C’era un pianoforte a coda, nero, lucido come uno specchio a riflettere gli affreschi di quel palazzo d’epoca. Solo quella stanza era immensa quanto una piazza.
Rebecca si aggirò in un misto di meraviglia e stupore mentre il rumore dei suoi tacchi a spillo echeggiava nella sala.
L’avevano mandata a chiamare perché cercavano una professoressa di pianoforte per dare lezioni private al nipote della contessa. Si sarebbe aspettata un’accoglienza diversa, non solo un freddo maggiordomo ad aprirle la porta ma anche qualcuno di casa a darle il benvenuto.
Aveva indossato un tailleur con gonna e giacca gessata, camicetta bianca trasparente, scollatura generosa, calze velate nere con un filo a delineare l’armonica muscolatura delle sue gambe. Scarpe rigorosamente nere lucide. Quasi come quel pianoforte.
Ci si immaginò sopra ad improvvisare una danza sensuale mentre già una musica che solo lei poteva sentire, accompagnava i suoi gesti.
Chiuse gli occhi, poggiò le mani sul pianoforte e mentre sognava lasciò reclinare il capo all'indietro mentre una cascata di riccioli mori ondeggiava sulla sua schiena.
- Benvenuta.
Una voce maschile la fece sussultare, si girò verso la porta e vide un uomo. Alto, ben vestito, occhi color del mare, una voce che le rimase impressa nella mente. Era appoggiato allo stipite della porta, mani in tasca ed un sorriso sornione. L’aveva vista, chissà da quanto tempo la stava spiando!
Si sentì improvvisamente arrabbiata e imbarazzata.
- Mi scusi non l’avevo sentita entrare.
L’uomo non si scompose, rimase in quella posa come se avessero avuto tutto il tempo del mondo per parlare del suo eventuale ruolo in quella casa.
- Oh, sembrava presa da una fantasia o da un sogno, pagherei per sapere a cosa stava pensando.
Rebecca si imbronciò.
- Non si può comprare tutto ma forse lei non lo sa. Piuttosto non ci siamo presentati.
Fu in quell'istante che l’uomo si diresse verso di lei.
E più si avvicinava più Rebecca sentiva batterle il cuore in un’emozione che forse non aveva mai provato prima per uno sconosciuto. Quando le fu vicino abbastanza respirò il suo profumo e per un attimo pensò di svenire.
- Piacere io sono Carlo, il figlio della contessa e il padre di Mattia, il ragazzino cui lei, forse, dovrà insegnare musica.
Allungò la sua mano e Rebecca la strinse. Sentì un fremito correrle lungo la schiena. Ma cosa le stava succedendo? Gli occhi di quell'uomo ora, che era ad un passo da lei, erano terribilmente intriganti... il suo sguardo enigmatico e scaltro.
- Le posso dare del tu Rebecca?
- Si certo.
- Ecco io ho un figlio di 11 anni ed era mia intenzione farlo seguire da un’insegnante di pianoforte. Il suo nome mi è stato fatto da un nostro comune amico.
- Chi?
- Adolfo De Filippis, avete studiato insieme a quanto pare.
- Adolfo le ha fatto il mio nome? Non mi ha detto nulla!
- Ah… Rebecca se io posso darti del tu anche tu devi darmi del tu.
La donna sorrise, reclinò il volto, un boccolo ribelle si nascose proprio nel solco della sua scollatura. Gli occhi dell’uomo seguirono quel cammino discreto e invogliante.
- Vorrei sentirti suonare qualcosa se non ti dispiace.
- Certo.
La donna si sedette e lo spacco della sua gonna lasciò intravedere la balza in pizzo della calza nera e il bottoncino vellutato di un raffinato reggicalze.
Se ne accorse e compiaciuta lasciò perdere, senza minimamente fare il gesto di ricomporsi, in quello che sarebbe stato finto pudore, così come non le sfuggì lo sguardo di lui che si era appoggiato a braccia conserte sul pianoforte, molto vicino a lei.
- Potrei cominciare con un assaggio della “Toccata e fuga in re minore" di J.S.Bach!”
- Ottima scelta direi…
Rebecca cominciò a suonare ed il suo volto si trasformò. Si capiva che la musica era la sua passione, sembrava in estasi, presa dalle note e da ciò che per lei rappresentavano. Non avrebbe mai smesso se Carlo ad un certo punto non le si fosse seduto accanto. Allora lei si fermò e si irrigidì, era come svegliarsi di colpo da un sonno profondo ma in quel caso sembrava aver trovato al suo fianco un sogno ancora mai fatto.
- Scusa Rebecca, eri talmente assorta che non ho potuto fare a meno di sedermi accanto a te… Se vuoi vado via…
La donna cercò di apparire serena e padrona di se stessa ma dubitò della riuscita del suo intento.
- Continua pure Rebecca.
Lei riprese a suonare ma ora c’era qualcosa che la distoglieva dalla sua musica, era un’altra sinfonia che aveva a che fare con il desiderio, con le fantasie, con la voglia che quelle mani sfiorassero le sue, che si insinuassero sotto la sua gonna, che le prendessero il viso per fermarle il respiro in un bacio e che a poco a poco le togliessero i vestiti… Folle pensò! Sono semplicemente folle, cosa mi sta prendendo oggi?
Si interruppe di colpo.
- Scusa Carlo ma credo sia meglio che io vada via, non penso di poter essere l’insegnante di tuo figlio, ecco, io credo che non sia opportuno…
La mano di Carlo strinse forte la sua, poi le prese entrambe e la fece lievemente girare verso di lui.
- Cosa c’è che non va? A me sembri perfetta! Forse troppo perfetta…
Poi, lentamente le si avvicinò e la baciò. Dapprima fu un bacio tenero, dolce. Era come se si stessero assaggiando, assaporando. Poi lui, come se avesse letto nei suoi pensieri, allungò la mano sullo spacco della gonna, prima sfiorò la balza in pizzo della calza, risalì lungo il gancio del reggicalze e quando la sentì fremere del suo stesso piacere, con le dita scostò gli slip e le toccò il clitoride.
In quell'enorme stanza ogni sospiro, ogni urlo sia pur sommesso, veniva amplificato.
E non c’era più bisogno di parole, di cose da dire o da non dire. C’erano i loro corpi che parlavano.
Rebecca rispose con fremente frenesia a quel gesto, mise la mano sulla sua come a voler condividere quel percorso segreto.
Fu un attimo e lui la sollevo per adagiarla sul pianoforte.
Lei sorrise. Ora le sue scarpe laccate di nero e con tacco a spillo erano davvero su quel pianoforte ma mai, mai avrebbe potuto immaginare un simile epilogo.
Si arrese completamente a lui, si lasciò sfilare la gonna gessata e ancora sentì quelle mani invadere la sua intimità sempre con maggiore voracità.
Le tolse gli slip e la leccò mentre i suoi rantoli di piacere echeggiavano nella sala. La gustò come un cibo mai provato, lei inarcò la schiena e in un filo di voce gli disse:
- Ti voglio.
Solo un attimo di sorpresa sfiorò i suoi occhi color del mare. La giacca di lei volò a terra, la camicetta velata lasciò intravedere capezzoli già turgidi che sembravano voler bucare la stoffa del reggiseno. Lui la raggiunse sul pianoforte che rifletteva quei due corpi calamitati da un desiderio improvviso e irrefrenabile.
Lentamente le sbottonò la camicetta e lei stessa la lasciò volteggiare nell'aria con evidente desiderio di volere altro. Si respirava urgenza di godere, di viversi quel piacere, quell'impeto che apparteneva ad entrambi. Ogni forma di autocontrollo era svanita, nessuna razionalità, solo istinto e passione che li portava a cercarsi, trovarsi, aggrapparsi all'altro, toccarsi per esplorare nuovi territori.
Rebecca si sfilò anche il reggiseno mentre lui a poco a poco si spogliava. Voleva sentire il calore della pelle sulla sua, il suo odore ad imprimersi come tatuaggio sul suo corpo.
Si aggrovigliarono senza mai staccarsi e quando lui la penetrò le sembrò di aver aspettato quel momento da sempre.
Forse i loro destini si stavano scrivendo in quell'amplesso.
Il ritmo si fece sempre più incalzante, veloce, audace.
Le sue unghie curate gli lasciarono segni vermigli sulla schiena, come strade mai percorse fino ad allora. Quando lei gridò la sua voce raggiunse ogni angolo della casa, eco di un piacere nuovo che le fece risvegliare il suo vero istinto. Perché sapeva perfettamente che era proprio nell'intimità che riusciva ad essere se stessa, solo allora si lasciava andare completamente, senza vincoli né tabù, senza vergogne ma quasi con la sfrontatezza di mostrare la sua voglia di sentirsi appagata.
E mentre giacevano ancora lì, con respiri affannosi su quel pianoforte, abbracciati e persi ognuno nello sguardo dell’altra, Rebecca sorrise perché pensò che mai nella sua vita aveva suonato una sinfonia più bella e appagante di quella.
Tradurla in musica sarebbe stato interessante ma avrebbe dovuto inventare nuove note e arpeggi mai provati da nessuno.
*
Storydream
photo dal web

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