Mi ero preparata esattamente come lui mi aveva chiesto, no, forse come mi aveva ordinato. Perché il suo era un ordine travestito da invito, una richiesta a metà tra il peccaminoso ed il trasgressivo. E io avevo detto di si. Solo un si che aveva il gusto dell’ubbidienza e della sottomissione, un gioco che avevo scoperto con lui e che, mio malgrado, mi attirava ed eccitava. Gli piaceva farsi vedere con me e far vedere sia pur furtivamente, parti di me agli altri che potevano solo guardare, immaginare, sognare ma non toccare. Ero una sua proprietà e questo lo faceva impazzire specie se si pensa che eravamo in una piccola cittadina toscana, quei posti in cui il tempo sembra essersi fermato in attesa di qualcosa che scuotesse il torpore dei vecchietti che giocavano a carte al bar o delle signore noiosamente affacciate alle finestre. Gradiva quel sottile mormorio che accompagnava il rumore dei miei tacchi sull'asfalto e sentire gli occhi puntati su di me o su di lui, come uomo da invidiare. Era certo, lui, di avermi in pugno.
Così, mi ero vestita esattamente come aveva ordinato: scarpe bianche, calze e reggicalze dello stesso colore, tailleur grigio chiaro, gonna corta con spacco inguinale da cui fuoriusciva il pizzo bianco della calza. Sotto la giacca chiusa da un solo bottone, un raffinato reggiseno bianco e nulla più. Il luogo dell’appuntamento era uno dei bar più frequentati della zona. Mentre mi incamminavo sentivo tutti gli sguardi puntati su di me. Ad ogni passo lo spacco si apriva leggermente facendo intravedere per un secondo il pizzo della calza bianca. Occhi… occhi che parlavano di sesso e peccato si stampavano sul mio corpo e sapevo che lui stava guardando, nascosto da qualche parte. Alcuni di quegli occhi erano i suoi. Arrivata al bar mi sedetti fuori, tavolino di ferro battuto nero e sedia di uguale fattura.
Ordinai un caffè e rimasi in attesa che lui arrivasse. A nessuno avrebbe permesso di avvicinarsi. Sapevo che da qualche parte si stava gustando la scena arrapato. Appena vide un uomo che mi stava avvicinando, sbucò da dietro l'angolo del palazzo, mi si avvicinò, mi scostò i lunghi capelli neri e mordendomi il lobo dell’orecchio lo sentii sussurrare:
- Brava la mia bambina...
Poi mi accarezzò la guancia e con un dito percorse le mie labbra leggermente aperte, come se mi stesse mettendo un rossetto.
L’uomo tornò sui suoi passi. Tutto era prevedibile e tutti stavano parlando di noi. Si sedette di fronte a me. Era vestito come sempre in modo impeccabile, ordinò anche lui un caffè e si accese una sigaretta. Poi si sporse verso di me e lasciò la sua mano percorrere la mia gamba fino a fermarsi e giocare con il reggicalze ormai visibile a tutti. Il mormorio divenne sempre più insistente ma sapevo che era musica per le sue orecchie. Giocherellò con il bottone della giacca fino ad aprirlo. Il seno sembrò esplodere insieme all'eccitazione, non solo sua, ma dei molti attenti osservatori.
Lentamente e con finto pudore, mi riabbottonai la giacca.
Pagò il conto, mi prese per mano e insieme ci incamminammo per la strada.
Ancora una volta tutti gli sguardi erano puntati su di noi. Mi era ignota la destinazione ma non il seguito della giornata, non ciò che sarebbe successo, non l’intensità del piacere che avremmo provato.
Mi condusse dentro un casale abbandonato, appena fuori dal paese. Parte del soffitto era crollato e una luce a tratti assente ed a tratti accecante illuminava quel luogo che sapeva di un tempo morto, perso per sempre. Un luogo che sembrava aspettare noi per tornare a vivere. Su di una vecchia cassapanca impolverata mi fece sedere mentre sempre molto lentamente mi toglieva la giacca. Non ero certa che fossimo soli. Molto probabilmente qualcuno ci aveva seguiti perché fin troppo ovvie erano le nostre intenzioni ed era questo che lui voleva. Mi sollevò la gonna con una lentezza snervante ma eccitante al tempo stesso, mi slacciò il reggicalze. Fece scivolare le sue dita dentro il mio perizoma e poi dentro me, con un movimento prima lento e poi sempre più veloce. Ogni mio sospiro, ogni gemito, ogni parola echeggiava tra quelle quattro mura abbandonate. Mi allargò le gambe e attraverso la stoffa dei pantaloni mi fece sentire il suo sesso duro, voglioso, gonfio di desiderio. Lo sfregò a lungo su di me simulando un vero rapporto. Voleva sentirmi gridare e voleva farmi venire prima ancora che tutto iniziasse veramente. Quando sentì il mio grido di piacere e mi vide aggrapparmi a lui allora con la mano mi fu dentro di nuovo. Solo un attimo per poi portarsi le dita alla bocca e leccarle, gustarle come qualcosa di prelibato. Era un modo di portare me dentro lui, di assaggiarmi, di sentire il mio odore e farlo suo, come qualcosa che gli apparteneva e che per sempre avrebbe fiutato e riconosciuto. Solo allora si slacciò i pantaloni con un gesto rapido quanto urgente. Mi fu dentro e mi penetrò con irruenza. Giocava con la mia eccitazione, si ritraeva e poi tornava sapendo quanto tutto questo fosse snervante ed eccitante al tempo stesso, come un giocattolo che si fa vedere ad un bambino e poi gli si sottrae. E io mi sentivo esattamente così, un giocattolo nelle sue mani. Venni più e più volte, tanto da poter dire che non sentivo l’eco dei miei gemiti ed ero certa che il tempo si fosse fermato per sempre.
Continuò così con un ritmo sempre più incalzante, era dentro di me, ad ogni spinta lo sentivo sempre più in profondità mentre mi abbandonavo completamente a lui, ormai senza più forze ma paga di un desiderio che ogni volta si rinnovava in evoluzioni mai pensate prima. Rimanemmo così per un po’, aggrappati l’uno all'altra, madidi di sudore mentre il sole dal soffitto diroccato, illuminava i nostri volti persi nel piacere. Poi sentii da fuori il rumore di qualcuno che si allontanava correndo via. Non eravamo stati soli e lui sicuramente lo sapeva. Sapeva che qualcuno ci avrebbe seguito e che lo avrebbe guardato con invidia. Anche questo faceva parte di quel gioco che gli altri avrebbero chiamato “peccato” e che solo noi potevamo gestire.
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Storydream
photo dal web

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