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15 ottobre 2011

Inkù-Cina



Sapevo che eri brava cuoca ma mai, eddico “m'hai”, mi sarei aspettato, entrando in cucina di trovare apparecchiato come una volta si faceva... come sapevi fare quando volevi. Ogni oggetto al proprio posto... tu, posata sopra i mobili... tu piatto prelibato... tu coppa di nettari delicati... tu gustoso cibo e piccante condimento... tu ed i tuoi contorni raffinati.... indiscutibile regina della casa, t'eri tramutata in desco e cibo e voglia per qualsivoglia fame... per qualsivoglia appetitoso desiderio. Ancor di più il profumo che permeava in transumanza da quell'esser pronta tra il lavandino e la macchina del gas... un sughetto bollente d’assaggiare, intingendo un bel pezzo di pane dentro cotanta salsa. Avevi fame... ed io non mangiavo più da tanto... forse è proprio questo il vero senso del “prendere qualcuno per la gola”... ma avevi indiscutibilmente fame e si vedeva dalla pelle che cantava ribollendo sopra il sacro fuoco... avevi fame ed erano appena le nove di sera... lo scandivano le tue tornite gambe asserragliate dentro un nero di seppia velato sulle cosce ed agganciato sulla vita da altrettanto adorno. Le tue gambe visibilmente divaricate sull'orario anzidetto, fluivano danzanti da affidabili tacchi ben piantati e che indubbiamente raffinavano la "culi-in-aria" visione. M’avvicinai lentamente per non interrompere quel fremito che ti correva addosso come una corrente a basso voltaggio che ti faceva vibrare in modo appena percettibile ma assai appetibile… e quando finalmente ormeggiai la volitiva mano sul molo morbido della coscia sinistra, la barca mia affondò… nel piacere di quella carne ben frollata… carne stagionata in modo così inimitabile… Doc, Dop, Dopcg... insomma uno bel taglio di scottona della Tolfa o d’altri luoghi… dove ancora pascolano le femmine allo stato brado che più dell’esser munte, amano mungere il maschio loro fino a far uscire “alloro” il latte santo del piacere! Le mani quindi voltarono alla deriva come ragazzini scalmanati all'uscita della scuola riversandosi sopra il campo giochi… avevano bisogno di provare tutto non tanto per divertimento ma quanto per giungere allo sfinimento. La campanella suonava logorroica ed impazzita l’inizio di quella ricreazione che non ti vide mai svestita… il bello era anche mantenerti addosso tutti gli ornamenti che regalavano il gusto pervertito di un sapore indecifrabile... dimenticato o mai assaporato. Mi chinai a bere alla tua fonte calorosa il nettare che naturalmente ti scorreva addosso e che afferiva profumo acre a quell'odore quasi sanguigno di macelleria… le mani mie ora ti stringevano le caviglie mentre le tue s’erano piantate come ventose sopra il mobile per non cascar di sotto… estratta l’arma acuminata che nascondevo sotto la fame, ti ci feci scivolare sopra lentamente… sino a farti trovare in braccio a me… conficcata perfettamente sull'albero della cuccagna... le tue gambe mi cingevano come fa un polipo con il suo scoglio… sentivo la morbida seta delle calze strusciarmi addosso e, carne contro carne, pulsare d’immobile contrazione. Girandomi su me stesso ti lasciai andare sopra al tavolo di altezza più consona a favorire il desco… lì, cominciai come un apri bottiglie, a rigirarti l’arma dentro nella vana speranza di stappare il nodo che mi costringeva da troppo tempo. Sapevo che eri una brava cuoca, ora di più apprezzavo la scottona [altro che cucina esotica o novel cusìn…] il piacere di ricevere piacere… il desiderio d’esser desiderio… la voglia d’esser fame senza mai saziare… “essempre” senza mai dimenticare bon ton e galateo… perché a tavola non si parla con la bocca piena… e tu di me eri ricolma… stemmo in silenzio tutta la serata!
photo dal web

03 dicembre 2010

13 novembre 2010

Acque




Pensavo un sogno… invece è notte, pennellata di un silenzio inverosimile… pulito, quando ti ritrovi a guidare maree di colore verso ciò che solo l'immaginazione conosce e cela ai propri occhi. E beve, di gustoso e pieno calice, anche sotto la luna divaricata delle tue gambe mentre monda ogni possibile e muto disequilibrio dai cunei di rossa lacca alla punta della lingua. Sei tela... pelle bianca d’arginare, percettibile fibra aperta a tamponare eiaculati pieni d'arcobaleni ove disegnarvi sopra un sogno pennellato di desiderio, d’acque immote e di ambiziosi quanto inutili silenzi!

Un giorno solo di tregua, scavato dagli umori di ciò che deve ancora piovere, lontano dal troppo vento, e dal mugolare che coltivi nei vuoti di questo tempo che ci divide. 
L'isola non ha mare a sufficienza per bagnare d’altro sapore entrambi i desideri… né terra idonea per sterile semenza!

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photo dal web

12 marzo 2009

Squirt


Invece è notte. 
Pennellata di un silenzio inverosimile… pulito, quando ti ritrovi a guidare maree di colore verso ciò che solo l'immaginazione conosce e cela ai propri occhi. E beve, di gustoso e pieno calice, anche sotto la luna divaricata delle tue gambe mentre monda ogni possibile e muto disequilibrio dai cunei di lacca alla punta della lingua. Sei tela... pelle bianca d’arginare, percettibile fibra aperta a tamponare un’eiaculatio d'arcobaleno per disegnarvi sopra un sogno pennellato di desiderio… d’acque immote e di ambiziosi quanto inutili silenzi!!! Un giorno di tregua pieno degli umori di ciò che deve ancora piovere, lontano dal troppo vento, e dal mugolare che coltivi nei vuoti tuoi di tempo, che ci dividono su quest’ isola che non ha mare a sufficienza per bagnare d’altro sapore entrambi i desideri… ne terra idonea per matura semenza!

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fotografia: Igor Ribka




07 novembre 2008

Au reveil du matin



Non cercare nell'apparenza ciò che dentro urla di sostanza… a volte, ci sono centimetri che messi sotto i piedi ti fanno sentire più alta di una montagna. E' solo questione di stima… e tacchi. Un vestito, invero, fa grande differenza. Difatti, spesso, è meglio ciò che non si vede di quanto appare in palese applauso! 

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fotografia: Chen Kevin


12 ottobre 2008

La preda


Uscendo dalla ferramenta del paese mi scontrai, proprio prima della tendina in plastica dell'ingresso, con gli occhi di Irene, con il suo portamento, con il suo odore... e la sua aria di sfida stampata sul volto. Scostai quei fastidiosi fili di perline per farla passare. Lei, senza neanche guardarmi, entrò decisa strusciando appositamente il suo corpo sulla mia mano. Da quel giorno non vi fu più un angolo di pace in paese. Venni a sapere poi, sempre da Costantino il proprietario della ferramenta, che suoi occhi mi davano caccia già da parecchio. Non so nemmeno come fu che lei gli chiese conto di me. Tanto sta che, in estrema confidenza, mi spifferò quello che doveva rimanere un segreto tra i due. Tale situazione, dopo avermi smosso i nervi, iniziò anche a smuovere la curiosità in quanto, superato il fatto di per sé (ed avendo stabilito che non potevo interpretare tale atteggiamento come provocatorio) la signora Irene, sposata con due figli, sicuramente non più giovane ma fisicamente ancora molto prestante, era davvero una gran bella donna. Longilinea, intelligente, educata e sempre ben vestita. La conoscevo di vista solo perché mia cugina Chiara, sparlando (come suo carattere) del più e del meno una domenica, vedendola uscire dalla messa, mi raccontò che quella signora andava spesso nella sua merceria a far spese, specialmente a comprare lingerie raffinata... per lei era ovvio che poi andasse a confessarsi!!! Dopo un poco di tempo queste costanti coincidenze, si fecero pressanti.

Capitava che per il quartiere ci si incontrasse di sfuggita svariate volte la settimana ed, in ognuna, mi scoprivo sempre di più interessato a quella sfacciata attenzione che mi riservava e che aveva il potere di condurre i miei pensieri in alcove inimmaginate… luoghi creati ad arte per soddisfare l’onirica vanità di preda desiderata… braccata. Me la vidi sin anche nei pressi del tennis dove almeno il sabato sera andavo a scaricare un po' di tensioni. Poi, un giorno d'autunno la intravidi, da sola, sulla panchina dei giardini pubblici… stava massaggiandosi le caviglie, forse doloranti per via dei tacchi che era solita indossare… o forse solo per aggiustarsi la riga delle calze. Sta di fatto che quell'anima apparentemente sorniona, non appena si accorse della mia presenza, rimarcò quelle movenze caricandole di una non velata sensualità provocando in me un repentino quanto ragguardevole groppo, difficile da deglutire dinanzi a certe incoraggianti stimolazioni. Dalla sua panchina arrivavano occhiate e piccoli mugolati lamenti, quasi una indiretta ricerca d'aiuto, d'attenzione sicuramente... non smetteva di massaggiarsi quelle splendide caviglie, che sapeva di possedere, chinandosi ripetutamente in avanti… lasciando poi che una idea di gonna si ritirasse come esperto sipario… caviglie sottili, polpacci tonici… la sua mano carezzevole pareva essere voce piena di un cicerone nell'intento di elogiare le bellezze naturali di quella splendida riserva naturale.

Gambe appena tornite che andavano a perdersi in un paio di décolleté dal tacco molto sfilato… anch'esse oggetto di mostra… le caviglie roteavano apposite quasi per illustrare il prodotto… la voluta mossa di una stanchezza falsamente evidenziata andava a mescolarsi con il gioco di sguardi che s’era venuto a creare. Mi trovai preso all'amo e per quanto psicologicamente mi divincolassi non riuscivo a liberarmi da quelle attenzioni… non volevo!! Il sangue pulsava sbuffando affannosamente come una pentola a pressione... ogni muscolo era in allerta, così come i cinque sensi tutti tesi sull'obiettivo… Irene! Capii che era padrona di quel gioco sottilmente erotico e provocatorio, e che il filo che lo manteneva in vita era sottile assai… un limite impalpabile. Nel modo più assoluto, avrei rischiato di perderlo. D'improvviso, la vidi sollevarsi e senza destare segno d'alcuno fastidio, scomparì con passo determinato e veloce. Restai a guardare quelle caviglie cercando di scorgere un cenno di tentennamento... nulla!

Continuammo per mesi in una sorta d’improvvisate, involontarie, “caccia al tesoro” attraverso i luoghi più disparati della città e le situazioni della vita quotidiana. Lei non andava mai oltre l'appostamento... io evitavo di braccarla per non trovarmi braccato. C'era sempre il fatto che lei era sposata e quindi sconveniente ogni mossa "pubblica" ma anche quando ci incontravamo e lei stava con i figli, non perdeva occasione per lanciare un cenno sottile, un invito velato... uno sciabordare di ciglia. Aveva la capacità d’assalirmi con la sua prorompente sensualità sempre nel momento meno prevedibile, nei posti più impensabili... cosicché, senza accorgermene, quell'iniziale gioco si era dichiaratamente tramutato in una vera e propria battuta di “caccia" ed io oramai ne ero la preda... consapevole... alla fine quasi onorato d'esserlo! Conosceva i miei spostamenti, i miei impegni settimanali… le abitudini lavorative, il relax… la ritrovavo a pranzo o in mezzo ai tavolini della piazza… appariva ogni volta solo per farsi osservare... dovevo sapere che c’era anch'ella. Ogni volta che la vedevo era estremamente curata, indossava sempre scarpe diverse ed io lo annotai perché avevo un debole per quel peccato di vanità femminile… ed ella, aveva capito anche quello!

Apparizioni quasi fulminee ma devastanti per il mio immaginario… le stavo relegando un posto stabile nel monotono trascorrere di una vita normale di provincia, forse troppo piatta e banale. Forse anche per Irene. Un sabato mattina mi fermai in un bar che aveva una verandina all'esterno ed il sole, appena stiepidito dai primi veri venti autunnali, dava ancora sollievo… un posto appena fuori città lungo la strada provinciale che costeggiava il lago. Mi ordinai un tè caldo decidendo di sorseggiarlo fuori, prima di recarmi ad un appuntamento di lavoro. Volevo gustarmi la visione di quell'azzurro prepotente che cercava di salire al cielo per confondersi non visto… l’acqua leggermente increspata del lago ribolliva di riflessi dorati… piccolissimi diamanti ad intermittenza. Presi quindi la digitale dall'auto deciso a fare qualche scatto… con l’obiettivo alla ricerca dell’inquadratura perfetta mi spostavo da un lato all'altro della veranda senza accorgermi che, nel mentre, non ero più solo. Come mi aveva trovato??? Stava seduta ad uno dei primi tavolini dalla parte opposta alla staccionata. Il barista le aveva appena portato un vassoio con un aperitivo… la guardai e lei per la prima volte mi sorrise, diretta.

Ci volle un attimo per capire che non la stavo guardando, ma “inquadrando” attraverso la digitale… scattai… per tutta risposta si accostò allo schienale della sedia ed accavallò le gambe facendo scivolare via il soprabito in modo da lasciare scoperte le gambe sin sopra il ginocchio… si aggiustava senza mai staccare gli occhi dal mio obiettivo… io continuavo a scattare a scattare… il seno era bene in evidenza, ben modellato sotto un giacchino beige… muoveva la testa per scostar via i capelli dal volto cercando la posa più naturale… mi stava offrendo il proprio corpo, nel modo più professionale… indossava anche le scarpe più belle che le avessi visto sino a quel momento. Preso dalla strana situazione fotografica, senza rendermene conto, mi ero avvicinato a lei, accorciando sempre più la focale della macchina… quella splendida femmina, sembrava avere l’esperienza di una fotomodella. Il sorriso malizioso s’era fatto “esperto” atteggiamento… le piaceva essere fotografata… e le piaceva sapere che dietro l’obiettivo io me la stessi già scopando con gli occhi… se ne compiaceva… divaricò le gambe senza darmi il tempo di coglierne qualche frutto, poi si massaggiò le caviglie con dita affusolate che sembravano languide carezze e questo fino quando mi regalò un complice ed intimo delicato scorrere delle sue curate unghie rosse sulla balza bianca delle calze da sistemare.

Scesi quindi ad ad inquadrare quei suoi polpacci ben affusolati che si andavano a perdere in scarpe deliziose... malauguratamente ne ripresi solo il volo repentino. Stava andando via... tutto questo era avvenuto senza che si librasse una sola parola tra noi nell'aria... si girò per lasciarmi in regalo il sole del suo sguardo, la luce di quel sorriso. Quell'istante, fu la fine ad un sottile e raffinato gioco, a modo suo di un inerpicato amore. Non la vidi più in paese... la prima cosa che mi venne in mente fu di andare da Costantino e, con misera scusa, gli chiesi se avesse visto più in negozio la signora Irene... "si son trasferiti in un paese più grande.. sai, continuò, lo dovevan fare per la scuola dei ragazzi.. qui da noi non c'è manco il liceo.. pensa in che paese siamo"! Uscito dal negozio feci in silenzio quattro passi verso i giardinetti, scalciavo via tutto quanto incontravano i miei occhi fissi per terra ... cercai quella panchina, era ormai sommersa di foglie gialle... in realtà mi mancava il suo odore, la sua sfacciata ironia, la sua femminilità, il suo possesso di me... e poi dicono che studiare non ti cambia la vita, eccome se te la cambia!!!


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photo dal web

20 maggio 2007

Attesa


Una mano mi ronza intorno al sogno
mentre leggi di questo desiderio
sulle pagine della tua pelle.

T'ascolto,
come profumo rosso
d'inattesa femminilità
che s'accavalla sulla tua voglia
d'essere donna ancora.

Una mano ti segue piano
dentro al velo nero che ti confina
e ti fa sentire attesa!

*
fotografia: Corwin Von Kuhwede