le tette impastandole di saliva, finendo per leccarmi i capezzoli. M'infilò due dita nella fica e incominciò a scoparmi. Ebbi un orgasmo e subito dopo una altro ancora, poi quando riprese a leccarmela raggiunsi il paradiso. Indugiammo sul letto per il resto del pomeriggio senza che scattasse una sola fotografia, almeno cosi mi era parso. Dopo quell'incontro non ebbi altre occasioni per rivederla e nemmeno lei si fece più sentire al telefono. Qualche mese più tardi, all'inizio della stagione autunnale, Lilly m'invitò a una mostra fotografica dietro sollecitazione di Betty.
- Mi fa piacere che siate entrambe presenti. - disse accogliendoci all'ingresso del salone dell'esposizione. - Accomodatevi al buffet, fate come se foste a casa vostra. Vi raggiungo al più presto.

Lasciammo la nostra ospite di cui avevamo ammirato l’eleganza dell'abito, sotto cui s’intravedeva la nudità del corpo, e andammo a gustare qualche pasticcino prima di visionare le opere esposte.
- Non te l'ho mai detto, ma Betty è frigida. - mormorò Lilly.
- Ma va... non ci credo. - risposi.
- Ti dico di sì, credimi. Per quale ragione pensi vada in giro a mostrare le sue nudità? E' l'unico modo che ha per sentirsi desiderata. E' incapace d'avere un orgasmo.
- Questo non vuole dire che sia frigida.
- Ti dico di sì... credi a me.
Dopo avere sorseggiato un Campari e gustato qualche stuzzico andammo a guardare le fotografie esposte nelle stanze.
Le immagini erano dei collage di parti di corpi femminili, in diverse tonalità di bianco e nero, in cui risultava difficile individuare le sembianze ed i volti delle modelle. Fotografie ricche di particolari anatomici e rotondità di corpi deformati da lenti supergrandangolo occupavano le pareti. Le immagini erano stupende. Rimasi stupita dalla bellezza che sprigionavano i corpi fotografati da una grande professionista.
- Davvero belle queste immagini, non credi.
- Sì, certo.
- Magnifici questi particolari di nudi.
- Sì.
Mi soffermai a guardare le natiche di una delle donne ritratte. Sopra il gluteo di una delle ragazze c'era tatuata una farfallina e la lettera E, come l'iniziale del mio nome. Quella donna ero io.



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fotografia: Makuraphoto