
Quando l’ho vista la prima volta aveva forse 22, 23 anni. Era la figlia di Filippo, collega di mia moglie, contattata per motivi quasi di lavoro. Era una po’ timida, all'inizio, ma poi aveva sfoderato una sicurezza e una vitalità sorprendenti. Era bionda e bella, ma non mi aveva colpito visceralmente, ero sulla quarantina e non guardavo le ragazzine. Quando l’ho rivista sul lavoro, a distanza di anni, le ho stretto la mano e le ho chiesto come andava a casa, ma non ricordo nemmeno se avesse ancora i capelli biondi. Quando una anno fa si è presentata alla porta del mio ufficio chiedendomi di poter avere alcune informazioni professionali per motivi personali, il suo sorriso mi ha colpito come un pugno in faccia, mi sono alzato e l’ho accompagnata al caffè per poter parlare con tranquillità. Mentre mi spiegava pensavo che il tempo l’aveva fatta più bella. Quanti anni poteva avere? Be’, più di 40 sicuramente, anche se non gliene avrei dati più di 36, 37, ma che importava? Aveva gli occhi profondi, scuri pur se azzurri, le labbra morbide e il corpo minuto infilato in un abito che le accarezzava i fianchi e i seni come avrei voluto fare io. La conversazione era durata poco e se ne era volata via in un momento. Pensavo che non l’avrei rivista se non di sfuggita, o per sbaglio, magari incrociandoci in mensa. Invece da un mese lavoriamo insieme ad un progetto temporaneo ed io mi ritrovo ogni mattina seduto di fronte o accanto a lei, pieno di entusiasmo e spesso emozionato ed eccitato.
Sono proprio diventato vecchio, ma sono anche abbastanza saggio da mantenere il tono tranquillo e vagamente familiare di chi si comporta da “capo”, più che da collega. Lei si presenta visivamente disponibile e alle volte provocante, nell'abbigliamento e nello spirito sempre attento, acuto, confidenziale: tutto in contrasto con la riservatezza che esprime nei contatti diretti con me, che sembra sfuggire, pur dimostrandomi ogni giorno stima e anche simpatia. o sono piacevolmente e serenamente attratto dalla sua vicinanza e dalla sua compagnia, estremamente godibile e divertente, ma seria e decisa quando si tratta di raggiungere un traguardo impegnativo. Domani abbiamo la presentazione del lavoro in direzione; è molto agitata, ma non se ne accorgerà nessuno, come sempre. Mi ha detto solo: “Tu guardami sempre mentre parlo, dai tuoi occhi capirò come sto andando.” Andrà tutto bene, piccola. E’ stata strepitosa, ho fatto bene a lasciare il grosso del discorso a lei, ha sviato il discorso dai temi “a rischio”, mettendo l’accento sui punti di forza che sapevamo imbattibili e che abbiamo costruito insieme e la direzione ha fatto i complimenti a me. Lei è stata controllata fino alla fine del pranzo, poi doveva scappare da sua figlia, ma l’ho rincorsa per complimentarmi, non volevo se ne andasse senza neanche darmi il tempo di dirle quanto fosse stata brava e l’ho fatto con la frase più banale: “Complimenti dottoressa, è stato un successo!”
Mi ha abbracciato e mi ha detto un Grazie appena sussurrato all'orecchio (studiato?), un grazie che mi ha piegato le ginocchia e mi ha lasciato nel piazzale del ristorante come un ebete mentre lei saliva in macchina e se andava. E se anche lei fosse un po’ turbata? E se stesse cercando di sedurmi? Andiamo Giò, hai quasi 64 anni, lei ne ha 46 (ora lo so), non è una ragazzina certo, ma tu è meglio che non pensi a certe cose, ormai potresti pure rischiare di fare una brutta figura… Be’, c’è il Viagra, eventualmente. Ma smettiamola, non pensarci neanche, sei un nonno e ci stai bene nei tuoi panni, sorridi e lascia stare, lei ha un marito e secondo me, pure un amante, visto il numero di SMS e telefonate che riceve in orario di lavoro, o forse ha solo un sacco di amici, be’ simpatica com'è, piace a tutti, soprattutto a me. Andiamo a casa. Domani sera Gala della ditta: sono emozionato come se uscissimo io e lei, invece ci sarà Clara, ci sarà suo marito, ci sarà tutto il mondo, ma lei sarà la più bella. E’ venuta sola, lui è rimasto con la bimba, non ci avevo pensato. Siede al tavolo con noi, sembra divertirsi molto e chiacchiera soprattutto con Clara, affascinata anche lei; mia moglie ride di gusto, non è abituata a compagnie femminili così brillanti, nemmeno io lo ero. All'improvviso provo il desiderio incontrollabile di stare con lei, di non avere più nessuno intorno: c’è troppa gente qui, sono solito avere un rapporto esclusivo con lei, quando siamo insieme l’ufficio è solo nostro e se siamo in riunione, siamo una coppia, siamo uniti dal progetto che rappresentiamo, qui invece ognuno è un cane sciolto e non mi piace, non la sento mia, voglio sentirla mia. Clara aveva detto di non voler far tardi, glielo ricordo e la convinco ad andarcene. Mentre ci avviamo verso casa, mi dice: “Giò, io sono stanca, ma se tu vuoi tornare dopo avermi accompagnata, fai pure, era una così bella serata...” Non mi sembra vero e in un lampo torno là. Mi vede e mi viene incontro sorridendo. Sicura e guardandomi dritto negli occhi mi dice: “Andiamo?” Non apro bocca ed esco con lei... saliamo in auto e parto.
Lei non dice una parola, mi guarda guidare con un’espressione che non so capire, non so che fare, mi batte il cuore all'impazzata e fermo la macchina. Dico: “Isa…” Mi accarezza e mi abbraccia, appoggiando il viso sul mio collo. Mio Dio, pensavo mi baciasse, sono quasi contento non l’abbia fatto, ma mi stringe dolcemente e sento il suo respiro sulla mia nuca. La scosto, la guardo, la sua bocca è già sulla mia, morbida, dischiusa. La mia lingua si insinua cercando la sua, mentre le sue labbra si muovono premendo, allontanandosi, ricercandomi, è come se cercasse di bermi, con gli occhi chiusi, senza quasi respirare.
Sono io senza respiro, mi sembra di non aver mai desiderato una donna così prepotentemente e nello stesso tempo è come se fosse già mia, la sento così tanto, così profondamente che è come se fosse sempre stata fra le mie braccia. Mormora il mio nome risoffiandomelo in bocca, come se il mio vero io fosse dentro di lei e me lo restituisse per amore. Tienilo con te, piccola, non lo voglio indietro, ti prego no. Ma è troppo tardi, mi allontano, con fermezza, dicendo “Isa no”. Mi guarda incredula, ma sorride dolcemente, forse pensa a un gioco. Cerco di spiegarle che ho la mia vita regolare, che queste cose non fanno più per me, che lei è stupenda e anzi, proprio per questo non voglio, non mi sento forte abbastanza per una storia, perché la nostra non sarebbe un’avventura, lo sappiamo tutti e due, e poi sono un vecchio.
“Tu sei meraviglioso” mi dice e lo dice di nuovo incredula, mi accarezza, mi abbraccia. “Non ti chiedo nulla, ti prego, solo di abbracciarmi. Chiudi gli occhi e stringimi, non mi importa di tutto quello che sta fuori, non lo metteremo in gioco, lascia solo che possa tenerti stretto, che possa sentirmi tra le tue braccia, voglio solo amarti, ti prego, lo vuoi anche tu, lo so, lo so”. Mi odio e odio anche lei che non capisce, che ha ragione, ed è una ragione così diversa dalla mia, possibile che non capisca? Le mie mani la accarezzano e la mia bocca la respinge, finché mi esce un NO, secco, deciso, addolcito subito da un sorriso e una nuova carezza, ma lei ha finalmente capito, si allontana e mormora “Scusa. Portami a casa, per favore” Il tragitto è troppo lungo, ma finalmente arriviamo, lei scende senza guardarmi e io, odiandomi, non ho nulla da dirle. Grazie a Dio è Venerdì, la vedrò solo fra due giorni. E’ Lunedì, sono le 8.15, lei arriverà verso le 9, come sempre. Vado al caffè, non sarò in ufficio quando entrerà. Rientrò ben dopo le 9, alza gli occhi dalla scrivania e mi dice “Ciao”, sorridendo dolce e un po’ triste, mi pare. Attende che mi sieda, poi si alza e va chiudere la porta dell’ufficio e dice, un po’ ironica: “Non preoccuparti, voglio solo parlare. Voglio chiederti scusa per ieri sera, mi sono lasciata andare. Hai ragione tu naturalmente, cerchiamo di dimenticare quello che è successo, non è successo niente infondo. Non ne parliamo più, vuoi?” Mi sento male e riesco solo a dirle “Va bene, Isa, dimentichiamo, ma non dire che non è successo niente: voglio solo vivere quello che sento il più serenamente possibile e ti chiedo di aiutarmi a farlo”. Che discorso di merda! Ma lei dice: “Ok, sì, come vuoi tu”. L’angoscia delle prime settimane si sta stemperando, grazie a lei, soprattutto, che forse sta davvero ritrovando il suo equilibrio ed ha ripreso a scherzare e a sorridermi. Anch'io mi sto riabituando a vederla al telefono o alla tastiera e a non sentirla continuamente fra le mie braccia. Il direttore ci manda in trasferta a Roma 2 giorni, lei ha timidamente cercato di sottrarsi, adducendo responsabilità familiari, Giorgio col suo solito fare allusivo non l’ha costretta, ma ha sottolineato quanto sarebbe importante il suo apporto. Ha ceduto e partiremo domani mattina. In aeroporto c’è di nuovo l’imbarazzo di una volta, ma i disagi del viaggio ci sciolgono, la giornata sarà positiva. Tutto fila liscio e questo ci rinfranca e ci rasserena: dopo la doccia siamo pronti per una rapida cena, niente di speciale naturalmente, poi a letto. Ha fretta di rientrare in albergo e scappare in camera con una “buona notte” ad occhi bassi e un po’ scostante. In camera continuo ad avere il suo viso davanti agli occhi: per forza, la giornata è stata piena di lei, mi succederebbe con qualsiasi altra persona. Telefono a casa per un saluto, ma questo peso sul petto non passa, ho il respiro affannoso, non riesco a star fermo e mi maledico, mi rivesto per uscire un po’, no, ammettilo, ti rivesti per provare a bussare. Sono in corridoio e la chiamo al cellulare: “Dimmi Giò”. “Sono qui davanti alla tua porta” CLICK Apre la porta senza dire una parola, sono io che le prendo le mani e non so più fermarmi, la stringo, le accarezzo i capelli e cerco di spiegarle tutta la mia paura, tutta la mia vita, tutta la fatica fatta per raggiungere la serenità, tutto quello che significa invecchiare in pace, sentirsi più saggi e più forti e scoprirsi invece di colpo più fragili, più vivi, più felici, cerco di spiegarle la fatica di starle vicino senza toccarla e il sollievo di non doverla toccare, cerco di spiegarle le mie giornate, le mie notti, il mio amore. Accoglie le mie parole come una madre col figlio che finalmente ha capito cosa deve fare, mi bacia in fronte e agli angoli delle labbra e mi dice “Lo so lo so. Non voglio essere la tua amante, non mi importa nemmeno di fare l’amore con te, se non toccarsi ti può far sentire più sereno, non ti toccherò, ma lasciati amare, ti prego”.
L’idea di non toccarla è una pugnalata nei lombi che scatena un desiderio inarrestabile e lei lo sapeva. Le mie mani scorrono già sotto la blusa del pigiama (curioso che una donna come lei, sempre sexy e molto femminile, indossi per la notte un pigiamino “dormi e gioca” divertente e ironico) e indugiano sulla schiena mobile e vellutata. Ha la pelle serica, non ho mai accarezzato nulla di più dolce e di più caldo e mentre la bacio e mi bacia con l’incredulità di chi bacia per la prima volta, mi sposto sui seni che accarezzo piano, con timore, perché sono di una bellezza incomparabile: sollevo la maglia, perché voglio vedere quello che il tatto mi ha rivelato: una pienezza solo un poco appesantita, le areole grandi e rosate circondano i capezzoli eretti a chiamarmi ansiosi. Esito e li sfioro appena, sono loro a venirmi incontro e ad accarezzarmi dolcemente la punta delle dita; lei geme e inarca la schiena chiamandomi. Mi piego sul destro, il più grande, e stringo fra le dita l’altro, forte, perché sento che le piace e farei qualsiasi cosa per sentirla nelle mie mani, mia, completamente, assolutamente, pienamente. Mentre mi abbandono sul suo seno, ora mordendo, ora leccando leggermente per aumentare il suo desiderio, faccio scendere lentamente una mano verso il ventre caldo, che sussulta e sembra accompagnarmi là dove mi aspetta. Mi aiuta a togliere i pantaloni e rivela una mutandina di pizzo nero che vorrei strappare, ma che invece circondo leggermente con le dita: ne disegno i contorni mentre i suoi fianchi oscillano cercando le mie mani o il mio corpo. Non so come faccio a resistere, mi sta chiamando, eppure è come un delirio di onnipotenza, mi riscopro uomo e sentire di nuovo una donna abbandonata fra le mie mani mi dà alla testa e vorrei solo vederla impazzire e gridare e dissolversi contro di me. Sapevo di essere ancora virile, con la mia dolce Clara qualche incidente ancora accadeva e ne eravamo felici entrambi, ma questo, questo no, non lo credevo ancora possibile, questa passione, questa emozione, questo uragano e questo orgoglio. Sposto appena le mutandine ed è come se in quell'Eden ci finissi tutto. L’accarezzo dolcemente fuori e dentro, cercando di scoprire dove, cosa e come le piace di più; ogni volta che cambio registro è come se godesse di più ed io mi sto ubriacando del suo piacere; mugola, sospira, sorride e pare anche soffrire un po’, ma ridendo, finché mormora “Ti voglio ti voglio”, ma io, così preso da lei, ho perso la concentrazione, tra l’altro sono ancora vestito e lei comincia a spogliarmi. Mi sorride incoraggiandomi, con gli occhi che brillano e le gote arrossate come una ragazzina di 15 anni, potrei morire per lei adesso.
Non sembra delusa di non trovarmi pronto e mentre la mia mano continua a sfiorarla, lei prende ad accarezzarmi lentamente, prima in alto, poi sempre più ampliamente, seguendo il ritmo della mia mano sul suo sesso, aumentando o rallentando come faccio io con lei, è come se stessimo già facendo l’amore e non tardo a rispondere. Ride felice e non so più se è lei a guidarmi o se sono io a entrare, ma infine sono dentro di lei, perso completamente, senza più pensare, chiedermi, provare, ma seguendola soltanto, o guidandola soltanto, lentamente o con rabbia, distraendomi o lasciandomi sostenere, finché la sua bocca si apre in un OOOOOHHHHHH prolungato, di gola, che poi diventa una supplica: “Ancora ancora ancora” e mi stringe, la sento, se riuscissi a fermarmi basterebbero i suoi sussulti a farmi impazzire, ma non voglio venire con lei, non voglio perdermi neanche un attimo del suo piacere. Ora rallento fino a fermarmi, è completamente abbandonata, la guardo e la bacio e lei spinge ancora, lentamente, ma con decisione, dicendomi “Lasciati andare, scoppia amore, riempimi, avanti dai”. E mi abbandono, a lei, al suo ventre caldo, alla sua voce morbida che dice “ancora, ce n’è ancora, un po’ di più, così, così”. Ho urlato? Credo di sì; se ero io; ma quando riapro gli occhi non sono più sicuro di essere lo stesso di questa mattina; respiro ancora a stento e la guardo, anche lei con gli occhi chiusi, le mani che mi stringono ancora contro di lei, anche gli ultimi spasmi di piacere è come se mi volessero trattenere dentro di lei, risucchiare dentro di lei. Non ti lascio amore, fatti cullare, fatti adorare, riposati, non ti lascio più, sei mia, sei mia.
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