
Uscendo dalla ferramenta del paese mi scontrai, proprio prima della tendina in plastica dell'ingresso, con gli occhi di Irene, con il suo portamento, con il suo odore... e la sua aria di sfida stampata sul volto. Scostai quei fastidiosi fili di perline per farla passare. Lei, senza neanche guardarmi, entrò decisa strusciando appositamente il suo corpo sulla mia mano. Da quel giorno non vi fu più un angolo di pace in paese. Venni a sapere poi, sempre da Costantino il proprietario della ferramenta, che suoi occhi mi davano caccia già da parecchio. Non so nemmeno come fu che lei gli chiese conto di me. Tanto sta che, in estrema confidenza, mi spifferò quello che doveva rimanere un segreto tra i due. Tale situazione, dopo avermi smosso i nervi, iniziò anche a smuovere la curiosità in quanto, superato il fatto di per sé (ed avendo stabilito che non potevo interpretare tale atteggiamento come provocatorio) la signora Irene, sposata con due figli, sicuramente non più giovane ma fisicamente ancora molto prestante, era davvero una gran bella donna. Longilinea, intelligente, educata e sempre ben vestita. La conoscevo di vista solo perché mia cugina Chiara, sparlando (come suo carattere) del più e del meno una domenica, vedendola uscire dalla messa, mi raccontò che quella signora andava spesso nella sua merceria a far spese, specialmente a comprare lingerie raffinata... per lei era ovvio che poi andasse a confessarsi!!! Dopo un poco di tempo queste costanti coincidenze, si fecero pressanti.
Capitava che per il quartiere ci si incontrasse di sfuggita svariate volte la settimana ed, in ognuna, mi scoprivo sempre di più interessato a quella sfacciata attenzione che mi riservava e che aveva il potere di condurre i miei pensieri in alcove inimmaginate… luoghi creati ad arte per soddisfare l’onirica vanità di preda desiderata… braccata. Me la vidi sin anche nei pressi del tennis dove almeno il sabato sera andavo a scaricare un po' di tensioni. Poi, un giorno d'autunno la intravidi, da sola, sulla panchina dei giardini pubblici… stava massaggiandosi le caviglie, forse doloranti per via dei tacchi che era solita indossare… o forse solo per aggiustarsi la riga delle calze. Sta di fatto che quell'anima apparentemente sorniona, non appena si accorse della mia presenza, rimarcò quelle movenze caricandole di una non velata sensualità provocando in me un repentino quanto ragguardevole groppo, difficile da deglutire dinanzi a certe incoraggianti stimolazioni. Dalla sua panchina arrivavano occhiate e piccoli mugolati lamenti, quasi una indiretta ricerca d'aiuto, d'attenzione sicuramente... non smetteva di massaggiarsi quelle splendide caviglie, che sapeva di possedere, chinandosi ripetutamente in avanti… lasciando poi che una idea di gonna si ritirasse come esperto sipario… caviglie sottili, polpacci tonici… la sua mano carezzevole pareva essere voce piena di un cicerone nell'intento di elogiare le bellezze naturali di quella splendida riserva naturale.
Gambe appena tornite che andavano a perdersi in un paio di décolleté dal tacco molto sfilato… anch'esse oggetto di mostra… le caviglie roteavano apposite quasi per illustrare il prodotto… la voluta mossa di una stanchezza falsamente evidenziata andava a mescolarsi con il gioco di sguardi che s’era venuto a creare. Mi trovai preso all'amo e per quanto psicologicamente mi divincolassi non riuscivo a liberarmi da quelle attenzioni… non volevo!! Il sangue pulsava sbuffando affannosamente come una pentola a pressione... ogni muscolo era in allerta, così come i cinque sensi tutti tesi sull'obiettivo… Irene! Capii che era padrona di quel gioco sottilmente erotico e provocatorio, e che il filo che lo manteneva in vita era sottile assai… un limite impalpabile. Nel modo più assoluto, avrei rischiato di perderlo. D'improvviso, la vidi sollevarsi e senza destare segno d'alcuno fastidio, scomparì con passo determinato e veloce. Restai a guardare quelle caviglie cercando di scorgere un cenno di tentennamento... nulla!
Continuammo per mesi in una sorta d’improvvisate, involontarie, “caccia al tesoro” attraverso i luoghi più disparati della città e le situazioni della vita quotidiana. Lei non andava mai oltre l'appostamento... io evitavo di braccarla per non trovarmi braccato. C'era sempre il fatto che lei era sposata e quindi sconveniente ogni mossa "pubblica" ma anche quando ci incontravamo e lei stava con i figli, non perdeva occasione per lanciare un cenno sottile, un invito velato... uno sciabordare di ciglia. Aveva la capacità d’assalirmi con la sua prorompente sensualità sempre nel momento meno prevedibile, nei posti più impensabili... cosicché, senza accorgermene, quell'iniziale gioco si era dichiaratamente tramutato in una vera e propria battuta di “caccia" ed io oramai ne ero la preda... consapevole... alla fine quasi onorato d'esserlo! Conosceva i miei spostamenti, i miei impegni settimanali… le abitudini lavorative, il relax… la ritrovavo a pranzo o in mezzo ai tavolini della piazza… appariva ogni volta solo per farsi osservare... dovevo sapere che c’era anch'ella. Ogni volta che la vedevo era estremamente curata, indossava sempre scarpe diverse ed io lo annotai perché avevo un debole per quel peccato di vanità femminile… ed ella, aveva capito anche quello!
Apparizioni quasi fulminee ma devastanti per il mio immaginario… le stavo relegando un posto stabile nel monotono trascorrere di una vita normale di provincia, forse troppo piatta e banale. Forse anche per Irene. Un sabato mattina mi fermai in un bar che aveva una verandina all'esterno ed il sole, appena stiepidito dai primi veri venti autunnali, dava ancora sollievo… un posto appena fuori città lungo la strada provinciale che costeggiava il lago. Mi ordinai un tè caldo decidendo di sorseggiarlo fuori, prima di recarmi ad un appuntamento di lavoro. Volevo gustarmi la visione di quell'azzurro prepotente che cercava di salire al cielo per confondersi non visto… l’acqua leggermente increspata del lago ribolliva di riflessi dorati… piccolissimi diamanti ad intermittenza. Presi quindi la digitale dall'auto deciso a fare qualche scatto… con l’obiettivo alla ricerca dell’inquadratura perfetta mi spostavo da un lato all'altro della veranda senza accorgermi che, nel mentre, non ero più solo. Come mi aveva trovato??? Stava seduta ad uno dei primi tavolini dalla parte opposta alla staccionata. Il barista le aveva appena portato un vassoio con un aperitivo… la guardai e lei per la prima volte mi sorrise, diretta.
Ci volle un attimo per capire che non la stavo guardando, ma “inquadrando” attraverso la digitale… scattai… per tutta risposta si accostò allo schienale della sedia ed accavallò le gambe facendo scivolare via il soprabito in modo da lasciare scoperte le gambe sin sopra il ginocchio… si aggiustava senza mai staccare gli occhi dal mio obiettivo… io continuavo a scattare a scattare… il seno era bene in evidenza, ben modellato sotto un giacchino beige… muoveva la testa per scostar via i capelli dal volto cercando la posa più naturale… mi stava offrendo il proprio corpo, nel modo più professionale… indossava anche le scarpe più belle che le avessi visto sino a quel momento. Preso dalla strana situazione fotografica, senza rendermene conto, mi ero avvicinato a lei, accorciando sempre più la focale della macchina… quella splendida femmina, sembrava avere l’esperienza di una fotomodella. Il sorriso malizioso s’era fatto “esperto” atteggiamento… le piaceva essere fotografata… e le piaceva sapere che dietro l’obiettivo io me la stessi già scopando con gli occhi… se ne compiaceva… divaricò le gambe senza darmi il tempo di coglierne qualche frutto, poi si massaggiò le caviglie con dita affusolate che sembravano languide carezze e questo fino quando mi regalò un complice ed intimo delicato scorrere delle sue curate unghie rosse sulla balza bianca delle calze da sistemare.
Scesi quindi ad ad inquadrare quei suoi polpacci ben affusolati che si andavano a perdere in scarpe deliziose... malauguratamente ne ripresi solo il volo repentino. Stava andando via... tutto questo era avvenuto senza che si librasse una sola parola tra noi nell'aria... si girò per lasciarmi in regalo il sole del suo sguardo, la luce di quel sorriso. Quell'istante, fu la fine ad un sottile e raffinato gioco, a modo suo di un inerpicato amore. Non la vidi più in paese... la prima cosa che mi venne in mente fu di andare da Costantino e, con misera scusa, gli chiesi se avesse visto più in negozio la signora Irene... "si son trasferiti in un paese più grande.. sai, continuò, lo dovevan fare per la scuola dei ragazzi.. qui da noi non c'è manco il liceo.. pensa in che paese siamo"! Uscito dal negozio feci in silenzio quattro passi verso i giardinetti, scalciavo via tutto quanto incontravano i miei occhi fissi per terra ... cercai quella panchina, era ormai sommersa di foglie gialle... in realtà mi mancava il suo odore, la sua sfacciata ironia, la sua femminilità, il suo possesso di me... e poi dicono che studiare non ti cambia la vita, eccome se te la cambia!!!
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photo dal web