02 febbraio 2008

L'immaginazione dei sensi


La donna è una creatura che non è sempre facile comprendere perché ama, senza darlo a vedere, lasciarsi interpretare, proprio come un’opera d’arte contemporanea che non vuole essere compresa al volo, con un solo semplice sguardo, ma pretende una lunga e appassionata contemplazione.
Ella adora imbrogliare sempre più il gomitolo di pensieri di chi non si limita ad una superficiale occhiata, ma sceglie, forse involontariamente, di oltrepassare quella linea gialla su cui appare imperiosa la scritta “attention!”, in cerca di… cosa? Una verità? Un senso? Una storia? Una ragione? Qualsiasi cosa sappia razionalmente spiegare ciò che, come una calamita, attira, ma a cui neanche si sa dare un nome, forse… E così, con un ingenuo errore d’infantile curiosità, si entra in una realtà surreale interamente femminile da cui è molto difficile, se non impossibile, tornare indietro, perché la crescente curiosità di scoprire quel fascino misterioso che ivi impera induce ad immergersi sempre più in una spirale ipnotizzante che alle spalle inghiotte la sempre più lontana entrata nonché unica via d’uscita. La scritta “attention” sulla linea gialla sfuma sino a divenire invisibile, tutto si fa buio ed un angosciante silenzio gela il luogo in cui si è stati catapultati… Un sobbalzo: è stata accesa una potente luce che pare indicare la via da seguire. Con passo lento e timidamente silenzioso ci si avvia… D’improvviso qualcosa cambia. Lo sgomento è padrone di quello che era un corpo ma che ora non più si percepisce; non esiste movimento seppur lo si comandi, non esiste suono vocale seppur si pensi di spalancare la bocca in un urlo, non esiste vista seppur vi sia il disperato desiderio di vedere!
Terrore… Passi… dei passi cadenzati inondano l’unico senso che pare appartenere al corpo insensibile o forse inesistente. Il terrore d’un tratto sparisce, regnanti assoluti di quell'unica percezione sono quei passi imperiosi e incredibilmente sicuri che attraggono su di sé ogni attenzione. Essi ricordano un po’ la figura di un’anziana e austera direttrice di una scuola femminile, rigida e impettita nelle sue lustrissime scarpe a tacco largo e basso, uno di quei vecchi modelli in cuoio marrone con la punta arrotondata, sì, proprio quelli…
Persi nel gioco di quell'immagine disegnata nella mente si viene richiamati da altri passi: questi, contrariamente ai primi, sono irregolari e incerti, dubbiosi e impauriti, come se si vergognassero di non saper camminare, se potessero arrossirebbero d’imbarazzo… non ricordano forse una bambina che, nel fiore della sua fanciullezza, desidera sentirsi una donna? Furtivamente avrà rubato delle scarpe della madre nascondendole sotto la grande felpa per portarle in camera sua e provarle. Ha puntato in alto scegliendo le scarpe col tacco più alto e più sottile dell’intera scarpiera, magari volendosi sentire una principessa ad un ballo ma riscoprendosi in realtà solo una bambina impacciata e ridicola… Ma anche questi passi si perdono nel vuoto sostituiti, dopo un attimo di silenzioso panico, da passi soavi perfettamente cadenzati non troppo leggeri ma piacevoli all'udito, carezzevoli per quanto la cadenza sia accentata. Forse appartengono ad una giovane donna che cammina decisa, indirizzata dalla bussola dei suoi stivaletti le cui punte la condurranno verso la sua indipendenza e la realizzazione del sogno a cui si avvicina ad ogni singolo passo.
E’ la nuova donna, quella che si teme ma che si ammira per la sua delicata forza e imperturbabile tenacia. Tornano i tre passi, ordinatamente prima, ma dando poi l’impressione di incrociarsi e intrecciarsi in un confuso gioco d’inseguimenti a cui si aggiungono altri passi diversi e sconosciuti, che si cerca di isolare ed ascoltare ma che si mescolano al marasma di suoni crescenti di numero e d’intensità… è una follia che s’instaura in quel corpo insensibile o inesistente e che miracolosamente lo muove in uno spasmo involontario teso al raggiungimento di almeno uno di quei passi, desideroso di tastarne la consistenza, ma che si risolve in una rovinosa caduta su quello che a tatto sembrerebbe un terreno semplicemente liscio… Pare tornare, nel nuovo smarrimento, quel corpo che si temeva aver perso. Si può nuovamente sentire il calore e il gelo, il morbido e il pietroso e… i lisci capelli che scivolano come sabbia tra le dita in un lento percorso di studio appassionato che si esaurisce giungendo alle punte perfettamente curate e allineate; quanto deve adorare i suoi capelli questa donna… ragazza… bambina? Il pensiero viene trascinato in un tempo in cui una fresca fanciulla amava la lenta e sottile carezza della spazzola che le trasmetteva ogni volta un piacevole brivido, rendendola così incapace di smettere di trasmettere il suo affetto ai propri capelli così come loro, ad ogni spazzolata, lo trasmettevano a lei. Va da sé che la mano s’allunghi nuovamente verso di essi per provare ancora quella piacevole sensazione di fine amore, ma non è certo fine ciò che s’arruffa sotto i polpastrelli in un attorcigliamento insolubile di tanti fili di grosso cotone! Sembra che vogliano legare per sempre a loro la mano che per sbaglio, innocentemente, si è avventurata tra le loro confuse trame. L’immagine di una giovane confusionaria persa in sogni e svariati pensieri predomina sulle altre; odia forse i suoi capelli ma essi sono la sua firma ed il gioco infantile in cui s’immerge per trovare conforto. Si ritrae la mano spontaneamente, non per orrore, bensì per paura di risultare indiscreta ed estranea a quel mondo così privatamente complicato, ma è proprio nel ritrarsi che essa sfiora qualcosa che ricorda il primo dolce tocco... Capelli naturalmente morbidi e lasciati liberi nel loro semplice essere: ribelli e sicuri di sé perché non hanno bisogno di apparire, vogliono essere solo liberi.
E’ la donna che non vuole essere nulla di diverso da ciò che è, la donna che non ama artifici e che apprezza la naturalezza delle cose, la donna i cui capelli liberi sono specchio del suo essere donna semplicemente libera. Nel carezzevole desiderio di immergersi in quel morbido velo mosso dalla pura libertà della brezza trasportata dalla giovane, non ci si rende conto di ciò che andato formandosi attorno: un groviglio dalla perfetta geometria, come la tela di un ragno tessuta con ingegnosa e crudele pazienza al fine di intrappolare la preda ignara che passa di lì per caso. Solo quando capelli della più svariata natura iniziano a stringersi in quello che inizialmente poteva sembrare un affettuoso abbraccio, ma che poi diviene cinghia di possessivo controllo ed infine di vendicativo tentativo di morte, ci si accorge di aver desiderato troppo, conosciuto troppo… Il corpo si scompone in particelle sempre più minute ed insignificanti fino a divenire nuovamente nulla, ma ciò solo dopo aver permesso all'indesiderato visitatore di assistere al suo ennesimo annullamento. Qualcuno concesse la vista forse per intimidire o forse per maggiormente incuriosire… Tutto appare come un imperturbabile foglio bianco fermo nel suo sicuro candore senza nulla temere, neanche quello che potrebbe sembrare inchiostro fine e regolare che non indugia su nessuna sinuosa rotondità che disegna, riuscendo ad ammorbidire anche il punto in cui la fredda secchezza di una linea decisa dovrebbe primeggiare imperiosa; è l’ordinata e chiara calligrafia di una donna padrona della propria mano tanto da lasciarla sfiorare appena il biancore di quell'immenso foglio che mugolerebbe di sottile piacere se solo potesse. È un calmo e uniforme tratto che par esprimere immensa tranquillità nel toccare quel bianco uniforme per colorarlo d’un nero sorriso.
È il ritratto d’una donna composta nella sua spensieratezza, canticchiante un motivetto improvvisato che forse segue il filo di quella melodiosa scrittura in tonalità maggiore; la graziosa figuretta di una piccola e anziana maestra elementare, calma e composta, che lascerebbe un sorrisetto intenerito se solo si possedessero delle labbra con cui modellarlo... ma non arriva neanche a delinearsi nella mente la naturale e morbida incurvatura di un sorriso che immediatamente viene sostituita da una linea piatta di sgomento dinanzi all'ondeggiare del mare grosso di una nuova calligrafia, che tende prima verso destra secondo un moto sconosciuto di una mano mal ferma, per poi ripiegare a sinistra stufatasi di quell'eleganza corsiva propria dell’inclinarsi leggero verso il lato destro del biancore ormai turbato. Quale immagine proietta agli occhi se non quella d’una giovane curiosa intenta a gettare velocemente la neonata conoscenza sul quel malcapitato foglio per poi poter proseguire con altro e altro ancora, senza mai saziarsi e senza curarsi minimamente del disegno finale, godendo invece delle sue linee e rotondità: forse una parola, una frase, un contenuto? Eccola, la belva nel suo continuo cambiar di posizione non riuscendo a trovarne una che acquieti la sua fame; si porta appresso il bianco foglio, succube, e il nero inchiostro, spietato braccio destro, in ogni suo minimo spostamento, perché non può separarsene, non può, il bisogno di imprimere ogni pensiero è straziante…
È nello sfumare di quella scrittura così carica d’emozione che appare una leggerezza pacata e razionale, semplice nella sua chiarezza estrema ma in realtà solo maschera di una complessità impenetrabile. Lei, seduta compostamente alla sua modesta scrivania, è la precisa e attenta studiosa di quella che è la sua ragion vitale; disegna la propria strada con piccoli e omogenei tratti curvilinei rispettosi degli spazi altrui, tratti discreti e silenziosi sicuri della loro meta, imperterriti nel raggiungerla. Pazientemente il tratto s’allunga ad indicare quella che sembrerebbe la strada da seguire, perdendosi però, ad un certo punto, nel nulla del bianco assoluto… s’attende fissando lì dove pochi istanti prima un puntino nero è scomparso, come assorbito, aspettando che qualcosa ancora appaia, qualsiasi cosa, ma nulla… D’improvviso però s’innalza una sinuosa curva danzatrice come un serpente incantato che si lascia ammirare nella sua pericolosa bellezza; pare ammiccare ed invitare a qualcosa di più del semplice ammirare da lontano, ma mentre si dispera cercando un modo per raggiungerla questa pian piano perde colore e consistenza… si assottigliano gli occhi per vederne le ultime particelle mescolarsi al nulla fino a quando per il dolore gli occhi si chiudono: ed è proprio allora che la sensazione della medesima sinuosità giunge tramite una dolce brezza alle narici che accolgono quelle particelle scomparse poco prima alla vista. Un sottile ed invitante profumo, carico di irraggiungibile ed ignota sensualità, rimanda ad una danzatrice dalla calda pelle impregnata di quell'impalpabile essenza che porta il suo nome; penetra nel profondo prepotentemente, insolente, arrivando a bussare a porte interiori finora sconosciute, da cui sfuggono sensazioni libere e desiderose di maggiore libertà proprio come quella danzatrice la cui anima e il cui corpo all'assoluta libertà sono consacrati.
L’energica flessuosità dei suoi movimenti viene imitata alla perfezione dalla scia del suo profumo ammaliante e sfuggente persino a quell'odorato così attento perché incredibilmente affascinato, ma inguaribile perché mai potrà conoscere il mistero padrone di tale sensualità… svanisce lentamente il profumo inebriante allontanandosi verso chissà quale meta o venendo semplicemente assorbito, lasciando comunque una piccolissima macchia che conduce ad un altro profumo più o meno percepibile inizialmente, ma che diviene sempre più penetrante man mano che questo pare avvicinarsi: un profumo indefinibile e sconosciuto, forse un miscuglio di forti aromi naturali involontariamente aspirati e spesso seguiti da un piccolo arricciamento del naso. L’imperiosa figura di un’austera signora impellicciata compare all'improvviso nella mente che trattiene il respiro per quell'attimo di paura, lasciandosi poi andare in un gioco di sguardi curiosi in risposta a quelli della signora che studia circospetta, dalla punta dei capelli all'unghia del ditino del piede, chi osa passarle a poca distanza, cercando di non darlo a vedere, naturalmente. L’aroma diviene tanto forte da quasi soffocare, ma non c’è nulla che possa impedire di percepirlo; non resta che attendere che l’ebbrezza si attenui e che tale profumo svanisca come tutti gli altri, prima o poi. Si ricerca disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi per fuggire da quella morsa velenosa fino a quando un aroma tanto sottile da dubitare della sua esistenza sembra farsi strada cortese e delicato… porta primavera, fiori, freschezza, ma v’è in esso anche un risvolto appena percepibile che suggerisce qualcosa di gustoso seppur infantile: latte caldo… Si delinea la figura di una splendida giovane mamma che culla il suo cucciolo intenta a concedergli la sua linfa vitale a cui il piccolo si aggrappa affannosamente come se da un momento all'altro potesse finire, ma non finirà… Ci si aggrappa a quel profumo materno lasciandosi andare al desiderio di assaporare quel caldo latte appena nato dal vellutato seno, lo si immagina carezzare la gola dove lo si lascia scorrere fino al raggiungimento della dimora accogliente… non si è mai stanchi, si vuole sempre più, ancora, ancora… Si beve insaziabilmente fino al blocco di ogni facoltà. La morbida quiete in cui si è dolcemente caduti impedisce inizialmente di mettere in moto anche il più minuscolo e insulso meccanismo mentale, ci si limita a leccarsi appena quelle che dovrebbero essere labbra ma che, privi di tatto, non si riesce a percepire; su di essere è però rimasto ancora un poco di quel dolce sapore che si rincorre fino all'ultimo debolissimo goccio, dopo di che, con rinnovata curiosità, si attende nella certezza che qualcosa giungerà per lasciarsi assaporare e mettendosi quindi in posa per un nuovo dipinto… si attende, ma invano, perché nulla giunge.
L’unica spiegazione è che quel lieve ricordo di latte caldo non vuole andarsene, oppure lo si trattiene involontariamente in quanto inconsciamente impauriti da ciò che potrebbe accadere distaccandosene? … D’un tratto qualcosa di nuovo sovrasta il dolce ricordo del latte e su di esso ci si arrampica come su una scala che porta dritta all'uscita. Dovrebbe essere un sapore avvolgente e caldo, seppur non si sia in grado di confermare questa ipotesi ingenuamente formulata; è certamente sensuale e conduttore d’altri sapori che si diramano tra il dolce e il leggermene amaro… vino, vino rosso... sì, decisamente sì. L’atmosfera sfumata e ovattata in cui si è immersi affascina la mente che si lascia condurre ed ammaliare non accorgendosi di avvicinarsi sempre più alla perdizione… con pensieri malfermi si riesce ad abbozzare l’immagine di labbra carnose appena colorate dal rosso penetrante di quel vino, sorridono maliziose e soddisfatte, ma perché? Inutile porsi domande a cui mancherebbe una certa risposta, meglio abbandonarsi all'immagine che ora si espande mostrando una figura di una donna seducente e fatale adagiata su qualcosa che pare un divanetto, o una poltrona?
Poco importa; la si vede abbandonarsi a pose ardite e intriganti distendendo nel mentre le morbide labbra in un sorrisetto ambiguo rivolto ad un ipotetico osservatore che non dà prova di esistere. Tiene in mano un bicchiere in cui talvolta affoga lo sguardo come rapita da quel denso rosso quasi palpabile. La si immagina, d’un tratto, socchiudere le labbra in un piccolo risolino che pare crescere ad ogni piccolo sorso sino a diventare una grassa e gustosa risata totalmente incontrollata; il riso è contagioso ed il bisogno di ridere si fa sempre più intollerabile nell'impossibilità di aprire le labbra inesistenti e lasciar liberamente vibrare le corde vocali altrettanto assenti, ma tutto d’improvviso svanisce, si spegne… L’accendersi di un pensiero elementare provoca il risveglio della mente intorpidita e smarrita che s’accorge che nulla è cambiato, che ancora qualcosa deve succedere… è necessario che succeda perché tutto abbia fine, forse. Ancora in stato semi-confusionale si attende senza saper quantificare il tempo che pare infinitamente dilatato al fine di condurre alla disperazione che si vede costretta a graffiare, tentare invano di lacerare le pareti della mente in cui è chiusa senza alcuna possibilità d’uscita; scroscerebbe in lacrime pregando perché l’essere ormai inumano possa tornare completo, urlerebbe perché qualsiasi cosa appaia ad indicargli una via d’uscita, si dimenerebbe in preda alla pura follia pur di ritrovare la normalità perduta… ma nulla accade… l’acido gusto di vino rivoltato e non ben digerito sembra farsi sempre più forte come a voler prepararsi a respingere un altro sapore che potrebbe sbaragliarlo da un momento all’altro… ma ancora nulla accade… il sapore d’acidume non s’arrende convincendosi di poter vincere ogni nemico che tenti di invadere il territorio conquistato, ma si sbaglia… un nuovo sapore, tanto aspro e forte da risvegliare la mente dal suo lungo torpore, si fa strada: ogni facoltà mentale immediatamente tenta di analizzare ogni suo minimo rimando ad altri sapori in quanto esso pare essere totalmente sconosciuto e prima d’ora ignorato, ma pur tanto chiamata e ricercata una qualsiasi conclusione tarda a giungere… Si rimane così ancora nella quasi totale immobilità mentale concentrandosi unicamente sul nuovo ritratto che attira a sé ogni singola forza rimasta perché possa almeno vagamente formarsi, ma nulla… la creazione del ritratto è forse l’unica via di ritorno, ma come creare un’immagine di qualcosa di assolutamente indecifrabile e sconosciuto? Si cerca un aiuto, anche minimo, ed esso non tarda a farsi avanti: una voce riecheggia stridendo nell'udito ritrovato, blaterando confusamente qualcosa a proposito di un veleno… il tempo che si lascia alla mente di elaborare un qualsiasi pensiero a riguardo, anche futile, non basta, perché dell’altro giunge ed è un dolore che contorce ogni muscolo in spasmi isterici, seguito immediatamente dalla vista di una figura completamente nera di cui si distinguono unicamente gli occhi lucenti di follia dinanzi al terrificante spettacolo probabilmente da lei stessa creato… Il desiderio dell’assoluto annullamento dell’essere e delle sue percezioni segue il ritrovamento di ogni senso di cui ci si capacita grazie all'acutezza della straziante tortura che sembra non giungere ad una fine, per quanto agognata… si va mescolando tutto ciò che si riversa sui sensi dell’essere, che appena riesce a distinguerne alcuni… forse una risata, più risate!
Il contorcimento incontrollato del corpo e la tensione innaturale di ogni muscolo, l’aspro odore e sapore che impregna gola e narici e poi nero, solo nero, vasto, infinito, non delineabile… nero… Tutto si è spento… È forse giunta la morte? No, non può essere possibile… morire per aver peccato di troppa curiosità? Questa è la punizione di chi si ferma a contemplare, ammirare, studiare…? La troppa curiosità di conoscere, il desiderio di arrivare a dare una spiegazione al fascino provocato da qualcosa di misteriosamente inspiegabile e irraggiungibile razionalmente ma anche umanamente… questo è il peccato di cui si è responsabili: l’ardita ricerca di una maggiore conoscenza, forse di una spiegazione, di qualcosa che è probabilmente destinato a rimanere circondato dal sottile alone di mistero che è la sua natura, lontano dalla logica spiegazione umana ma splendido in tutte le sue sfumature di colore come un arcobaleno dipinto ad acquarelli nel cielo; tale è la donna che ama essere ammirata, contemplata ma forse non vuole essere studiata in quanto scrigno intoccabile di segreti a lei stessa nascosti, o forse no…


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photo dal web

Tamara de Lempicka


Tamara Rosalia Gurwik- Górska (Varsavia, 16 maggio 1898 – Cuernavaca, 18 marzo 1980) è stata una pittrice polacca appartenente alla corrente dell'Art Déco. A San Pietroburgo conobbe Tadeusz Łempicki, avvocato, che sposò nel 1916. Durante la rivoluzione russa, egli venne arrestato dai bolscevichi e liberato grazie agli sforzi e alle conoscenze della giovane moglie. Nonostante questo Tadeusz si separò da Tamara perché non sopportava la sua vita indipendente e disinibita. Trasferitasi in Francia dopo la rivoluzione comunista, Tamara divenne un personaggio della Parigi "des années folles", come artista e come donna.
In quel senso la sua esistenza fu una perfetta e programmata realizzazione estetica in cui l'arte e la vita vennero declinate secondo istanze di rappresentazione teatrale, quindi artificiali e di pienezza esistenziale, quindi emozionali, che traevanole loro origini sia nell'estetica simbolista e decadente di matrice russa che da quella futurista. I suoi disinvolti amori, maschili e femminili, i suoi atteggiamenti spesso cinici e opportunistici sono la disinibita risposta a quell'incitamento alla ribellione contro le "vecchie e sterili sentimentalità, le gelosie artificiali, il patetico delle separazioni e delle fedeltà eterne".





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Tamara de Lempicka

01 febbraio 2008

Maruzza Musumeci


Quella voce picciotta all’oricchio che gli parlava d’amuri gli faciva asciugare macari il sangue nelle vini. “Ma l’amuri abbisogna sapirlo trattare” proseguì Minica. “Se uno non sapi come si tratta, po’ finiri a aschifio, a schifio grosso, mi spiegai?” Matre santa, che voci che aviva! Gnazio non arriggì cchiù e sent’ ‘na speci di tirrimoto scatinarisi abbascio, dintra ai so cazùna. Sbrogliò. Ma come potiva ‘na vecchia laida fargli ‘st ‘effetto sulamenti parlanno?

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Andrea Camilleri
photo dal web


La confidenza dell'amore



"La fede non è la credulità stupida dell'ignoranza meravigliata, ma è la coscienza e la confidenza dell'amore; il grido della ragione che persiste a negare l'assurdo, anche dinanzi l'incognito. E' un sentimento necessario all'anima, come la respirazione alla vita. E' la dignità del cuore, è la realtà dell'entusiasmo".

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Elifas Levi
fotografia: Dmitry Baranov

La tua nudità


La tua nudità apre la mia,
come una parola
che penetra nel mio cuore,
e ne ascolto le vibrazioni.
Pensieri vicini..
da non riuscire a toccarli,
ma forti da sentirne... la presenza.
Pensieri di luce,
e laddove la luce non illumina,
l’esanime ombra… illumina. 

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Violet
fotografia: Leszek Kowalski

Gli innamorati


Quelli che amano tacciono.
L'amore è il silenzio più fine,
il più tremante, il più insopportabile.
Quelli che amano cercano,
sono quelli che lasciano perdere
sono quelli che cambiano, 
quelli che dimenticano.
Il cuore dice loro che mai troveranno,
non trovano, cercano.
Quelli che amano vanno come pazzi
perché stanno soli, soli, soli,
consegnandosi, offrendosi ogni momento.
Quelli che amano vivono alla giornata, 
non possono fare di più, non sanno.
Sempre stanno andando,
sempre, da qualche parte.
Aspettano,
non aspettano nulla, ma aspettano.
Quelli che amano sono l'idra del racconto.
Quelli che amano sono pazzi. 
Quelli che amano giocano ad afferrare l'acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.
Giocano al lungo, al gioco dell'amore.
Nessuno si può rassegnare.
Dicono che nessuno si può rassegnare.
Quelli che amano 
si vergognano di qualsiasi conformismo.
Quelli che amano cantano tra le labbra
una canzone mai appresa,
e se ne vanno piangendo, piangendo,
la bellissima vita.

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Jaime Sabines
fotografia: Dasha & Mari

31 gennaio 2008

Not so bad


Tre ore di lezione in un'aula al profumo di stalla si curano solo con un po' di shopping. Cammino scoperta e ancheggiante sotto i portici tra sguardi ammirati e infastiditi, e ogni colpo dei tacchi sottili sul pavé risuona come un richiamo che solletica le voglie dei passanti. Una ragazza mi osserva, tira una gomitata al fidanzato fisso sulla mia scollatura e mi fulmina in un'occhiata... lo so cosa pensa e ha ragione... le sorrido e passo oltre.
Una voce mi chiama attirando la mia attenzione sul mucchietto di ossa e griffe che mi raggiunge correndo. Elisa mi saluta con un bacio sulle labbra. E' ancora più magra dell'ultima volta e s'intravedono le occhiaie sotto il trucco e le lenti colorate, ma ai maschietti piace così. Tanto ricca e tanto snob da diventare preda desiderata.
M'invita pigolando alla sua festa di compleanno chiedendo perché non le ho ancora risposto alla mail di qualche giorno fa. Invece d'inventare una scusa rispondo che avevo altro da fare, e che non so se andrò. "Ma non puoi non esserci!" fa il broncio come una bambina maliziosa e mi dice che ci verrà anche Jack. Lo so che non è vero, Jack se le scopa le figlie di papà ma sono amplessi che odorano di rivalsa e di odio. Amplessi violenti che ho imparato ad amare anch'io... se volete un giorno vi racconterò.
Mentre Elisa parla inutilmente entriamo in un locale modaiolo per l'aperitivo... decine di corpi curati e vestiti firmati. Ordino un Mojito, lei un Martini Bianco liscio... roba da sturarci i lavandini per una come lei che non toccherà cibo o che vomiterà tutto. Ma ognuno sceglie la propria via verso la distruzione.
Osservo le occhiate di sufficienza che riserva alle cameriere, e ricordo quando quelle occhiate erano rivolte anche a me. Ora mi prega per avermi alla sua festa regalandomi una sensazione di piacere e potere che risveglia i miei appetiti. Ricordo la sua testolina spigolosa fra le mie cosce morbide e rotonde, il suo viso premuto contro la mia micina umida. Seduta sull'alto sgabello, con le gambe in bella mostra sfioro le sue. Pelle contro pelle, carne contro carne (poca la sua). Appoggia una mano sulla mia coscia e io le stuzzico il collo minuto con le unghie. Salgo dietro l'orecchio poi scendo verso il seno minuto e vedo la stoffa che si tende sotto la spinta dei capezzoli. Mi racconta che la villa dei suoi è troppo lontana dall'università così ora sta in un appartamento lì vicino che divide con Manu, l'amichetta del cuore che purtroppo è a lezione. "Certo, così abbiamo una nostra indipendenza." A casa invece... La interrompo e le dico mentendo che forse alla festa ci andrò, ma che ora sarei contenta di vedere l'appartamentino nuovo.
Le s'illumina lo sguardo e in un attimo siamo fuori. Cinque minuti a piedi e raggiungiamo la casa di ringhiera completamente ristrutturata. Saliamo all'ultimo piano ed entriamo nell'ex mansarda trasformata da un certo architetto famoso di cui mi ripete più volte il nome. Apro una finestra facendo volar via un paio di piccioni mentre il sole scende dietro la collina. La piazza e tetti tinteggiati dai colori del tramonto, l'acqua scura del fiume che brilla riflettendo la luce. Sento le dita ossute che mi accarezzano e la lascio fare... mi abbraccia da dietro, si riempie le mani con i seni abbondanti mentre il suo petto quasi piatto preme contro la mia schiena. Si inginocchia senza lasciare la presa. Allargo un po' le gambe e mi piego appoggiando i gomiti al davanzale. Sento i baci che partono dai piedi, la sua lingua tra le dita e i laccetti dei sandali, poi più su, lungo le gambe lisce e nude. Contemplo il panorama, osservo la gente in piazza senza degnare lei di uno sguardo. Allargo ancora un po' le gambe per incitarla a continuare. Le sue mani risalgono accarezzandomi le cosce e scivolando sotto il vestitino. Massaggia la mia micina coperta dalla stoffa del perizoma umido, poi lo prende e lo fa scivolare via, alzo un piede, poi l'altro per facilitarle il compito, non sono certo così cattiva come sembra. Riprende a massaggiarmela sistemandosi sotto di me. Comincia a leccare da brava cucciola. La lingua gioca con le grandi labbra, ne segue i contorni regalandomi piccoli brividi di piacere, brevi scosse veloci. Si sofferma sul clitoride, mi circonda le cosce con le braccia aggrappandosi al mio sedere e avvicinandosi ancora di più. Svetto sui tacchi alti, piena nelle mie forme. Eli lecca avida il mio piacere, il miele di cui vuole cibarsi. Labbra contro labbra come in un bacio, infila la linguetta lunga nella bocca della mia micia. Sento il piacere che sale, il brivido fisico della sua lingua che mi stimola e il voluttuoso piacere di usare come un giocattolo una ragazza che un tempo mi disprezzava. Sente il mio respiro accelerato e si getta con più foga contro l'oggetto del suo desiderio. La lingua veloce e nervosa in un ritmo incalzante e regolare, le braccia sottili stringono più forte, le mani si avvinghiano alla mia carne e le dita segnano la pelle. Ad ogni mia contrazione, ad ogni gemito risponde con un mugolio disperato e avido. Sento le gambe che mi si piegano molli, m'irrigidisco per non cadere e un caldo orgasmo si protrae sotto la sua insistente voracità mentre il mio piacere cola nella sua bocca. So che nell'ultima luce qualcuno potrebbe vedere la mia faccia sudata in una maschera di piacere e che dalle altre finestre aperte qualcuno ascolterà i miei gemiti confusi nel rumore del traffico. Mi stacco dal davanzale, le premo la testa contro il mio corpo, e tremante mi sciolgo in un ultimo piacere liberatorio.

*
Mademoiselle Satin
photo dal web



Io ti amo


Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l' universo.

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l' incanto
di un tuo solo sguardo. 

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni. 

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi.
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta...
vaffanculo! 

*
Stefano Benni
fotografia: Fiona foto

Il cielo sopra


Il cielo sopra le nostre case unisce le distanze, annega fiumi di parole alle quali pongo ascolto; e guardo e miro e ammiro il mondo. Il cielo sopra le nuvole separa regioni confonde la neve con il sole, sono immagini; e penso e sogno e mi giro tutto il mondo. Il cielo sopra le nostre case è di un azzurro intenso o forse è nuvoloso, io non so vederlo; dipende dalle nebbie che conducono i nostri occhi. Il cielo sopra le nuvole è bianco e nero non è chiaro avvolto dal mistero; razzismi e influenze nemici di comune idee. Io ammiro questa luce che si muove inquieta dalla costa frastagliata fino alla Torre di Pisa. Ti avverto oh luce tu parabolica ove in un luogo ove in un altro; e penso e sogno le sue stagioni o anni appena sorti a quelli passati nella mia terra di calore e guardo e miro le primavere o estati appena colte che vivere si sentono sino al Vecchio Ponte. Potessi catturare quest'aria... sei la mia gente petulante e smorfiosa; oh cielo tu soffochi ridendomi. L’aria che respiro è la mia casa soffocante e accogliente; il cielo oggi ride sofferente. Allora volgo ai bei tramonti disto dalle albe e la smania di gridare, e l'eco che si perde tra le mura di palazzi erti e i panni stesi,i cani televisioni accese pianti di bambini,poi silenzi. E allora mi perdo fra i tramonti e le albe e la voglia di volare, e il suo soffio si confonde con le pietre assolate e ardenti e le grida, le mura, i prati freschi, le campagne, inondate di luce e verdi; tutto mi confonde mentre anche questo giorno spira con forza leggera e la terra sospira. Tutto è nuvola mentre muore il giorno con vento severo mentre la mia terra spira. Il cielo sopra le nostre case è un siparietto danzante, palco di speranze e sogni e fiumi di pensieri; Principesse di creta sono anime in ascolto coinvolte in un volo più grande di loro: e guardano e mirano e ammirano il mondo. Il cielo sopra le nuvole è un angolo di tanti angoli teatro di sospiri e mutismi di belle speranze; siamo Principesse nere turbini di neve valanghe di voli di presagi: e pensano e sognano e girano tutto il mondo. Come Principesse di creta anche noi abbiam volato travolte da un sogno in un canto agitato. Come Principesse bianche anche noi vogliam esserlo sofferte da un sogno ancor più' soffocato.

*
SparklingDiamond & DeaChiara
fotografia: Alexander Margolin

La strega di Portobello


"... Per vergare una semplice lettera dobbiamo riversare in essa tutta la forza che contiene, come se ne scolpissimo il significato. In questo modo, nei testi sacri, è rintracciabile l'anima dell'uomo che servì da strumento per divulgarli al mondo... comunque non riguarda solo i testi sacri, ma ogni cosa che trasportiamo sulla carta. Perché la mano che traccia un segno riflette l'anima di chi scrive... La penna con cui stai scrivendo questi versi è solo uno strumento: non ha alcuna coscienza, segue la volontà di chi la impugna. Ed in questo assomiglia molto a ciò che chiamiamo "vita". Tanti uomini si trovano sulla terra solo per ricoprire un ruolo, ma non capiscono che esiste una Mano Invisibile che li guida. In questo momento, nelle tue mani, nella penna che traccia lettere risiede ogni intenzione della tua anima. Voglio che tu comprenda l'importanza di ciò".


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Paulo Coelho
fotografia: Anna Grigorenko

Il vero senso delle parole



AMICO: dicesi della persona di sesso maschile in possesso di quel "certo non so che" che cancella qualsiasi velleità di andare a letto con lui.

AMICA: dicesi della persona di sesso femminile in possesso di quel "certo non so che" che ti fa venire una voglia pazzesca di andare a letto con lei.

AMORE: parola di cinque lettere, tre vocali, due consonanti e due idioti.

ARCHITETTO: dicesi di un tipo che non è sufficientemente macho per essere ingegnere, né abbastanza finocchio per essere stilista.

AUTORITA': colui che arriva dopo la battaglia e prende a calci i feriti.

BALLARE: è la frustrazione verticale di un desiderio orizzontale.

BANCHIERE: è un tipo che ti presta l'ombrello quando c'è un sole splendente e lo reclama quando inizia a piovere.

BOY SCOUT: un bambino vestito da coglione comandato da un coglione vestito da bambino.
CALCIO: è ciò con cui si sposano tutte le donne senza saperlo.

CONSULENTE: è uno che ti prende l'orologio dal polso, ti dice l'ora e si fa pagare la prestazione.
DIPLOMATICO: è chi ti dice di andare a fare in culo in modo tale che non vedi l'ora di iniziare il viaggio.

ECONOMISTA: è un esperto che saprà domani perché ciò che ha predetto ieri non è successo oggi.

ETERNITA': lasso di tempo che trascorre da quando hai finito a quando l'hai riaccompagnata a casa.

FACILE: dicesi della donna che ha la moralità sessuale di un uomo.

FISICO QUANTICO: è un uomo cieco in una stanza buia che cerca un gatto nero. Che non c'è.
HARDWARE: parte del computer che riceve i colpi quando si pianta il software.

IMPAZIENZA: aspettare in fretta.

INCRESCIOSO: uomo con un'erezione che cammina contro il muro e la prima cosa con cui lo tocca è il naso.

INDIFFERENZA: atteggiamento assunto da una donna nei confronti di un uomo che non le interessa, interpretato dall'uomo come "sta facendo la difficile".

INFLAZIONE: è dover vivere pagando i prezzi dell'anno prossimo con lo stipendio dell'anno scorso.

INTELLETTUALE: individuo capace di pensare per più di due ore a qualcosa che non sia il sesso.
INTER-VISTA: ciò che si vede tra le gambe dell'intervistata.

LAVORO DI SQUADRA: possibilità di addossare la colpa agli altri.

LINGUA: organo sessuale che certi degenerati usano per parlare.

MAL DI TESTA: anticoncezionale più usato dalla donna degli anni 90.

MONOGAMO: poligamo represso.

NANOSECONDO: frazione di tempo che trascorre tra l'accendersi della luce verde del semaforo e il suono del clacson dell'automobile dietro a noi.

NINFOMANE: termine con il quale un uomo definisce una donna che ha voglia di fare sesso più spesso di lui.

PESSIMISTA: ottimista con esperienza.

PRETE:persona che tutti chiamano padre eccetto i suoi figli, che lo chiamano zio.

PROGRAMMATORE: è colui che ti risolve in modo incomprensibile un problema che non sapevi di avere.

PSICOLOGO: è colui che guarda tutti gli altri quando una bella donna entra nella stanza.

STATISTICO: è qualcuno di abile con i numeri ma che non ha sufficiente personalità per essere ingegnere.

TENDERE A (S)TENDERE: trovarsi davvero sul punto di appendere la biancheria, ma senza arrivare a farlo.

UROLOGO: è il medico che ti guarda l'uccello con disprezzo, te lo tocca con disgusto e ti passa la parcella come se te lo avesse soddisfatto.


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Anonimo
photo dal web



30 gennaio 2008

Aforisma


Non è vero che i mariti, appena vedono una bella donna, 
dimenticano di essere sposati. Al contrario... 
proprio in quei momenti se lo ricordano dolorosamente.


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Mark Twain
fotografia: His object od Desire model

La modella non è un manichino


Edward J. Steichen (Bivange, 27 marzo 1879 – West Redding, 25 marzo 1973) fotografo e pittore statunitense, nasce a Bivange, in Lussemburgo. La sua famiglia emigra negli Stati Uniti d'America nel 1881, diventa cittadino statunitense nel 1900. Si impone come un pittore di belle arti all'inizio del ventesimo secolo; assume poi l'approccio di "Pittorialismo nella fotografia", imponendosi tra i migliori grazie alla sua maestria. Tra le tante realizzazioni, Steichen è noto per aver creato "The Family of Man" nel 1955, una esposizione al Museum of Modern Art che consiste di oltre 500 photos che descrivono la vita, l'amore e la morte in 68 paesi.







"la macchina fotografica è un testimone degli oggetti, dei posti e degli eventi... Il processo tecnico serve semplicemente come veicolo di trascrizione e non da arte."


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Edward J. Steichen