30 giugno 2008

Il sole e la cometa



“Sole?” 
“Si luna?” 
“la luce di una candela non perde la sua brillantezza quando ne illumina altre.” 
Il sole era sorpreso. Nessuno gli aveva mai parlato con tanta tenerezza e calore. Per la prima volta nella sua vita, non si sentì più solo e capì di essere amato. La luna notò il rialzo di temperatura del sole e comprese che aveva sperimentato quello strano sentimento chiamato amore. 
“Avevo tanta paura di rimanere solo per sempre!” ammise l’astro. “Adesso però, con te ho scoperto che non sarà così”.... e cercò di avvicinarsi alla luna. 
“No!” gridò lei, “Non farlo!” 
“E perché?” chiese il sole... “c’è qualcosa di sbagliato nel cercare di toccarti?” 
“Forse non lo sai, ma il tuo calore è così forte che se io mi avvicino troppo mi sciolgo. Inoltre distruggerai tutti i magnifici pianeti che ora gravitano con le loro orbite intorno a te e che ti tengono compagnia. Soprattutto guarda ciò che hai fatto al pianeta intorno a cui gravito. Non hai notato nulla di speciale?” 
Il sole fissò il pianeta. Era di un azzurro acceso. 
“Perché ha quel colore?” chiese. 
“Mio caro, hai dato talmente tanto di te stesso nel crearci che su questo pianeta si sono avverate le giuste condizioni per generare il miracolo più stupefacente di tutti: La Vita!” 
“Ma questo significa che non potrò mai toccarti?” 
“Vorrei poterti dire che un giorno sarà possibile, ma so che sarà così. Rimarrà il nostro segreto per il resto delle nostre esistenze; ricordandoci quanto è forte l’amore quando è reale!” 
“A…amore?” bofonchiò il sole. 
La luna lo fissò e continuò: “Sole, ti amo tanto che quando corro verso l’altra faccia della terra, il pianeta azzurro, e non posso vederti, chiudo gli occhi e sogno di te. E quando splendo di nuovo grazie alla tua luce intensa, il tuo calore produce la sensazione di una carezza sui miei seni, perché anch'io ho i miei mari…” 
Il sole sperimentò un fremito per la prima volta e si rese conto che questo nuovo sentimento gli avrebbe portato momenti di vera illuminazione di gioia e anche di tristezza. 
“Sole?” 
“Si luna?” 
“sai mantenere un segreto?” 
“Certo!” 
La luna fissò il sole con gli occhi dell’amore poi parlò: “adesso il mio nome è Luna, ma io sono la cometa a cui tu molti anni fa facesti domande sul modo di creare i pianeti per non sentirti solo. E quando ho visto che hai barattato l’eternità per riuscirci, mi sono innamorata di te. Così mi sono ripromessa che quando sarei tornata avrei escogitato un sistema per passare il resto della nostra vita insieme. E vuoi sapere un’altra cosa?” 
“che cosa?” 
“Anch'io ho barattato la mia eternità per starti vicino. So che non mi pentirò mai della mia decisione.” 
Per la prima volta il sole disseminò il cielo di gocce di fuoco che sembravano lacrime. 
”Grazie luna. Ti amo anch'io tantissimo.” 
“lo so” rispose con un filo di tristezza, “potremo soltanto essere insieme in poche occasioni e sebbene il tuo calore mi mantenga viva, devo starmene accanto alla terra così mai dimenticherò il significato della vita e soprattutto dell’amore. Ammiro la magnifica creazione di cui hai tutta la paternità e te ne parlerò sempre!” 
il sole era felice anche se un po’ triste. 
“E io aspetterò!”


Sergio Bembaren
photo dal web

Photography



Un acquazzone estivo aveva scaricato sulla città una pioggia torrenziale. La temperatura dell'aria era scemata di qualche grado producendo un salutare refrigerio. Avevo abbandonato la clinica poco dopo le dieci in compagnia di Lilly lasciando alle mie spalle ansie e preoccupazioni.
Trovare da parcheggiare l'auto nelle vicinanze di Piazza Garibaldi fu una impresa ardua. Dopo tanto girovagare trovammo uno spazio libero in prossimità del Teatro Regio. Messo piede a terra c'incamminammo verso la piazza. Ai piedi calzavo un paio di sandali con strisce di cuoio nere, allacciate intorno alla caviglia. Un tipo di calzatura comodo per camminare, ma poco adatto a proteggermi dagli spruzzi d'acqua che sollevavo ogniqualvolta mettevo un piede in fallo su una delle pozzanghere che occupavano i marciapiedi.
Attraversammo Piazza della Steccata, a quell'ora deserta, guardate a vista dalla statua del Parmigianino che faceva da sentinella ai negozi che si affacciano sul piazzale.
- Ci sarà gente in piazza stasera? - disse Lilly mentre attraversavamo il vicolo che dalla piazzetta della Steccata conduce a Piazza Garibaldi.
- E perché no? Mica se ne staranno tutti rinchiusi dentro casa a guardare in TV la partita di calcio dell'Italia. E poi a quest'ora la partita di pallone sarà già terminata, non credi?
Le vetrine degli articoli di pelle della Alexander Nicolette attirarono la nostra attenzione. Fissammo lo sguardo sulle scarpe in esposizione e rimanemmo sconcertate dai prezzi proibitivi, perlomeno per le nostre tasche da infermiere. Tutt'e due avevamo scarse probabilità di riuscire ad acquistare uno solo degli oggetti esposti. Girato l'angolo ci ritrovammo all'interno di Piazza Garibaldi. Le lancette dell'orologio del Palazzo del Governatore segnavano le dieci e trenta. A nostra disposizione avevamo il resto della serata per divertirci.
I tavolini dinanzi alle caffetterie che si affacciano nella piazza erano stipati di gente. Non c'era un solo tavolo libero.
Vagabondammo per la piazza confidando nel fatto che prima o poi un tavolo si sarebbe liberato, attente ad incrociare lo sguardo di qualche conoscente per andare a sedere accanto a lui.
- A quanto pare questa non è sera giusta, eh! - sentenziò Lilly. - Che ne pensi se entriamo al Caffè Orientale e ci prendiamo un sorbetto?
- Sì, dai, mica possiamo passeggiare tutta la sera intorno alla statua di Garibaldi nell'attesa che si liberi un posto a sedere. Va bene, dai, andiamo.
C'infilammo in uno dei corridoi che tengono separate le fila dei tavolini per raggiungere il Caffè Orientale. Una voce femminile attirò l'attenzione della mia amica.
- Lilly... Lilly...
Ci girammo tutte e due nella direzione da cui proveniva la voce. Una donna si alzò dal posto che occupava attorno un tavolo. Per farsi riconoscere prese a sbracciarsi in segno di saluto.
- Ciao... - ribatté Lilly, alzando anch'essa il braccio.
La sua amica indossava un abito bianco, di maglia a rete piuttosto larga, che ne lasciava intravedere la pelle nuda. Fui imbarazzata nel costatare che non indossava né reggiseno né tanto meno le mutandine. La gente tutt'intorno la osservava con aria perplessa quasi certamente malignando sulla mise, scambiando giudizi malevoli sottovoce.
- Dai vieni qui, al mio tavolo c'è posto. - disse, indicando il tavolo davanti a lei.
- Non sono sola, ho un'amica. - rispose Lilly
- C'è posto per entrambe, sono sola anch'io. Venite!


Circondata da una moltitudine di persone sentivo addosso i loro occhi ed ero imbarazzata. Facendoci largo fra i tavoli raggiungemmo il tavolo.

- Ciao Betty, ti presento Erika. E' una mia collega di lavoro. - spiegò all'amica.
La donna si sporse verso di me. Ci scambiammo dei convenevoli baci sulle guance stando in piedi.
- Accomodatevi. - soggiunse, indicando le sedie libere attorno al tavolo.
- Non vorremmo disturbare, magari aspetti qualcuno. - precisai.
- Ma no... dai, sedetevi.
Ci accomodammo al tavolo, compiaciute di avere trovato un posto a sedere. Vista da vicino Betty era davvero una splendida donna. Il suo corpo era affascinante e possedeva un modo d'esprimersi modo raffinato.
- Allora ragazze che ci fate qua?
- Siamo appena uscite dal lavoro e vorremmo assaggiare una granita prima d'andare a nanna.
- Chiamo il cameriere allora, vi va?
- Sì certo, risposi io.
Ci ritrovammo a consumare tutte e tre una granita al limone. Betty e Lilly incominciarono a conversare fra loro scambiandosi pettegolezzi sulle amicizie che avevano in comune. Io invece non riuscivo a fare a meno di distogliere gli occhi dalla mia nuova amica. Le tette non molto grosse, ma ben modellate, sporgevano dall'intreccio forato del vestito. L'estremità dei capezzoli, apparentemente turgidi, sembravano volere trapassare la maglia che li conteneva. Mi persi a guardare i movimenti delle labbra carnose che socchiudeva di continuo nell'aspirare il liquido ghiacciato con la cannuccia, come se volesse adescare qualcuno.
Avrei voluto assaporare la sua bocca, mischiando le labbra alle sue in un tenero bacio. Magari accarezzarle la pelle dorata che bene si accompagnava ai capelli di castano chiaro, che le giungevano fino sulle spalle e le conferivano un aspetto signorile.
Restammo a conversare a lungo, fintanto che nei bicchieri rimase un sola lacrima d'acqua e limone.
- Betty di mestiere fa la fotografa di moda. - m'informò Lilly.
- Ah, bene. - dissi. - Chissà quante persone dello spettacolo conoscerai allora.
- Non molta, preferisco lavorare con modelle sconosciute. Sì, insomma, con donne che non sono delle professioniste. Le trovo più spontanee e seducenti.
- Anch'io ho posato per lei. - soggiunse Lilly.
- Ti piacerebbe posare per me? - disse volgendo lo sguardo nella mia direzione.
- Chi... io?
- Sì, proprio tu.
La proposta mi mise in imbarazzo. Sentivo su di me gli occhi indiscreti della gente tutt'intorno che per tutto il tempo in cui mi ero stata seduta non avevano smesso un solo istante di guardarci e spettegolare. Tergiversai nel dare risposta e riportai il discorso sugli abiti e la moda femminile.
A mezzanotte abbandonammo la piazza. Quando Betty si alzò dalla sedia, mostrando per intero le sue nudità, mi vergognai d'essere in sua compagnia. Lei proseguì per Strada della Repubblica, noi riprendemmo la direzione del Teatro Regio dove avevamo lasciato l'automobile.
- Veste in maniera così eccentrica tutte le sere? - dissi appena fui sola con Lilly.
- Sì, apparentemente è strana, ma non è come sembra.
- Sentivo gli occhi della gente su di noi. Che vergogna, chissà che opinione si saranno fatti di me.
- Ma no... dai, qui in piazza la conoscono tutti ormai. E' cosa risaputa che non indossa le mutandine e fa di tutto per mettere in mostra le nudità del corpo.
- E' sposata?
- Lo è stata.
- Ah...

Continuammo a parlare di Betty durante il tragitto che ci separava dall'autovettura. Ero curiosa di sapere quanto più possibile delle sue abitudini di vita, ma da Lilly non appresi più di quanto mi aveva già rivelato. Dopo averla accompagnata al parcheggio dell'ospedale, dove aveva sistemato la sua Fiat Punto, proseguii fino casa.
Stavo per andare sotto la doccia per rinfrescarmi, prima di coricarmi sotto le lenzuola, quando il cellulare cominciò a trillare. Levai dalla borsetta l'apparecchio, ma prima di rispondere verificai il numero telefonico che appariva sul display. Non apparteneva a nessuna delle persone della rubrica. Esitai prima di rispondere.
- Pronto. - dissi, timorosa.
- Ciao. sono io, Betty.
- Betty? Ma come hai avuto il mio numero.
- Ho telefonato a Lilly. Me lo ha fornito lei.
- Ah!
- Volevo augurati la buonanotte, mi ha fatto piacere conoscerti.
- Ha fatto piacere anche a me.
- Ciao, sogni d'oro.
- Ciao. La settimana seguente Betty tornò a farsi viva. A più riprese m'invitò a posare nel suo studio fotografico. Il modo e l'insistenza con cui aveva portato avanti le sue avance mi mise a disagio. Non riuscivo a capirne la ragione, eppure desideravo scoparmela, ma ne avevo timore. Infine dopo tanto insistere mi arresi e accettai l'invito.
La villa dove abitava era situata in Via Solferino, nei pressi della Cittadella. Una vasta area verde con una grande numero di alberi ad alto fusto circondava la palazzina in stile liberty.
- Mi fa piacere averti qui. - disse venendomi incontro sulla soglia di casa.
- Sono curiosa di vederti al lavoro. - risposi, ma non era vero. Ero lì per lei e delle foto non m'importava granché.
- Vieni andiamo nello studio, non vedo l'ora d'iniziare a lavorare su di te.
Il locale destinato a luogo di lavoro consisteva in un salone molto ampio. Tele di varie dimensioni e dai diversi colori erano sospese al soffitto in prossimità dei muri. Un divano in tessuto rosso porpora si trovava a ridosso di una parete ed era circondato da cavalletti che servivano a sostenere dei faretti ad alette e degli spot.
- Non sono mai stata in uno studio fotografico. Di solito se ho bisogno di una foto vado al fotobox.
- C'è sempre una prima volta, non credi.
Il modo con cui aveva pronunciato quella frase era pieno di allusioni, a conferma di quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Accese le luci dei faretti e d'incanto il divano si trovò al centro di più fasci luminosi.
- Che faccio? Mi siedo sul divano? - dissi.
- Se vuoi.
Betty mi aveva accolto sulla porta di casa con indosso un sari indiano. Aveva l'aria d'essere una donna diversa da quella fiera e insolente che avevo conosciuto al tavolo di Piazza Garibaldi. Andai a sedermi sul divano aspettando un suo cenno per assumere le pose che desiderava assumessi.
Betty cominciò a girarmi d'intorno stringendo nella mano una fotocamera reflex, saggiando diverse inquadrature, poi m'indicò un armadio.
- Dovresti indossare una di quelle vesti. - disse indicando l'appendiabiti. Mi avvicinai al mobile e tirai fuori uno dei vestiti.
- Va bene questo? - dissi indicando un abito di seta con dei fiorellini.
- Si, penso sia adatto a te.
Sciolsi i capelli e mi liberai di jeans e maglietta. Restai con indosso il reggiseno e le mutandine. Stavo per indossare l'abito di seta, ma Betty me lo impedì.
- Togli tutto, anche l'intimo. Quest'abito va indossato senza null'altro addosso.
- Dici?
- Sì.
Sganciai il fermaglio del reggiseno e lasciai cadere le spalline in avanti liberando le tette dall'involucro che le conteneva. Abbassai le mutandine fino sotto le caviglie. Betty mi stava accanto e mostrava molto interesse per me.
- Hai un bellissimo corpo.
- Lo so. - assentii.
Betty allungò una mano sulla sommità di una tetta. Prese a sfiorare il capezzolo fino a farmelo inturgidire. Un fremito attraversò il mio corpo. Subito dopo si liberò del sari e me la ritrovai nuda fra le braccia.
Cominciò a carezzarmi le ondulazioni dei capelli, mi strinse nelle mani il viso e avvicinò la bocca alla mia. Cedetti alle sue lusinghe e contraccambiai le movenze della lingua che trovò un facile varco fra le mie labbra. Avevo i seni gonfi e il cuore che mi usciva dal petto. Betty insinuò le dita fra le pieghe delle mie cosce tastandomi la passera. Mi aggrappai ai suoi seni e le strinsi i capezzoli che avevo desiderato toccare dalla prima sera in cui l'avevo conosciuta.
Erano turgidi e sembravano compatti fra le mie dita. Prese a toccarmi la passera sfregando con le dita le labbra umide. Godevo! Godevo! Godevo! come una pazza.
- Vieni...
Mi prese la mano e mi trascinò su di un morbido giaciglio. Dietro un suo comando una sequela di faretti illuminarono il centro della scena. Betty si gettò su di me e mi trovai prigioniera delle sue braccia con la bocca a contatto della sua fica. Cominciai a leccarla. Passare la lingua sopra la passera mandò in estasi la mia compagna che iniziò a mugolare di piacere. Prese a toccarsi il clitoride. Allontanai la sua mano e inglobai la sporgenza erettile fra le labbra, poi cominciai a spompinarla.
Il clitoride era piuttosto sviluppato. Non mi era mai capitato di stringere un coso di quelle dimensioni fra le labbra. Desideravo farla venire e mi dannai l'anima nel succhiarlo.
Betty gemeva e pareva insaziabile, posseduta com'era dal desiderio di godere, ma nonostante l'impegno profuso non riuscii a condurla sino all'orgasmo. Si divincolò e mi rovesciò con la schiena sul giaciglio, poi cominciò a succhiarmi le tette impastandole di saliva, finendo per leccarmi i capezzoli. M'infilò due dita nella fica e incominciò a scoparmi. Ebbi un orgasmo e subito dopo una altro ancora, poi quando riprese a leccarmela raggiunsi il paradiso. Indugiammo sul letto per il resto del pomeriggio senza che scattasse una sola fotografia, almeno cosi mi era parso. Dopo quell'incontro non ebbi altre occasioni per rivederla e nemmeno lei si fece più sentire al telefono. Qualche mese più tardi, all'inizio della stagione autunnale, Lilly m'invitò a una mostra fotografica dietro sollecitazione di Betty.
- Mi fa piacere che siate entrambe presenti. - disse accogliendoci all'ingresso del salone dell'esposizione. - Accomodatevi al buffet, fate come se foste a casa vostra. Vi raggiungo al più presto.

Lasciammo la nostra ospite di cui avevamo ammirato l’eleganza dell'abito, sotto cui s’intravedeva la nudità del corpo, e andammo a gustare qualche pasticcino prima di visionare le opere esposte.
- Non te l'ho mai detto, ma Betty è frigida. - mormorò Lilly.
- Ma va... non ci credo. - risposi.
- Ti dico di sì, credimi. Per quale ragione pensi vada in giro a mostrare le sue nudità? E' l'unico modo che ha per sentirsi desiderata. E' incapace d'avere un orgasmo.
- Questo non vuole dire che sia frigida.
- Ti dico di sì... credi a me.
Dopo avere sorseggiato un Campari e gustato qualche stuzzico andammo a guardare le fotografie esposte nelle stanze.
Le immagini erano dei collage di parti di corpi femminili, in diverse tonalità di bianco e nero, in cui risultava difficile individuare le sembianze ed i volti delle modelle. Fotografie ricche di particolari anatomici e rotondità di corpi deformati da lenti supergrandangolo occupavano le pareti. Le immagini erano stupende. Rimasi stupita dalla bellezza che sprigionavano i corpi fotografati da una grande professionista.
- Davvero belle queste immagini, non credi.
- Sì, certo.
- Magnifici questi particolari di nudi.
- Sì.
Mi soffermai a guardare le natiche di una delle donne ritratte. Sopra il gluteo di una delle ragazze c'era tatuata una farfallina e la lettera E, come l'iniziale del mio nome. Quella donna ero io.



*
fotografia: Makuraphoto

29 giugno 2008

Katrina


Correva l’anno 1750 e a quel tempo Parigi non si poteva certo annoverare tra i posti migliori in cui soggiornare. Sporca, caotica, maleodorante e infestata dai ratti, non era degna neppure d’esser consigliata al peggior nemico. Fu proprio in quel periodo che a Parigi, cominciai a fare la puttana. Avevo si e no quattordici anni. La persona che mi comprò era una donna aspra, alto quel tanto che basta a costringerci tutte ad alzare la testa per guardarla, sporca quanto Parigi, nonché avvizzita nei suoi anni e consumata dai suoi innumerevoli amanti; vistasi ormai sull'orlo della vecchiaia, aveva deciso di riporre le sue maggiori speranze in me, forte del fatto che ero la figlia di sua sorella e tutto sommato non le sarei costata molto. Fu così che quello stesso anno mia madre decise di vendermi per un chilo di patate, un mulo e l’usufrutto di un campo per tutta la stagione estiva. 

La sera che arrivai nella mia nuova casa, gli occhi di tutte le altre ragazze mi si posarono addosso appiccicose come la pece; qualcuna ridacchiava, qualcun’altra invece mi guardava male. Ricordo la sensazione di disagio che tutti quegli sguardi mi diedero. Avrei voluto scappare lontano, perdermi e ritrovarmi in un posto che non fosse Parigi, che non fosse quella casa che odorava di sesso e di malattie. Le altre erano tutte più grandi di me; diciotto anni, qualcuna persino venti, o forse più. Lavoratrici provette nel campo del sesso che si vendevano ogni sera (e ogni giorno), perché “quello che avevano fra le gambe valeva senza dubbio più dell’oro”, come ricordava la targa in ottone posta ben visibile in ogni stanza. 

La vecchia non ci pensò su nemmeno un attimo, quando si trattò di scegliere la mia compagna di camera, quella cioè che da quel momento in poi mi avrebbe guidata insegnandomi il mestiere. Katrina era una zingara di circa vent'anni; il suo atteggiamento era ribelle quanto il suo portamento era regale. Mi disse d’essere arrivata al bordello quasi dieci anni prima, venduta un giorno da suo padre per una scopata con la vecchia. Aggiunse anche che se avessi fatto come diceva lei, la mia vita lì dentro non sarebbe stata tanto dura. Era una persona d’un pezzo, poco incline alle dolcezze, a tratti quasi sadica. Ci feci ben presto l’abitudine. Non appena entrammo in stanza, Katrina mi ordinò di spogliarmi. Diceva che non si poteva perdere tempo e che avrei dovuto imparare il mestiere quanto più in fretta possibile, giacché già dal giorno dopo avrei cominciato a pieno ritmo, sempre che qualcuno m’avesse scelta. Dopo aver assistito alla mia lavanda, mi fece sdraiare sul letto e mi legò mani e piedi; mi penetrò con uno strano oggetto per tutta la notte. 

Ero vergine. Non lo sarei stata mai più. Quella notte Katrina mise quel fallo duro e freddo in ogni mio anfratto. Mi costrinse ad infilarmelo in bocca fino quasi a strozzarmi; voleva a tutti i costi che me lo facessi arrivare in gola e che ce lo tenessi quanto più tempo possibile. Quando passò all'altro buco, quello in mezzo al sedere, mi venne quasi da ridere, a pensare ai capricci che avevo fatto per tenerlo in gola. A quel punto la sensazione era ben diversa, ben peggiore. Mi fece male da morire ma Katrina continuò a ripetere che era per il mio bene, che “magari qualcuno l’avesse fatto con lei”, perché era meglio il fallo gelido quella notte, piuttosto che un ciccione ubriaco l’indomani mattina. 

Mi scopava e nello stesso tempo m’insegnava. Dovevo apprendere da ogni suo gesto, soprattutto quando toccava “il marmo”, come lo chiamava lei. E dovevo godere, o almeno darlo a vedere. Smise soltanto alle prime luci dell’alba, permettendomi di riposare un poco. 
Quando mi svegliai, fuori dalla stanza era tutto un vociare, tutto uno starnazzare. Misi il muso fuori in corridoio e vidi molte delle ragazze conosciute la sera prima -alcune mezze nude e alcune nude completamente- correre in modo caotico da una stanza all'altra, a volte inseguite da buffi individui, a loro volta nudi e con il marmo ben in vista per tutte. Mi eccitai un po’, se devo essere sincera. Katrina però non si vedeva e in stanza con me non c’era. Mi misi uno dei vestiti che c’erano nell'armadio e decisi di uscire per cercarla, quantomeno per capire da che parte cominciare. Mi aveva spiegato del sesso ma non mi aveva detto nulla di quello che veniva prima e non avevo nessuna voglia di mettermi a correre nuda assieme alle altre. Camminai un po’ per l’edificio, salendo le scale e avventurandomi per i corridoi. Lo feci anche con piacere perché avevo bisogno di sgranchirmi le gambe. Allontanandomi dalla zona centrale mi ero probabilmente infilata in un'area riservata perché il vociare si era dissolto e la casa pareva quasi una casa perbene. Si sentiva solo un lieve sospirare nell'aria, come portato dal vento, ma non riuscivo a distinguerne la provenienza. D’un tratto, entrai in un grosso salone dal pavimento lucido e scuro, pieno di poltroncine imbottite posizionate in modo ordinato lungo i suoi lati e con tre enormi lampadari in cristallo che pendevano dal soffitto. C’erano anche parecchi dipinti appesi alla parete ma non furono loro ad attirare la mia attenzione. Le vetrate di quella stanza erano immense e la vista sul giardino a diri poco meravigliosa. Per un poco tutto quello splendore distolse la mia attenzione da ciò che cercavo. Fu quando sentii aumentare copiosamente quel sospiro che mi ricordai che stavo cercando Katrina per cominciare a darmi da fare. 

Scorsi una porta più piccola di quella dalla quale ero entrata, posta esattamente dall'altro lato del salone, mezza coperta da una pesante tenda di velluto beige. Mi diressi in quella direzione e aperta la porta quel tanto che basta, m’infilai dall'altra parte. Rimasi impietrita nel trovare Katrina a gambe aperte, comodamente adagiata su un grosso tavolo di legno. Aveva i capelli raccolti e indossava solo un corpetto slacciato, di seta nera. Stava sdraiata supina tra i cuscini; appoggiata sui gomiti inarcava la schiena e ansimava come un’indemoniata. Un uomo teneva la testa fra le gambe divaricate della mia maestra, ma sul momento non avrei saputo dire se il tanto godere di lei era dovuto ai miracoli della sua lingua oppure agli altri tre uomini che le si stavano accalcando addosso. Uno di loro, in piedi alle sue spalle le riempiva la bocca con il suo enorme marmo, questa volta quello vero, costringendola a stare con la testa piegata all'indietro. Un altro le succhiava i capezzoli e li mordeva e li strizzava come a volerglieli strappare; un altro ancora le leccava metodicamente i piedi e quest’ultimo lo osservai per bene. Leccava dalla punta di ogni singolo dito fino a metà polpaccio, poi tornava giù e succhiava scrupolosamente tutto quello che aveva poc'anzi leccato, tutto accompagnato da uno splendido massaggio a mano. Katrina se ne stava morbida e lasciva e godeva come una pazza al centro di quel branco di bestie affamate. 

Quello non mi era stato mostrato la sera precedente e mi parve una buona cosa, l’aver già imparato dell’altro da sola. Persa dietro alla mia autostima non mi resi conto che uno di quegli uomini si era accorto della mia presenza e avanzava, nudo, verso di me, fissandomi come un lupo, con tanto di bava alla bocca. Mi afferrò per un polso e senza dire nulla mi trascinò verso un’angolo della stanza, lontano dal gruppo che però ci seguiva con lo sguardo. Anche Katrina si era accorta ormai di me e sorridendomi con gli occhi, mi sembrò quasi compiaciuta. 
Quell'uomo mi scaraventò senza nessuna delicatezza su un grosso sofà che pareva molto più morbido di quello che in realtà era e mi strappò con veemenza tutto quello che avevo addosso. Una sua mano bastava a coprirmi quasi tutto il petto e la sua forza era indubbia, dato che maneggiata da lui parevo quasi una marionetta. Mi penetrò selvaggiamente tenendomi una mano in faccia, gridando e godendo dei miei buchi stretti e io mi sentivo soffocare dall'odore di animale che emanava. Mi eccitava però, non potevo negarlo. Capii in quel momento che ero fatta per quel mestiere e lo capì anche Katrina. 

Dopo qualche mese diventò lei la mia padrona, e lo diventò in tutti i sensi. Godeva nel vedermi scodinzolare per la stanza a gattoni, godeva nell'obbligarmi a stare sempre con almeno un seno scoperto, che mordicchiava e schiaffeggiava a suo piacimento e godeva nel legarmi al letto, succhiandomi e scopandomi come se fosse un uomo. A volte persino meglio. Godeva nel farsi leccare per ore fra le gambe. Le piaceva bendarmi, versarmi cera bollente addosso. Le piaceva guardare quando gli altri mi scopavano. E tutto questo piaceva anche a me. La vecchia ci aveva visto giusto quando mi aveva consegnata fra le sue mani e per questo, pace all'anima sua, le sarò per sempre grata. Perché Katrina era sì una puttana, ma a differenza di quelle che avevo visto zompettare il primo giorno in corridoio, lei non si dava a tutti. Lei era la ricca e viziata favorita del Re e venni a sapere qualche tempo dopo che era stato proprio lui, la bestia ansimante che mi aveva cavalcata in quel salone. Per più di dieci anni io e Katrina condividemmo la stessa camera, gli stessi uomini, le stesse donne. Per più di dieci anni lei fu tutto ciò che avevo e imparai ad amarla più di ogni altra cosa.


*
Artwork: Marcello Dudovich

Lavori in corso


La porta è socchiusa, e dall'eco percepisco che dentro c’è ancora ben poco mobilio. Busso, chiedo permesso, ma nessuno mi risponde entro, seguo il rumore del martello che picchia contro qualcosa e mi ritrovo davanti ad una scala, vicino ad una finestra in cima un uomo poco più di 30 anni, 12 meno di me praticamente ha uno sguardo che va oltre al semplice guardare sento che mi scruta dalla punta dei capelli sino a quella delle scarpe e dopo un brevissimo silenzio ovviamente mi chiede "cosa cerco o desidero" me lo chiede con tono malizioso, potrei rispondere maliziosamente, ma scelgo di lasciar stare e passare al vero motivo che mi ha spinta ad entrare in casa sua. 
Sono la sua vicina, ho sentito dei rumori e ho pensato di chiederle se "può prestarmi 5 minuti il martello?" "dovrei mettere qualche quadro e andare a comprare un utensile per soli due secondi mi scoccia, sono scortese se approfitto?" "Direi parecchio!" Rimasi fredda ad osservarlo, ma quando lo vidi sorridere mi accorsi di quanto fossi in realtà permalosa. "Non voglio sembrarle chi non sono, in cambio le offro un caffè, vuole?" Scese le scale e prese ad incamminarsi silenzioso verso la porta "Che fa? non mi offre più il caffè? ritratta???" Divertita corsi verso di lui "Certo certo, andiamo!"
Aprendo la porta senti i suoi occhi percorrere la mia schiena, il mio culo, e le mie gambe. Lo sentì così forte che per un solo attimo provai persino imbarazzo, accesi la luce dell'ingresso, spalancai la porta lanciando come ogni sera le scarpe lontane e lo invitai ad andare in cucina ed aspettarmi, non ho mai sopporto di restare vestita rientrando, corsi quindi a togliermi gonna e camicia, per poi ripresentarmi avvolta da un solo kimono di raso nero e scalza: "Che ne dice se mentre faccio il caffè, metto i chiodi?"
Mi passò il martello... allungai la mano per prenderlo e lui diede un lieve strattone lo fissai dentro gli occhi, quasi a chiedergli a che gioco giocasse. Poi strattonai il manico e con il martello tra le mani andai verso la parete. I suoi occhi continuarono a guardare ogni mio movimento sino a procurarmi una certa eccitazione... eccitazione che non riuscivo a nascondere visto il tessuto sottile del kimono, non potevo restare a lungo rivolta verso il muro, mi rigirai cercando di fare l'indifferente, ma ritrovai ad attendermi il suo sguardo tra i seni, quasi come se fosse stato certo di vedere i miei capezzoli così attenti e prepotenti per lui.
La moka prese a borbottare, l’odore del caffè si mescolò al mio e suo odore: "Ecco qui !!" Misi il vassoio con due tazzine, lo zucchero ed il martello tra noi sul tavolo e aggiunsi "io comunque sono la sua vicina Lucrezia, piacere!" Si alzò dandomi la mano "Piacere mio, io sono Lele"
Prese il caffè sottolineando che aveva fretta, e aggiunse che se lo incontravo con la sua donna sulle scale avrebbe preferito non farle capire che ci si conosceva, perché gelosa. Gelosa? E di cosa? Di un martello e un caffè! O no! È che lei... mi conosce ed è gelosa. Non credevo alle mie orecchie, pensai che era un vero presuntuoso. E con tono goliardico aggiunsi “ … mamma mia, stai a vedere che ho Rocco Siffredi come vicino e non lo sapevo! Wowwww” sapevo che era pure lui pemaloso, lo si avvertiva a pelle sapevo che lo avrei infastidito, ma mai avrei pensato di sentirlo arrivare contro di me in quel modo, spostò i miei capelli, e prese a baciare il mio collo, le sue mani sui fianchi, mi accarezzano con determinazione ed io mi riscopri a non sapergli dire “di fermarsi” sarei stata ipocrita a dirgli che "non volevo", perché da quando lo avevo visto in realtà non pensavo ad altro e forse eravamo così uguali epidermicamente che era impossibile mentire al richiamo delle nostre voglie, mi ritrovai così a baciarlo con una passione travolgente, quasi morbosa, succhiando le sue labbra, mordicchiando la sua lingua, mentre sentivo il suo sesso duro pigiare contro di me, le sue mani andavano ovunque, le sue unghie rigavano la mia pelle, non si curavano che potessi avere pure io qualcuno di geloso da dover rendere conto, e lo facevano così in modo spudorato che mi era impossibile non percepire che stava dicendomi che mi sentiva sua da sempre …

Cosa mi stava succedendo non lo capivo, era un emozione troppo intensa da descrivere, una passione priva di limiti, dove tutto era concesso e nulla vietato, mi ritrovai perciò sopra e sotto di lui, lo accolsi ovunque senza mai dirgli “no” - “non voglio” - “mi fai male”
la sua prepotenza mi eccitava, in certi momenti desideravo persino aumentasse l’intensità, presi così a sbaciucchiarlo a mo di ventosetta, presi a rigacchiarlo con le unghie sul petto, scendendo gli domandai cosa avrebbe detto la sua detective se ci avesse visti ed evidentemente lo avevo capito benissimo, perché prese con decisione i miei capelli e iniziò a tirarli, quasi come se volesse trascinarmi per tutta la casa, non mi fregava nulla della sua reazione, anzi se devo essere sincera sembrava incitarmi al peggio, nonostante lui fosse violento di suo, era come se volessi capire sin dove volesse o potesse arrivare continuai quindi a dire cose, consapevole che lo avrebbero fatto incazzare sino a quando, mi spinse in ginocchio, prese la mia testa e iniziò a scoparmi la bocca con violenza, la sua eccitazione mi riempiva, spesso il respiro veniva pure meno, ma mai avrei dato a lui la soddisfazione di dirgli basta, tenergli testa era eccitante, e quando lo senti inondarmi del suo sapore la gola, trovai la cosa così intensa da non saper trattenere il mio godere “lo sapevo che eri troia!” mi disse allacciandosi i pantaloni riprese il martello e uscì …
Non rimasi spiazzata dal suo fare, ero sicura avesse agito così, come ero sicura che avrei saputo attendere altri momenti per poi rifarmi viva, momenti che tardarono poco, infatti alcune ore dopo vidi la sua donna entrare in casa, la senti pure godere, per poi poco dopo udirli mentre si salutavano sulla soglia, aspettai di sentire il portone chiudersi, la luce delle scale spegnersi e suonai così alla sua porta certa che avrebbe pensato a tutto, ma non a me lo senti dire "chi è?" diverse volte al citofono, per poi finalmente dare il tiro al portone aspettai due minuti e bussai m'aprì la porta convinto che fossi lei, convinto avesse dimenticato qualcosa e rimase senza parole nel vedere che qualcosa era cambiato ad aver voglia di lui questa volta ero io e senza problemi ero andata a prendermi qualcosa lasciato in sospeso da me ore prima, scopammo tutta la notte, finché stanchi crollammo sul letto a fare all'amore era l’inizio di qualcosa senza fine fatto di lividi sulla pelle e al cuore, fatto di perversioni e sentimenti dove tutto parlava di noi e nulla più avrebbe taciuto.


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photo dal web

Autoscatto


Pensami quando lo farai
pensa a ciò che mi darai...
cogli il calore per farmi arrivare
dammi il ritratto del tuo venire!

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Syliko
photo dal web

Verginità


Una città dove gli uomini, parlando di una vergine
che non lo è più, usano l'espressione "averla data via",
merita di essere rasa al suolo. 

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Karl Kraus
photo dal web

10 giugno 2008

Acquablu


Finalmente è arrivato agosto, io e Lina decidiamo dopo un anno di faticoso lavoro di prenderci un po’ di riposo. Vogliamo qualcosa che ci rilassi veramente, non la solita vacanza… niente figli, niente mariti solo io e lei. Una settimana da dedicare alla cura del corpo e dell'anima (messa a dura prova dalle circostanze).
Faccio un giro su internet e cerco un centro benessere dove prenotare. Per ovvi motivi che non sto qui ad elencare scelgo Bologna... Eccolo qui il centro benessere "Acquablu'", mi sembra invitante. Sul sito dice che... “coperti di un solo telo bianco, ci si prepara ad un viaggio verso se stessi, ad un momento di ascolto profondo del proprio corpo, di abbandono e di meditazione”... Mica male! 
Faccio la mia prenotazione e decidiamo di partire la settimana successiva. Lina è molto entusiasta ed approva subito la scelta. Arriviamo quindi a Bologna di pomeriggio, ci fermiamo giusto il tempo di un caffè e poi di corsa scappiamo a tuffarci in quella atmosfera surreale. Arrivate al centro, tutto sembra perfetto, una ragazza con un camice bianco molto bella ci accompagna in camera e ci descrive il programma, gli orari e le regole che dobbiamo seguire. Lina è stanca vuole riposare io invece, che dormo appena il tempo di far fare al cervello una pennichella, incomincio a curiosare in giro.
Scendo nel piano terra adibito ai massaggi, e guardo gli orari de "massaggio con olio essenziale ore 18". Non voglio perderlo assolutamente, cosi vado a svegliare quella li che, ahimè, non la svegliano nemmeno le cannonate. Scende dal letto finalmente ci prepariamo e scendiamo. Apriamo la porta e due lettini comodi comodi aspettano d'esser provati… manca il massaggiatore però… qualcuno che ci faccia sentire un po’ di quel benessere dimenticato da un pezzo! La porta si apre ed entra un uomo con un camice verde, occhiali da vista mani bellissime portamento elegante... Lina mi lancia un'occhiata meravigliata perché magari s'aspettava una massaggiatrice donna e invece è arrivato lui... sinceramente non mi preoccupo più di tanto e incomincio a cercare di creare un po’ di atmosfera confidenziale...
Lui è discorsivo... si esprime bene insomma... in semplici parole è “bono”! 
- Da chi incominciamo dice? - ehm mi scusi, ribadisco io, quale è il suo nome per favore?
Pietro risponde lui! sistemandosi gli occhiali. 
- Beh faccia lei tanto siamo uguali. Abbiamo riso... e la mia battuta ha smorzato un po’ l'imbarazzo di Lina che uffa, quant'è precisa. Anche prima d'aprir bocca Lina prende le misure, poi la distanza, poi la cerca su Google e, se io avessi avuto il suo carattere, ora non sarei qua a raccontare nulla.
- Bene! Signorina si sdrai a pancia in giù… Gulp! guardava me!... Pietro si tira su le maniche del grembiule, prende un olio dal tavolino, ne mette poche gocce sulle dita e incomincia a massaggiarmi la schiena. Il telo mi copre solo il bacino e le gambe, ho legato i capelli dietro la nuca e trovarmi il collo per lui è un gioco da ragazzi. Ha le mani morbidissime, incomincia a scendere sui fianchi usando dei movimenti che avrebbero rilassato anche un leone. Mi piaceva il tutto, non avevo nessunissima intenzione di muovermi da li e lui sembrava percepisse la mia partecipazione al suo lavoro. Mentre mi massaggia mi chiede "le piace?"...  cosa rispondergli? Si mi piace un sacco... lui s'appoggia con il bacino vicino al lettino e sfiora il mio fianco destro, noto che sta avendo un'erezione e la cosa eccita anche me. Vede che non mi sposto e incomincia a spingere, mischiando il massaggio alla spinta del suo cazzo, grosso, che pulsava contro me. Non ero imbarazzata anzi... giro la testa verso Lina che era sull'altro lettino vicino al mio, e gli faccio l'occhiolino lei capisce il messaggio subliminale e accenna un sorriso...
Lascio fare Pietro, mi piace il tutto e appena mi dice si volti Laura, io mi giro. Lui aspetta che io mi sistemi e con mia meraviglia mi toglie il ferretto che tiene legati i capelli dicendomi... "Lasciali cosi, mi ricordi qualcuno che ho amato tanto..."
Si china e mi bacia le labbra la sua lingua saporita mi lecca il contorno della bocca e la sua mano profumata d'olio di rose scende nella mia fica, infila il dito e incomincia ad accarezzarmi.
Solleva la testa verso Lina e dice sorridendo tra un po’ vengo anche da te o meglio, vieni tu qua insieme a noi sei bella quanto la tua amica ed ora vorrei essere l'uomo dalle mille dita per forgiarvi insieme. Lina lascia l'asciugamano e si siede sul lettino Pietro apre la zip e fa uscire il suo cazzo. Ci guarda leccandosi il pizzetto dicendo..."mmhh voglio scoparvi insieme..."
Siamo a gambe aperte, lui passa nella fica di Lina... le sue leccate diventano intense e profonde e guardarli mi fa' morire d'eccitazione.
Con le mani le apre le labbra e poi passa al clito, lo sistema come i petali di un fiore e lui ora è l'ape che succhia e gusta il prelibato nettare. Dopo, si solleva e si mette tra le mie gambe con il cazzo è tra le mie tette... me le sfrega, le stringe, mentre Lina mette fuori la lingua facendogli capire che ha voglia di prenderlo in bocca. Pietro è nudo con indosso solo il suo camice verde, il suo meraviglioso cazzo spicca eretto e sembra una spada che ci vuole infilzare nella fica. Lina scende dal lettino e gli succhia le palle mentre io mi lecco l'asta… le mani di Pietro ci accarezzano la testa mugolando di piacere e noi, inginocchiate ai suoi piedi, a turno lo seghiamo. Basta dice lui o vi vengo in bocca. Appoggiatevi alla mia scrivania… io salgo su, sposto i suoi registri e mi distendo su a gambe aperte mentre Lina, di culo, gli porge la fica… ma prima entra in me. Sento le sue palle che vogliono arrivarmi dentro e più' spinge più allargo le gambe.
Lina aspetta il suo turno vogliosa... intanto prende dalla scrivania un oggetto e se lo struscia ed infila nella fica bollente... si masturba nell'attesa, si prepara perché Pietro la possa trovare pronta e umida quanto basta. Lui, notata la cosa, prende quel dildo improvvisato e Lina gode, mugola e lui allora alterna il dildo alla lingua. Lei urla di piacere. Pietro è quasi li li per venire... ha il cazzo gonfio e lo infilza dentro Lina. Lei lo sente, duro come non mai, incomincia a stantuffarla. Pietro in quell'istante prova un piacere indescrivibile, un calore che agli arriva fino alla punta del cazzo, un piacere mai provato prima…
Godiamo assieme tutti e tre, se non fosse chiusa quella parte della villa... ci avrebbero ascoltati. Ora siamo un unico corpo, un unico culo. Le spinte di Pietro si amplificano e arrivano al culo e alla fregna di Lina che gode come un'ossessa. Questo è una pomeriggio magico... da ricordare. Io scendo dalla scrivania e mi metto dietro a lui, voglio godere della sua spinta... gli carezzo le palle e, mentre sta per venire, mi giro e mi scopa il culo. Lo infila dentro delicatamente, prima la punta accorgendosi anche che prima di lui nessuno aveva valicato quella parte. Si mette la saliva sulle dita e me le passa sul buchetto... Lina mi aiuta aprendomi pian piano lo sfintere ed eccolo tutto dentro mentre le sue palle mi esplodono tra le cosce turgide, ora ...
Il suo sperma caldo mi cola tra le gambe. Lina, fattasi scaltra, con la lingua lecca le mie cosce e insieme alla mia pelle anche gli umori meravigliosi di Pietro!
Tutto si compie... la scopata è splendida. Esausti e soddisfatti, ci sediamo sul divanetto che e' nell'anticamera. Lina, ancora infojata, si struscia alle spalle di Pietro mentre io gli lecco le labbra e lo ringrazio per la tanta amorevolezza e cura riservataci. Le sue mani sono caldissime e morbide, ora capisco perché son cosi belle. Le sa usare bene e poi, alla delicatezza delle mani, sa aggiungerci quella della mente, ed ecco qua che nasce qualcosa di speciale!

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photo dal web