La città è vuota a Ferragosto. Tutti sono al mare. Quasi tutti. Io ad esempio sono qua, sotto un sole radioattivo ad aspettare un tram che pur non chiamandosi desiderio si sa far desiderare. Che ci faccio qui? Vago nel mio svago domenicale: la “caccia al tesoro”. Sull'asfalto puoi notarci le formiche, ma di auto neppure l’ombra. Nell'aiuola, su un filo d’erba giallastra e gocciolante pipì di chissà quale randagio, un insetto canta, o almeno ci prova. Non è un grillo e neppure una cicala; sembra anzi uno scarafaggio: è nero, corazzato, lievemente peloso. Lo so, gli scarafaggi non cantano, «è tutta fantasia» come direbbe mia moglie; ma potrebbe anche darsi che lo scarafaggio urbano canti un solo giorno l’anno e sempre a ferragosto. Mi viene in mente che la tele ieri aveva detto di un qualche sciopero; nello stesso istante sbuca dall'angolo il tram, s’avvicina, io faccio un cenno, l’autista mi mostra il dito medio, il mezzo passa e non si ferma. Sciopero dei tram, si direbbe.
La “caccia” oggi non è stata fortunata, sono stanco di vagare, me ne torno a casa, però per far questo dovrò attraversare la città a piedi. Mi butto a testa bassa a seguire i miei passi lungo un viale alberato, passando da un’isola d’ombra ad un’altra, attraversando laghi di bollenti riverberi, sentendo il sole incombere come un implacabile avvoltoio, senza pensare neppure ad un punto d’arrivo. Passa così quasi un’ora e a casa manca ancora parecchio.
Tic tac, tic tac, tic tac… Ecco dei tacchi, una donna, finalmente. È lei ciò che cercavo, è lei il mio tesoro. Davanti a me, svoltando fuori frettolosa da una via laterale, cammina svelta una sagoma femminile. Alzo appena gli occhi, allungo il passo per tenergli dietro. Capelli appena sulle spalle, portamento dritto e disinvolto, gran sedere, fianchi morbidamente oziosi, pelle abbronzata, tesa da un’accennata e godibile opulenza. Alla prima svolta le intravedo il profilo. Seni floridi, lievemente divergenti, genuinamente rilassati. A come vesta, a come sia il suo viso ed a qualunque altra cosa dica di lei la sua persona, fin qui, neppure ho prestato attenzione. Ora m’avvedo della sua eleganza e riflesso in un parabrezza ne scorgo l’aggraziato viso: occhi grandi, labbra curate, trucco malizioso; età fra i quaranta ed i quarantacinque. La signora ora sembra infastidirsi e ancor di più allunga il passo. Io lascio aumentare la distanza fra noi, ma non rinuncio a seguirla. Non mi chiedo dove vada e neppure provo un qualunque imbarazzo per il mio pedinamento: la seguo e basta, pregustando la preda.
Ecco l’imprevisto, entra in un portone. Mi guardo intorno, non c’è anima viva; solo un gatto fa capolino e miagola da sotto un’auto posteggiata. Entro anch'io. L’ombra dell’atrio per qualche istante è un impenetrabile buio, poi lentamente si svela. Lei mi compare lì davanti. Uno sconosciuto, una sconosciuta, una città deserta, l’atrio oscuro di un portone. È il canovaccio per un giallo, per un delitto misterioso o per un morboso e clandestino amplesso.
Lei si alza la gonna. Sotto non porta niente. Si sbottona la camicetta e scopre un candido seno. Si fa all'amore contro il muro, con dolce irruenza, gemendo ma senza dire una parola. Lei geme, poi d’improvviso ha come un brivido, un istantaneo abbandono; ma si ridesta all'istante, mi guarda, si scosta. Un’avventura facile direi. Forse troppo facile.
«Perché hai fatto così in fretta?», le domando accendendomi una sigaretta mentre mi risistemo i pantaloni;
«Perché non ne potevo più. È da stamattina che ti cerco. Non potremmo trovare una soluzione meno assurda?»;
«Forse», mormoro - «Oggi ho girato tutta la città per incrociarti; stavo tornandomene a casa, non t’immagini che sollievo quando mi sono accorta che finalmente mi seguivi». Parla e si controlla i capelli in uno specchietto che ha tirato fuori dalla borsetta. Per un istante la guardo incantato: è così naturale.
«Guarda che bolle che mi sono uscite nei piedi» – continua sfilandosi appena una scarpa e mostrandomi un tallone arrossato e davvero malconcio;
«È stato un caso. Anch'io ti ho cercato dappertutto. Stavolta non speravo di ritrovarti. Stavo per andare verso il parco ma non c’era il tram, così ho preso il viale che costeggia il fiume per rientrare a casa, proprio non pensavo che in extremis…».
«In ogni modo da domani c’è il rientro. Niente più “caccia al tesoro”. E adesso a casa, su, non vedo l’ora di togliermi queste scarpe dai piedi».
Ma io già non l’ascoltavo: «Pensavo ad una storia nuova… ambientata nei campi… sai, dalle parti di zia Genetta: io sono uno che va a caccia, tu sei una contadina vogliosa che vaga per i campi… tu parti dalla rocca della masserizia, io dal bosco dall'altra parte della vallata… »
«E se facessimo che io sono la signorina delle pulizie e tu un ricco prepotente che abusa di me? Ce ne potremmo stare in casa… almeno per una domenica.»
«No, a casa no. Lo sai che mi opprime.»
«Io vorrei sapere quand'è che ti passeranno queste fantasie!»; quasi mi rimprovera come fossi un bambino, ma con un sorriso ed una luce maliziosa che già mi sembra le brilli in fondo al castano degli occhi. È proprio quando mia moglie mi guarda così che m’ispiro.
*
Raffaele Sari
fotografia: Sara Saudkova

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