15 maggio 2020

Cercami



Cercami...
come solo tu sai fare
come bacio sul collo...
come vento sotto la  gonna
Cercami... ovunque
non lasciarmi andare mai
te in me, io in te…
ovunque ci sia un po' di noi.
Guardami dal basso, segui le mie gambe
e raggiungimi la bocca
quella che avvampa e poi  ti chiama.
Cercami comunque
anche quando la mia pelle
ti sembrerà così lontana 
e ne avrai scordato il profumo.
Cercami...
negli stessi occhi tuoi
perché se vivo in te
io saprò non morire mai!

foto dal web

Miele



Lo vidi arrivare da dietro le tendine della cucina... scesi di corsa il vialetto per aprire il cancello... sapevo del suo arrivo e non vedevo l'ora di stringerlo. Il cuore a mille e la pelle che fremeva come non mai era in pieno tumulto... gioia vera!
Lui si ferma davanti alla basculante del garage senza entrarvi... in silenzio scende dalla vettura, mi prende per mano senza rivolgermi parola e mi trascini dentro casa... posate le chiavi sul tavolo mi abbraccia forte. Era eccitato... ed io non trattenni molto la mia le lingue trovatesi all'unisono erano già intrecciate... mi bacia mi succhia, si strofina col suo cazzo già pressante sul vestito...
"Paolo calmati" - gli dico - 
"Questo è niente" - risponde concitato -
Nel mentre mi spingi sul muro vicino la finestra facendoti largo nelle mutandine con le tue dita rovesciandomi una quantità imperiale di baci sul collo.
"Dai Paolo, calmati... abbiamo tutto il tempo che vogliamo, perché questa fretta?"
"Ti ho pensata tutto il viaggio, i tuoi messaggini mi hanno eccitato tantissimo è questo è il risultato... cosa ti aspettavi? Non è fretta, è desiderio portato allo spasmo e ringrazia che non mi sono fermato da Gina a comprare le sigarette..." disse canzonandomi!
"Sei bellissima vestita così! Belle le scarpe rosse, e questo reggicalze nero che ho intravisto appena nelle foto brutte che mi hai mandato ieri, bello anche senza calze"...
Riesco per due minuti a calmarti un poco, così ci sediamo al tavolino e quasi sfinita dalla lotta accavallo le gambe per rilassarmi i muscoli... ma vedo che tu segui le linee delle mie gambe con gli occhi, studi quei tacchi sinuosi con vitale piacere... non ti avevo mai visto cosi eccitato, preso da questa impazienza.
"Vuoi mangiare qualche cosa? Hai sete? Hai voglia di dormire... dai, allora saliamo in camera?"
"No - rispose di getto - voglio star qui in questo angolo di casa vicino al caminetto... è caldo, accogliente, è il posto che ho sognato quando ti vedevo mentre mi chiedevi di scoparti... proprio qui... su questo tavolo".

Senza battere ciglio mi alzai dalla sedia lasciando che dalle mutandine s'alzasse un refolo profumato dei miei umori già in ebollizione alla sola vista di lui... capii così che anche io stavo perdendo il controllo, appoggiai le mani sul tavolo tondo della cucina e vi salii sotto lo sguardo attento di Paolo.
Lasciai cadere i capelli fuori dal tavolo sistemandomi sdraiata proprio davanti ai suoi occhi. Spiandolo di traverso, divaricai appena le cosce, per consentire al suo sguardo un maggiore interesse nella spasmodica ricerca della micia... Paolo era di fronte a me... seduto in fremente attesa degli eventi... si sporse appena dalla sedia allungando la sua mano verso me. Iniziò col a mettermi dentro le sue dita... una per volta, sino ad essere tre, sei... persi il conto. La mia figa era bagnata e calda, sbocciata in bella mostra sulla tavola apparecchiata solo per lui!
Subito dopo, non bastando più le dita a disposizione, si alza e mi sposta lo slip. Con la lingua incomincia a leccarmi la figa sale su fino all'ombelico per poi scendere a succhiare avido i miei umori. Gli afferro la testa portandola verso me mentre lui prima mi succhia il clito poi mi apre le piccole labbra con le dita e ci gioca seguendone i contorni sempre con la lingua.
Gli avvolgo il busto con le gambe stringendogli i tacchi sulla schiena... le scarpe di vernice rossa spiccano sulla sua schiena, sulla camicia bianca che porta ancora addosso appena sbottonata. Urlo appena per il piacere... Paolo ci sa fare, è un maestro nei preliminari sa cosa voglio, sa quello che più mi piace... e si diverte a torturarmi così,
"Aspetta, fammi spogliare, ti prego...
Lui si scosta appena, scendo dal tavolo ed apro lentamente la cerniera la gonna che si sfila, rimango in mutandine e reggicalze... lo prendo per mano e lo porto verso il camino, sul divanetto. Dolcemente mi gira di schiena per avere il mio culo alla sua mercé sollevandomi poi una gamba che appoggia sul cuscino.
"Girati ora e appoggia le tue mani su questo camino... fammi vedere le tue belle unghie rosse sul bianco di questo pietra"
Mi giro sui tacchi e mi metto di culo, di seguito mi slacci il balconcino e con i denti mi mordi il collo. 

"Voglio scoparti cosi... con addosso queste scarpe rosse... rosse come la tua figa che sta esplodendo di umori ed impaziente palpita di desiderio..." - si spoglia anche lui -
"Lasciati la camicia - gli dico - togli solo la cravatta, fallo per me... ora dai fottimi non aspettavo altro" - mugolai con un fil di voce.
Ubbidiente si avvicina con il cazzo che mi punta come un dirigibile dritto e nodoso. Lo strofinò prima nella figa per inumidirlo un poco... già calda e accogliente... poi lo puntò sull'altro buco e pian pianino si fece strada delle mie viscere fino a quando con un colpo secco me lo risucchiai interamente dentro il culo... ora sentivo anche il suo ansimare... 
Iniziò così la danza senza freni, ritmica, aggressiva ma non violenta... entrò ed uscì dentro me molte volte, cambi ritmo ma la spinta rimase sempre quella giusta. Ad un certo punto si fila da dietro e mi prende la figa, cosi bagnata che i miei umori iniziano a colare giù lungo le gambe, poi sulle calze... mi iniziava a piacere assai. Cercai quindi di girarmi per guardarlo negli occhi nel momento del coito, ma lui per nulla turbato mi trattenne..
"Rimani così - mi disse - ti piace vero? ora ti punisco per quanto sei stata monella a farmi arrapare oggi in ufficio".
Mi baci il collo mi mordi continuando a fottermi in quella splendida posizione. 
"Piegata sui tacchi ti arrivo proprio al cazzo, vedi come ti agevolo!?"
"Che troia sei" - fu la sola risposta 
Così continuò ad entrare ed uscire vigoroso... le sue palle mi sbatterono come una bambina da punire... dopo incominciò a strisciarmi le dita sulla schiena ed a mordermi il collo. 
"Mordimi forte Paolo, forte ti prego"... 
"No basta... altrimenti vengono i segni e tuo marito se ne potrebbe accorgere"
"Mi piace invece, su fallo, ti prego..."
Ma continuò perverso a scoparmi da dietro alternando i due buchetti con maestria lasciandomi solo il tempo di un'altro dei miei orgasmi. Uno dei tanti che solo lui riesci a farmi arrivare. Si inginocchiò e mi cominciò a baciare il culo, infilandomi la lingua dentro tutti i buchi, scendendo poi giù fino alle caviglie. A quel punto ero già sprofondata con i gomiti sullo schienale del divano, tenendo la testa riversa dallo sfinire del godimento... si aggrappò con le dita ai miei tacchi portandoli a svettare al lato dei suoi fianchi... inarcai la schiena per agevolare le manovre del suo cazzo oramai irrefrenabile. Il rumore che ascoltai fu quel piacevole sciabordio delle carni senza più vizi ne pudore mentre si sfregano di piacere ed umori alla deriva.
"Ora vieni qua voglio venirti dentro" - disse rigirandomi a sedere.
"Manca poco perché i tuoi umori raggiungano i miei".
"E chi lo dice?" accennò con tono di sfida...
Lo sentivo dal suo ansimare e dal movimento sempre più veloce che ora stava avendo tra le mie gambe... Aprii bene puntando i tacchi sul divano e spingendo il bacino più avanti possibile. Tu entrasti ancora di più, tutto... nella speranza di sentire ogni millimetro di piacere. Con le dita cercai di allargare un poco ancora la mia fica spalancando meglio le labbra mute, oramai quasi allo stremo. Tu ne approfittasti subito per trovare ancora un piccolo posto... Mi penetrò con un desiderio enorme ma dopo un attimo mi sfilò il cazzo dalle gambe per inchinarsi... mi prese il clito ed iniziò a segarlo con le sue labbra... era diventato duro, rosso come un tizzo ed io continuavo a contorcermi sempre più cercando con la mano di scostargli la testa per farlo smettere altrimenti sarei venuta prima. Capì la situazione e si rialzò... in ginocchio prese il suo attrezzo turgido e pulsante tra le mani quasi a farmi vedere l'arma del colpo di grazia... splendido... un cazzo splendido per me... il suo. 
Dopo pochi colpi ancora sentii inondarmi della sua sborra calda... stava venendo... aveva tutti i muscoli del collo tesi. L'abbronzatura della recente vacanza gli donava un qualcosa di ancora più appagante. Mi distrassi un attimo in queste considerazioni quando iniziai a sentire tutto quel seme scivolarmi giù, tracimante sul cuscino, sulla biancheria... 
Non vedendomi venire all'unisono (ero già venuta tre volte), ritrasse il membro continuandomi a scopare con le dita. Vi aggiunsi le mie per raccogliere il liquido suo e portarmelo alle labbra, ma lui continuò ad entrarmi con la sua mano grande e devastante... mi frugò qualche istante appena prima di riuscire a farmi squirtare addosso a lui con le cosce all'aria come una vera troia. Si inginocchiò quindi ad assaggiare anch'egli il mio piacere. Ci baciammo lungamente sfiniti, al tepore del camino acceso...
"Hai un sapore dolce come miele fruttato"
Tu ti chini e prendi un po’ della mia acqua dalle scarpe rosse di vernice... 
"Niente male questo cocktail" - dicesti sorridendo.
Mi lavò in seguito anche le tette con il suo piacere... i capezzoli mi facevano male per quanto mi si erano inturgiditi. Questa dedizione e costanza per i particolari del mio corpo che Paolo aveva, sapeva portarmi in Paradiso... lui era l'unica chiave che riusciva a farmelo spalancare senza troppi bigottismi.
"Hai un sapore buono - fece lui - peccato che mi sento stanco adesso, altrimenti ti scoperei qui, in questo momento, prima di cena"!

*
photo dal web

La musica



E mentre sogno il caldo t’allontana per portarti dentro te
aria oramai sempre più spenta, nessun refolo di vento, se non quello della fantasia. 
Panni stesi dentro al bagno, intimità in mostra per asciugarsi all'afa,
mentre un ventilatore muove i pensieri.
Bella come mai, si siede nella vasca...
le basta poca acqua per bagnarsi lì, dove è già bagnata,
allunga le sue gambe, si guarda, si piace, si osserva, si tocca...
si chiede perché sia sola... poi... poi mi dimentica... va oltre il caldo,
scavalca le proprie fantasie, fa scivolare le sue mani sopra al corpo madido di sudore... si tocca.
In fondo a quella vasca, solo parzialmente coperta di poca acqua,
le mani cercano, trovano, entrano ed è un bagno dentro al bagno,
voglia dentro un’altra voglia, dita che frugano, ansimi,
respiro che si fa sempre più affannoso, occhi chiusi
spalle contro il vecchio intonaco... vola un grido piccolo, sommesso, tenuto a bada.
La radio, spenta, suona una musica che è solo nella sua mente.
Arriva al piacere, si contorce, contrae la sua folle passione, il desiderio, è orgasmo. 
Quella è la vera musica che lei sente... e le fa ballare tutto il corpo, lo fa vibrare, fremere.
Apre poi le affusolate gambe, la mano non indugia... scova, si muove con famelica avidità, geme, urla, tenta di tenere a bada il suo piacere...
la musica è assordante e non riesce, non vuole riuscirci.
Lei si vuole, vuole quell’ orgasmo, vuole sfinirsi, senza più forze, priva d’energie... ed è un attimo in cui, come un vulcano esplode
il suo corpo seminudo in quella poca acqua, annega… ansima, muore e “rimuore”.
Di un piacere finalmente giunto, goduto, afferrato, assaggiato, bevuto, morso...
Poi un silenzio surreale... solo il lento recupero di un respiro a tratti perso. Vita.
Quella vera. Ritrovata in un bagno anonimo, con i panni ad asciugare, una radio spenta ed i suoni della strada che filtrano dai vetri.
Eccola la realtà che ribalta sempre tutte le fantasie.
Dovrebbe sollevarsi e riprendere possesso della sua quotidianità.
Pensa però che non c'è fretta...
che non deve mai esserci fretta per vivere il piacere…
ed è allora che mi ritrova in sogno abbracciata a me
a litigarsi un lembo di lenzuolo ed un guanciale stanco!

Storydream


14 maggio 2020

L’ananas dimenticata



L’ho vista all’improvviso, illuminata da un raggio del sole ormai al tramonto, lì, nel soggiorno ormai deserto, dimenticata da tutti e chissà da quanto tempo. Guardando il suo ciuffo scomposto e incanutito e l’aspetto dimesso, sembrava vecchia, triste e sciupata, ma, avvicinandomi meglio, ho visto che in realtà era ancora bella, ben conservata, ne ho inalato il profumo esotico e ho apprezzato la sua ambrata e lucente coloritura e… l’ho subito desiderata! Non ho esitato, volevo cogliere e assaporare quella piena rigogliosa maturità!

Fissandola con intensità, senza parlare l’ho avvicinata e cingendole i fianchi rotondi e invitanti, l’ho portata con me nell’altra stanza. Mi ha seguito senza fare alcuna resistenza, grata, quasi bramosa, di essere spogliata da quella apparente scorza coriacea con cui il tempo e la solitudine l’avevano imprigionata, e tanto desiderosa di far dono del suo cuore, prezioso come oro e di quel suo corpo appetibile e ricco di promesse, quanto io di riceverlo, scoprirlo e goderne appieno. Giunti nell’altra stanza, al riparo da indiscreti, ho scostato quel ciuffo ribelle che mi impediva di guardarla bene nel profondo. L’ho spogliata per raggiungere l’intimo del suo essere e, mentre la stringevo forte, senza più indugiare ho afferrato il mio arnese già pronto e l’ho guidato verso il centro di quel suo corpo meraviglioso, l’ho penetrata a fondo, ripetutamente, con studiata maestria, assaporando ogni suo umore senza perderne una goccia, godendo con lei del suo accogliermi, del suo aprirsi e del suo donarsi aperta e generosa!

Così, nutrito e dissetato, e lei nuda, quasi distrutta, l’ho adagiata, per immortalarla nel suo splendore, per godere ancora della sua bellezza, per gustarla appieno, per rivoltarla e mordicchiarla gustandola tutta a piene labbra e lambire il massimo della sua succosa dolcezza, celata per troppo tempo! Sento ancora il suo sapore sulle mie labbra martoriate.

Ora vi lascio, devo tornare subito da lei, prima che qualcuno rientri. Lei è di la che mi aspetta, per saziarmi e dissetarmi ancora col suo nettare succoso colmo di dolcezza.

Devo far attenzione, voglio che nessun altro scopra il mio tesoro!




Non solo dobbiamo morire


Non solo dobbiamo morire 
non solo dobbiamo morire,
ma prima di noi
assistiamo alla morte degli altri,
lenta o improvvisa, sempre ingiusta,
infame, orrenda.

Chiarito che contro la morte
nulla possiamo,
non abbiamo altro da fare
che stare attenti e donarci
un attimo di bene, uno alla volta,
uno per noi e uno per gli altri.

Possono essere persone care
o persone sconosciute, poco importa,
quello che conta è rubare il seme del bene
e piantarlo sulle facce della gente.

Franco Arminio




18 gennaio 2018




Guardami ancora,
sorridi se mi pensi,
pensami con le mani
anche se non mi tocchi.
Fino a quando
siamo nel mondo
possiamo parlarci.
Diamoci le parole,
io faccio parole per te
e tu lei fai per me.
Io spavento
Tu malinconia.
Le parole come piccoli
inciampi per frenare
il tempo che va via. 

Franco Arminio



14 maggio 2017

Pezzi di me




Son fatta di
sogni infranti
dettagli inosservati
amori irrisolti
Son fatta di
pianti senza ragione
persone nel cuore
atti impulsivi
Sento la mancanza di
luoghi che non ho conosciuto
esperienze che non ho vissuto
momenti che ho già dimenticato
Sono
amore e affetto costante,
distratta quanto basta
non mi fermo un istante
Già
ho avuto notti insonni
ho perso persone molto care
ho fatto cose non promesse
Molte volte
ho desistito senza tentare
ho pensato a volte di fuggire, per non affrontare
ho sorriso per trattenere il pianto
Sono dispiaciuta
per le cose non cambiate
le amicizie non coltivate
chi ho giudicato
ciò che ho detto
Ho nostalgia
delle persone che ho conosciuto
dei ricordi che ho dimenticato
ed altri che temo di dimenticare,
degli amici che ho perso
Ma continuo a vivere
e imparare.
Martha Medeiros

E poi fate l’amore




E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo
i baci lenti sulla bocca,
sul collo,
sulla pancia,
sulla schiena,
i morsi sulle labbra,
le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.

Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi,
vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento
era stata un po’ sbiadita.

Intendo dita sui corpi,
creare costellazioni,
inalare profumi,
cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano
allo stesso ritmo.

E poi sorrisi,
sinceri dopo un po’
che non lo erano più.

Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.



Alda Merini
- photo Richard Krawiec -

14 novembre 2014

Ma solo pensare a te


Non è una figura che viene 
una nitida traccia. 
È come cadere in un posto 
con un po’ di dolore. 
Tu sei il mio tu più esteso 
deposto sul fondo mio. 
Tu. 
Non c’è un’altra forma del mondo 
che si appoggi al mio cuore 
con quel tocco, quell'orma. 
Tu. 
Tu sei del mondo la più cara 
forma, figura, tu sei il mio essere a casa 
sei casa, letto dove 
questo mio corpo inquieto riposa. 
E senza di te io sono lontana 
non so dire da cosa ma 
lontana, scomoda un poco 
perduta, come malata. 
Un po sporco il mondo lontano da te, 
più nemico, che punge, che 
graffia, sta fuori misura. 
Mio vero tu, mio altro corpo 
mio corpo fra tutti mio 
più vicino corpo, mio corpo destino 
ch'eri fatto 
per l’incastro con questo mio 
essere qui in forma di femmina umana. 
Mio tu. 
Antico suono 
riverberante, antico 
sentirti destino intrecciato 
sentire che sei sempre stato, 
promesso da ere lontane 
da distanze così spaventose 
così avventurose distanze da 
lontananze sacre. 
Tu sei sacro al mio cuore. 
Il mio fuoco 
brucia da sempre col tuo 
il mio fiato. 
Io parlo delle forze — 
di correnti sul fondo del mio lago 
sul fondo del tuo, oscure e potenti, 
più del tempo dure più dello 
spazio larghe, ma sottili 
al nostro sentire, 
afferrate appena 
e poi perdute, nel loro gioco. 
Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo 
prima di questo nome? E ancora 
saremo qualcosa, lo sappiamo e non 
lo sappiamo, con un sentire 
che non è intelligente lavorio cerebrale. 
Nessuna parte di corpo che muore 
nessun pezzo umano, nessun arto, 
nessun flusso di sangue, nessun 
cuore, nessuno, niente che sia 
stretto nel giro del sole, niente 
che sia solo terrestre umano muove 
il tuo cuore al mio, il mio al tuo, 
come fossero due parti di un uno. 
Allora tu sei la mia lezione più grande 
l’insegnamento supremo. 
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste 
l’uno solamente, senza il due”. 


*
Mariangela Gualtieri
fotografia: Rosie Robinson model

08 gennaio 2012

In ascensore


E' una settimana che andando al lavoro incontro un signore che prende l'ascensore con me. Un uomo sulla cinquantina, molto interessante. Ogni volta lo fa apposta o è una coincidenza non capisco, sta di fatto che per sette giorni le nostre risalite in ascensore diventano un po' imbarazzanti. Mi hanno offerto questo lavoro di pulizie da un mese ed io ho accettato anche se non sarà per molto tempo ma serve sempre da arrotondare....

Ogni sera quando ritorno a casa ci penso a quell'incontro casuale e anche se voglio distrarmi il cervello mi fa' vedere quell'uomo che mi guarda con interesse e curiosità.
Questa mattina decido che gli debbo parlare, voglio sapere come si chiama almeno quello! Ed eccomi...arrivo mi avvicino al portone è schiaccio il numero 6 per prendere l'ascensore
Ma da dietro sento delle dita sulle mie... ops! mi scusi anche io vado al sesto... Eccolo ancora lui oggi ha una camicia azzurra e dei pantaloni  scuri, è molto bello ha i capelli brizzolati e una bocca che fa da filo conduttore a tutto...
Ok! rispondo leggermente imbarazzata saliamo
La porta si chiude alle mie spalle e io per smorzare il tono d'imbarazzo gli chiedo
Come si chiama? E' una settimana che facciamo lo stesso tragitto ma non conosco il suo nome
Enrico risponde lui, tendendomi la mano... Io Anna!
Uhmm... bel nome, semplice come il pane, - già, ha ragione penso tra me e me - semplice come il pane ha proprio ragione.. .Sorrido al complimento, e abbasso lo sguardo. Sono attratta da lui, è una calamita che mi pompa sangue.
Ci guardiamo ancora e lui s'avvicina e mi scosta i capelli "sono come il cielo stellato neri neri.."
Mi toglie l'elastico e lo lascia cadere... come sei bella mi dice... e blocca l'ascensore.
Cosa fai ? gli chiedo, potrebbe vederci qualcuno... Non ti preoccupare oggi c'è sciopero generale qua, oggi non verranno nemmeno i portieri tranquilla!
Si avvicina e mi bacia la bocca, la sua lingua calda m'invade di sapore
Io rispondo alla sua voglia e gli prendo la mano
La porto sotto il mio grembiulino bianco da cameriera e lui mi apre la fica con le dita dolcemente
Ci infila le dita e io incomincio a bagnarmi... poi si inginocchia e mi scosta le mutandine ci appoggia la bocca e la sua lingua inizia a penetrarmi, passa al mio clito per farmi eccitare maggiormente mentre succhia i miei umori con un avidità a me nuova.

Sento il tuo odore mi dice, hai un odore particolare e questo mi fa indurire il cazzo...
Mi prende la mano e me la porta sul suo pacco, sembra scoppiare.
Girati mi dice
Ed eccolo li... con in mano l'arma del mio piacere
Sollevo la gonnellina nera e lui s'appoggia a me
Me lo struscia nella fica me lo passa tra le cosce morbido e caldo, ormai sono la sua preda ed io mi apro di più per lasciarlo entrare dentro me.
Iniza a fottermi con passione ed esperienza, sento la sua asta che mi apre e mi denuda l'anima
Continua su e giù ed a ogni spinta lo sento mugolare
Ha le mani sui miei fianchi e mi conduce il ritmo e le spinte
Ti piace ? mi chiede... Si rispondo io, fottimi Enrico! Fa finta che io sia la tua amante la tua donna... ciò che più ti fa venire di piacere.
Vengo basta... inginocchiati...
Apro la mia camicetta lascio uscire il mio seno che turgido abbraccia il suo cazzo
Lo avvolgo con le tette e gli lecco con la lingua le palle.
Sollevo la testa lo voglio vedere in viso, è meraviglioso eccitato, il suo cazzo visto dal basso è ancora più eccitante.
Continuo a succhiarlo con una dolcezza che non avevo mai provato... me lo passo sulla lingua come una bimba che si succhia il suo ciuccio soddisfatta.
Lui ora è il mio lecca lecca, il mio gelatino alla panna e mirtillo.
Il mio reggicalze si sbottona e quel clic lui risponde con la bocca, s'inginocchia anche lui e incomincia a succhiarmi i capezzoli, me li morde, me li lecca, li tocca con le dita come a volerli ricordare, ci gira intorno poi lo stringe tra due dita.
Mmmmmhhh... lo sento far cosi e sorrido
La sua valigetta è li per terra, mi siedo sopra e allargo le gambe.
Poggio i miei tacchi sulle sue spalle e lui incomincia a fottermi cosi
Il suo cazzo mi sfonda, le sue palle sbattono contro le piccole labbra
Si si... gli dico spingilo fino a che puoi e vienimi dentro
Enrico continua e le mie mani nei suoi capelli il mio clito nel suo cazzo
Spinge, esce, poi lecca poi mi bacia le gambe, fino ad arrivare al reggicalze fradicio dei miei umori
Ora voglio finire da dietro girati.. l'ascensore è piccolo e sembra stringerci insieme, mi giro a pecora e lui mi monta da dietro.
Anche nel culo Enrico... ti prego!
Lui non si fa pregare e me lo infila tutto nel buchino, lubrificato dai miei umori, è solo goduria nessun dolore nessun attrito.
Il mio Enrico mi monta... io sono la sua tana calda
Lo sento venirmi dentro, caldo e cremoso!
Il suo seme profuma le mie cosce, io mi volto e lo bacio sugli occhi

Cosa abbiamo fatto Enrico? Lui mi guarda e dice Nulla! Ho visto che eri calda ed ho voluto seguire quel calore che ti trasudava dagli abiti ...
Ora sorride e mi soffia sul viso !! Raffreddati su...!!!!
Non facciamoci notare sarebbe imbarazzante... Andiamo!
L'ascensore riprende la sua corsa, la mia uniforme da inserviente delle pulizie è sgualcita o meglio... sudata, quanto si lavora in questi uffici!!!


*
NeRa
photo dal web

15 ottobre 2011

Inkù-Cina



Sapevo che eri brava cuoca ma mai, eddico “m'hai”, mi sarei aspettato, entrando in cucina di trovare apparecchiato come una volta si faceva... come sapevi fare quando volevi. Ogni oggetto al proprio posto... tu, posata sopra i mobili... tu piatto prelibato... tu coppa di nettari delicati... tu gustoso cibo e piccante condimento... tu ed i tuoi contorni raffinati.... indiscutibile regina della casa, t'eri tramutata in desco e cibo e voglia per qualsivoglia fame... per qualsivoglia appetitoso desiderio. Ancor di più il profumo che permeava in transumanza da quell'esser pronta tra il lavandino e la macchina del gas... un sughetto bollente d’assaggiare, intingendo un bel pezzo di pane dentro cotanta salsa. Avevi fame... ed io non mangiavo più da tanto... forse è proprio questo il vero senso del “prendere qualcuno per la gola”... ma avevi indiscutibilmente fame e si vedeva dalla pelle che cantava ribollendo sopra il sacro fuoco... avevi fame ed erano appena le nove di sera... lo scandivano le tue tornite gambe asserragliate dentro un nero di seppia velato sulle cosce ed agganciato sulla vita da altrettanto adorno. Le tue gambe visibilmente divaricate sull'orario anzidetto, fluivano danzanti da affidabili tacchi ben piantati e che indubbiamente raffinavano la "culi-in-aria" visione. M’avvicinai lentamente per non interrompere quel fremito che ti correva addosso come una corrente a basso voltaggio che ti faceva vibrare in modo appena percettibile ma assai appetibile… e quando finalmente ormeggiai la volitiva mano sul molo morbido della coscia sinistra, la barca mia affondò… nel piacere di quella carne ben frollata… carne stagionata in modo così inimitabile… Doc, Dop, Dopcg... insomma uno bel taglio di scottona della Tolfa o d’altri luoghi… dove ancora pascolano le femmine allo stato brado che più dell’esser munte, amano mungere il maschio loro fino a far uscire “alloro” il latte santo del piacere! Le mani quindi voltarono alla deriva come ragazzini scalmanati all'uscita della scuola riversandosi sopra il campo giochi… avevano bisogno di provare tutto non tanto per divertimento ma quanto per giungere allo sfinimento. La campanella suonava logorroica ed impazzita l’inizio di quella ricreazione che non ti vide mai svestita… il bello era anche mantenerti addosso tutti gli ornamenti che regalavano il gusto pervertito di un sapore indecifrabile... dimenticato o mai assaporato. Mi chinai a bere alla tua fonte calorosa il nettare che naturalmente ti scorreva addosso e che afferiva profumo acre a quell'odore quasi sanguigno di macelleria… le mani mie ora ti stringevano le caviglie mentre le tue s’erano piantate come ventose sopra il mobile per non cascar di sotto… estratta l’arma acuminata che nascondevo sotto la fame, ti ci feci scivolare sopra lentamente… sino a farti trovare in braccio a me… conficcata perfettamente sull'albero della cuccagna... le tue gambe mi cingevano come fa un polipo con il suo scoglio… sentivo la morbida seta delle calze strusciarmi addosso e, carne contro carne, pulsare d’immobile contrazione. Girandomi su me stesso ti lasciai andare sopra al tavolo di altezza più consona a favorire il desco… lì, cominciai come un apri bottiglie, a rigirarti l’arma dentro nella vana speranza di stappare il nodo che mi costringeva da troppo tempo. Sapevo che eri una brava cuoca, ora di più apprezzavo la scottona [altro che cucina esotica o novel cusìn…] il piacere di ricevere piacere… il desiderio d’esser desiderio… la voglia d’esser fame senza mai saziare… “essempre” senza mai dimenticare bon ton e galateo… perché a tavola non si parla con la bocca piena… e tu di me eri ricolma… stemmo in silenzio tutta la serata!
photo dal web

08 ottobre 2011

Fine d'anno


Era la sera di capodanno, feste, cenoni, botti, fuochi d’artificio. L’ultimo giorno di un anno come tanti. Aveva già preparato la tavola con largo anticipo perché poi avrebbe dedicato del tempo a se stessa, un bagno rilassante, la schiuma che le avrebbe coperto la pelle, il suo profumo, le candele ai bordi della vasca. Ah… quanto amava questi momenti in cui si prendeva cura di se stessa. Relax assoluto e benessere. 

Ed ora era proprio nella sua vasca, musica, occhi chiusi, ogni tanto si insaponava una gamba facendola emergere dalla nuvola di schiuma. Sarebbe rimasta lì per sempre. All'improvviso sentì suonare alla porta. Cavolo! Si irrigidì… erano appena le sei… gli ospiti non sarebbero arrivati prima delle nove. Chi poteva essere? Sentì suonare nuovamente con insistenza e la sua collera aumentò. Si sciacquò velocemente, si avvolse nell'accappatoio bianco e andò a controllare. Attraverso lo spioncino lo vide. 
Che ci faceva lì a quell'ora? Era uno degli invitati, erano stati insieme ma pur continuando ad avere una forte attrazione sessuale, erano rimasti solo amici. La vita a volte va così. Ti impone delle scelte e lui aveva scelto. Continuò a suonare e non le andava di aprire così, una vera violazione del suo momento di relax ma i vicini si sarebbero inalberati da tanto fracasso. Aprì la porta e lo fece entrare. 
Gli gridò addosso tutto quello che in anni non gli aveva detto, gli intimò di andare via anzi di non presentarsi neanche per la cena, non era questo il modo di fare irruzione dentro casa sua.  Lui la ascoltò ma più che altro la guardava immaginando e ricordando il suo corpo sotto quell'accappatoio. 


- Ti voglio – furono le sue uniche parole.
Senza spiegazioni, senza cercare di farle capire cosa era successo in quegli anni e a lui , in quel momento. Lei cercò solo di replicare con una determinazione che sentì vacillare. 
In un attimo lui si avvicinò, la baciò prima dolcemente mentre lei cercava falsamente di divincolarsi. Poi i baci divennero sempre più focosi, arditi, pressanti. Sentì che stava slacciando la cinta dell’accappatoio. Fu un attimo e lei lo lasciò fare. 
Nuda si sentì presa tra le sue braccia e portata in camera da letto mentre lui, convulsamente si spogliava. C’era una sorta di urgenza in tutto quello che stava accadendo, come la necessità di recuperare anni di vuoto, di assenza, di voglie represse. 
Le fu addosso in un attimo e cominciò ad accarezzarle i seni, poi scese giù con la bocca, passò la lingua nell'ombelico. Si fermò. La guardò, sembrava in estasi e questo gli piacque.
Continuò a scendere, le allargò le gambe, la leccò, le entrò dentro con la lingua. La sentì pulsare di piacere, era calda, bagnata, ansimante. Poi risalì verso di lei e le fu dentro all'improvviso. 
La cavalcò come se fosse solo istinto, voglia di recuperare il tempo perduto in un ritmo sempre più incalzante. 
Era così piccola tra le sue mani che la certezza di poter disporre di quel corpo a suo piacimento lo eccitò ancor di più. Lo sapeva che questo la mandava in estasi.
Erano passati anni ma la memoria, i ricordi, gli odori, le sensazioni non erano mai stati messi da parte. 
La sentì gemere e poi urlare mentre con le mani afferrava la sua schiena muscolosa. 
La sollevò e con un solo gesto la rivoltò sopra di lui.
Ora era lei che si muoveva sopra, si chinò per fargli prendere in bocca un suo seno e sentì che gli stava mordendo il capezzolo.
Poi si avvicinò all'orecchio, gli sussurrò di chiudere gli occhi.
Lui obbedì. 
Ora era lei a comandare, a condurre il gioco. 
La sentì scendere verso il suo sesso, lo leccò, lo mise in bocca fino a trascinarselo in gola. Continuò a girargli intorno con la lingua mentre con la mano seguiva un ritmo molto conosciuto.
Quando lo sentì ansimare e dire che stava venendo, affondò la bocca seguendo quello stesso ritmo. Bevve tutto il suo sperma, lo degustò come si può fare con un vino pregiato, lo ingoiò fino all'ultima goccia e si leccò le labbra.
Poi sfinita si sdraiò accanto a lui. 
Non sarebbe stato un capodanno come tanti pensò… e rise immaginando gli ospiti che poi sarebbero arrivati… Rise insieme a lui e ancora su di lui. C’era tempo prima della cena e un nuovo anno li stava aspettando.

*
Storydream
photo dal web

06 settembre 2011

Le frasi spezzate


Voglio restare così tra le tue braccia, nelle assonanze di tempo dove il profondo è dentro i tuoi occhi. Respirare dalla tua bocca, in giochi di lingua dove scende l'umore... farsi sapore per acquietare la sete e rubarti il silenzio per farne gemiti di chiaro piacere, mentre mi stringi e mostri ardore. Voglio stare seduta sulle tue gambe in un ritaglio di sogno, dove vorrei che tu oltrepassassi il segno; aspettare il passaggio delle tue mani dove la mia pelle freme di lussuria domata, nell'orgoglio di essere affamata dei tuoi sospiri.

Risalire per prendere fiato mentre tu mi rimandi ancora più in basso, dove miele riempe e trabocca per prenderne a piccole dosi e gustarne il sapore.

Voglio restare così, finché non si acquieta tempesta dopo l'orgasmo, ad ascoltare i battiti forti per poi risalire di nuovo a frugare nella tua bocca. E poi catturare le frasi spezzate mentre apro le gambe e mi pongo poi sulle tue... per farti viaggiare dentro il piacere nella voglia confusa di sbattermi nell'umido ingresso la tua forza di essere maschio.

*
NeRa
photo dal web

24 agosto 2011

Senza una forma


Prendi il mio culo, fammi sentire che sono tua.
controlla tra le mie gambe con le tue dita, bagnale di me e poi prendimi tutta teneramente perché sono già pronta, per te, e tu lo sai.
Piegami sulle tue ginocchia, prenditi cura di me, toccami, fruga la mia fica come se volessi afferrare la mia anima da lì dentro, poi riempimi, lasciami vuota, poi dimmi tutte le cose che stai per farmi e tutte quelle che vuoi che ti faccia.
Fammi diventare senza una forma, solo carne desiderosa e umida.

*
NeRa

photo dal web

19 agosto 2011

Come se nulla fosse


Quell'uomo... Il suo odore non travisato dal bagnoschiuma, la trafigge... Quell'uomo è il capolinea d'un percorso di cui lei stessa era all'oscuro, verso il quale non sapeva di dirigersi. Avverte, Maura, la necessità d'un baluardo di difesa, proprio perché sa d'aver già deciso di lasciarsi così totalmente andare come ad inevitabile stupefacente deriva. È così che mette tra lei e lui un “marito” inesistente, per inventarsi una collocazione, per non svelarsi sola, per non mettere nelle mani di lui una nudità ben oltre il proprio corpo di cui lui potrebbe appropriarsi. S'inventa pratiche praticate con un uomo a cui si dichiara appartenere, abili massaggi che invece sta imparando giusto ora dal contatto col corpo dello sconosciuto, spaventata dal sentirlo come suo da sempre, questo improvviso famigliare lui catapultato nelle sue voglie dimenticate da una dimenticanza.
Si trovavano entrambi su un crinale, in equilibrio tra reale e surreale, ostaggi solamente di se stessi, conniventi a null'altro che ai loro istinti. Lui conosceva il nome di lei. L'aveva letto sul cartellino che ogni elemento del personale dell'albergo portava per obbligo sul petto. Così l'occhio di lui aveva indugiato sul suo seno, non foss'altro che per conferirle un nome. Lei invece non conosceva il suo. Ma aveva immediata mappa della sua schiena, del collo, dei capelli di cui le sue dita andavano a dirimere ineffabili riccioli argentati.
Ancora distante mille miglia dal suo sesso, ad occhi chiusi aveva la certezza che quel suo lui le stava rispondendo con un'erezione ch'era un'aspettativa, un invito, una promessa, un fronte d'attraversare: seguitando ad accarezzarlo, doveva solo prendere una decisione o non prenderne nessuna e lasciar fare alla se stessa che, zitta da tempo, era approdata lì per cantare la propria inedita canzone.
Si lasci andare – disse lei – lasci che sia io ad allentare le sue tensioni… mi lasci godere di questo piacere nuovo assieme a lei…” 
Si sorprese per la propria perentoria sicurezza, che sortì l'effetto che lui su di sé la lasciasse fare.
Maura non fu consapevole di stare esercitando piacere su sé stessa se non quando colse lo sguardo di lui puntato tra le cosce e avvertì un ulteriore guizzo feroce di piacere, una contrazione violenta delle sue carni e si sentì trionfalmente e finalmente viva. Gli occhi avidi di lui sopraffacevano le sue proprie dita con cui si masturbava con un ritmo che era lui ad imporle senza sfiorarla ancora. Era la prima volta che sentiva il proprio piacere dipendente dagli occhi di un uomo che assistevano al suo toccarsi vorticosamente. Lei era i suoi occhi, lui soggiaceva alla cattura. Maura esigeva e basta, senza ritegno alcuno, che lui stesse ad assistere allo spettacolo della sua figa lucida del liquido che la voglia produceva, felice d'esser prolifica d'umori, di constatare di contenerne per quanto a lungo sopiti esageratamente ancora. Già esausta dell'attesa d'essere penetrata in ogni possibile suo dove, a sgomberare limiti, a sfidare checcazzo di confini... Sicuro dell'accesso che a tutta lei avrebbe esercitato a sua volontà. Lei lo voleva solo ingordo.
Porca, aperta, felice, femmina completa, per una porca maledetta volta, per se stessa e per lo sconosciuto la cui fame che veniva da un misterioso lontano voleva solamente per una porca volta soddisfare...
Così, le mani di lei impazzivano sul corpo allibito di lui. Lui rispondeva mansueto, tanto le bastava e tanto fomentava insaziabilmente. 
Ma forte, imperioso s'imponeva il desiderio che lui, meraviglioso maschio fieramente infoiato, finalmente la sopraffacesse...
Si declinò sulla meraviglia della sua erezione, sfregandosi il cazzo ritto tra le tette, concentrata che ad ogni movimento corrispondesse un oceano di piacere conferito a lui e che diventava per osmosi il suo di lei infinito... avanti e indietro, scappellandolo sapientemente senza tregua alcuna e seguendo con la lingua lo sbigottimento del suo glande imperiosamente teso, in sospeso tra l'esigenza d'esploderle sul viso e la voglia di sfondarla introducendolo in tutti gli orifizi pronti e in attesa che lei gli profferiva. 
Lo ebbe, tanto quanto lui fu convinto di possedere lei. S'industriò d'averlo dappertutto, in ogni ingresso, avido ed a farlo avido di monta, istigandolo al prevaricarla, succhiandolo sino all'appropriazione indebita, dandogli la figa, il culo, la bocca da sfamare... Lo fece stupefacente maschio solo suo... 
Come se non dovesse più lasciarlo andare, proprio come di lì a ben poco se ne sarebbe andato.
Ma lei lo ebbe, eccome, tutto suo, così come in questa inaspettata notte è stato per colpa o merito d'un accappatoio dimenticato, per la sapida bugia d'un marito inesistente, algebrica alchimia per cui lei, di questa unica notte possa farne riserva così da viverne per tutti i suoi deserti anni a venire...
I passi di maura lungo il corridoio si stanno allontanando ticchettando un dignitoso cacofonico ritmo orgoglioso, slippini fracichi a momentaneo memento cui domani dedicherà stoico sorriso... Divisa intatta, meraviglia del sintetico: come se nulla fosse, manco la vaga idea d'uno stropiccio.
Lei ce l'ha dentro e addosso, quell'improvviso meraviglioso lui, per un provvisorio unico per sempre. Lui che, tronfio d'aver scippato un tradimento inesistente, ha dato il meglio della mascolinità.
Lei, per parte sua, gli è molto grata ma è sola esattamente come prima.
Com'è che si chiamava, lui?

*
Evaultim@
photo dal web


15 agosto 2011

Continua...


Continua...
a baciarmi cosi' avidamente
affonda la tua lingua in ogni centimetro di me
continua..
soffermati tra le pause delle mie cosce
e saziami la voglia
che di te mi apre.


Continua...
cercami, aspettami, trovami
è così che voglio essere tua
pelle cuore, e fantasia...

*
NeRa
fotografia: Boris Sitnikov








08 luglio 2011

Amica


Alla luce del sole brillava il tuo corpo di cristallo.
Volevo abbracciare in te la vita
guardare negli occhi l'amica di sempre.
Riflettere in solitudine serve a poco.
Ho provato il morso del serpente senza morire,
ma non sopporto la tua notte di oggi.
Cercami, ti prego,
quando senti che la luna rifiuta il cielo
e vedrai che nessuna stella si spegnerà . 

*
fotografia: Brian Duffy

29 giugno 2011

Monello



Sei il mio corpo quando mi tocco
sei la mia mano
quando ti trovo su di me
Sei l'apice del mio piacere
quando chiudo gli occhi
e ricordo il tuo sapore
E ti desidero...
Nella mia mente sei la curva,
che mi rigira e mi inginocchia
trovi l'angolo più' bello
e ti nascondi
nel merletto del mio cuore
Poi mi urli dentro
e scendi giù'
fai tremare i miei tacchi
di quel brivido, che le tue dita hanno trovato.
Inutile negarlo
sei la teoria pura del piacere,
curioso monello,
sai diventare
passione e carne viva.


*
NeRa
photo dal web

13 aprile 2011

La danza della vita


Ci sono passi preparatori per avvicinarsi al punto di potersi aprire alla trasformazione, ma questo non è un processo sequenziale, non è un rituale complicato. Può succedere in un batter d'occhio. Richiede un solo passo, una sola decisione, un solo evento. Quando questo ha luogo, è facile come respirare, semplice come un sorriso; all'improvviso, semplicemente sapete; all'improvviso, sapete ad un livello di certezza che rende impossibile ogni diverso tipo di conoscenza.
I vostri occhi si aprono... per la prima volta vedete cosa c'è oltre la parete della prigione, fate un salto. Saltate nell'ignoto: vivi, svegli, per la prima volta consapevoli di chi veramente siete. Quando sarete pronti a fare questo balzo, lo saprete. Non ci sarà altra scelta. Improvvisamente realizzerete che tutte le paure, i problemi, tutti i dilemmi razionali facevano solamente parte di un sogno, di una finzione che avete ostinatamente continuato a tenere in vita.

*
Barbara K. Carey
fotografia: Stefan Beutler


28 febbraio 2011

Funamboli di vita


Uno dopo l’altro. 
Piccoli passi allineati a seguire un’immaginaria traiettoria, linea di demarcazione salvifica tra il bene e il male, tra se stessa e l’altra se. Si sentiva così. Scissa, divisa, riflessa in uno specchio d’acqua che non la ritraeva. Un passo dopo l’altro lungo il filo di un equilibrio vacillante ed oscillante. Uno dopo l’altro, piedi allineati con cura meticolosa, braccia tese e testa bassa a fissare quel filo, la mente protesa a non perdere la concentrazione per non cadere a terra e forse morire.
Sentiva il cuore pulsarle velocemente nel petto a scandire il ritmo dei suoi passi incerti e poi, poi perdere improvvisamente l’equilibrio e volare giù.
Nessun appiglio a cui sorreggersi, nessuno ad attutire il colpo della caduta, vento tra i capelli e nei vestiti, immagini sconnesse, suoni distanti, il suo corpo che prende velocità e diventa pesante, il suolo che si avvicina, lo schianto lo sente ancora prima di toccare il fondo.
Grida o pensa di farlo ma è un urlo senza voce, bocca aperta a catturare l’ultimo respiro, aria da rubare per sopravvivere. Furto di vita.
Si alza da terra. Il cuore batte all'impazzata, si tocca la fronte madida di sudore e si avvicina allo specchio. Chi è la donna che la sta osservando? 
Gli occhi sono indagatori, accusatori, giudicanti. Spenti come la sua vita, persi come la sua mente. Ansima, perle di sudore le incorniciano un viso emaciato, pallido, arreso, segnato da quel male che non può estirpare, che non riesce a gestire, che non sa controllare. Sta impazzendo? 
Di scatto si gira verso la cucina, apre il cassetto, prende un coltello. La lama d’acciaio le rimanda il bagliore incerto della luna. Inclina il volto per osservare quel luccichio che viene e va, quasi ad ipnotizzarla. Rimane così per tanto tempo, forse per sempre. Ha paura del “sempre”, di tutto ciò che non ha una durata, una data di scadenza perché tutto ha un inizio e una fine. Tutto. Il sempre la spaventa. Il sempre non ha tempo. L’eternità non esiste.

Un rumore la scuote. Si guarda le mani tremanti. Cosa ci fa con un coltello in mano?
Non ricorda. Torna verso la sua camera. Un passo dopo l’altro, funambola sul filo del destino. Il coltello nella mano, lo specchio davanti a se e di nuovo quella donna che la osserva. Ne ha paura, trema, suda, si sente svenire. Poi ecco che la sua rabbia viene improvvisamente fuori, solleva il braccio e con la lama del coltello colpisce lo specchio. Una, due, tre volte. Urla e colpisce. Colpisce ed urla. Vetri in mille pezzi per la stanza, schegge che le si conficcano nella pelle, sangue e lacrime sul corpo. Continua a colpire con veemenza ignara del dolore e delle ferite. E ancora affonda il coltello per uccidere, per uccidersi. Poi si accascia al suolo. Una sottile striscia di sangue traccia il percorso della sua resa sulla parete bianca. Da fuori sente un gran vociare, i vicini hanno chiamato i soccorsi, sente i colpi sulla porta d’ingresso, il suo nome ripetuto all'infinito, un tonfo, la porta che cede, passi veloci nella casa, poi più cauti. Li sente rallentare ad ogni angolo perché ogni angolo nasconde un pericolo. Anche loro hanno paura. Pensa. Velocemente pensa che ha ucciso. Si guarda attorno ma non vede il corpo di quella donna. Eppure l’ha uccisa, il sangue sulle mani non è suo. Afferra di nuovo il coltello, dalla finestra aperta una leggera brezza le scompiglia i capelli, sale sul davanzale.

Strana la città che dorme, il silenzio che la avvolge le fa quasi tenerezza. Immagina che dietro ogni piccola finestra di quell'immensa città c’è una vita, una persona che sogna o forse lotta con i suoi fantasmi. Qualche luce ancora accesa. Sarà una vita insonne. La luna torna ad illuminare il suo coltello.
Eccoli. Sente i passi giungere nella sua stanza. Passi che calpestano mille vetri in frantumi. Uomini che si fermano, la osservano, si guardano.
Hanno paura, lo sente. Hanno paura di non riuscire a salvarla e non sanno che nessuno potrà mai salvarla.  Sente altri uomini scendere di corsa le scale, vogliono cercare di aprire ali sintetiche per attutire la fine del suo volo. Non è stupida lei, forse un po’ folle ma non stupida. Guarda giù. Luci lampeggianti e grande concitazione. Vede illuminarsi piccole finestre, qualcuno si affaccia, qualcuno grida. Qualcuno non sa. Quante vite sta disturbando! Tornate a dormire, voglio dormire anch'io. Poi apre le braccia, passi che avanzano su vetri frantumati, si sente afferrare per una gamba ma è troppo tardi. E’ già in volo. Vento tra i capelli e nei vestiti, immagini sconnesse, suoni distanti, il suolo che si avvicina. Stavolta si che ha perso l’equilibrio, troppo fragile il filo del destino per resistere ai suoi passi incerti. Le ultime immagini che il suo inconscio le regala sono di lei bambina mentre gioca a fare la funambola nel circo del suo piccolo mondo fantastico.

Una linea di gesso sull'asfalto e lei che passo dopo passo cerca di mantenere l’equilibrio. 
Uno dopo l’altro, piedi allineati con cura meticolosa, braccia tese e testa bassa a fissare quel filo, la mente protesa a non perdere la concentrazione per non cadere a terra e forse morire. Uno dopo l’altro rivede tutti i passi della sua vita. Poi nulla più, per sempre.

*
Storydream
fotografia: Guillaume9999