01 luglio 2009

L'attesa



Sono salita come ogni mattina al secondo piano, fa un caldo tremendo e mi sono svegliata con un poco di malessere generale. Cerco le chiavi nella borsa... apro la porta, la casa è sempre vuota, tutti sono al lavoro anche Paolo dovrebbe esser già uscito. Invece con meraviglia noto che la sua giacca è li sul divano. Non ci penso più... mi reco in cucina, cerco i detersivi e l'aspirapolvere per iniziare a lavorare
Riempio un secchio d'acqua dal lavandino, apro le persiane, esco sul balconcino della sala per pulirle le accosto dal di fuori e lascio lo spazio tra una e l'altra per facilitarne la pulizia. Mentre sono quasi a meta' del lavoro sento un rumore provenire dalla camera da letto, guardo bene e dalla persiana semichiusa vedo Paolo... è sceso a prendere qualcosa, senza scarpe, con addosso solo un paio di boxer che addosso gli stanno una meraviglia.
Non mi ha vista, e non sa d'esser osservato. Nel guardarlo mi mordo le labbra e spiarlo mi eccita da pazzi... non l'avevo mai visto cosi'. Lui sempre ben vestito sempre in giacca e cravatta... cosi è più sensuale, più intimo. Di certo una situazione informale di uno che non sa di essere spiato.
Il mio respiro si fa silenzioso e, un po imbarazzata, mi rendo conto di non riuscire a togliergli gli occhi da dosso... qualcosa dentro me mi sta dando un gran calore. Mi scopro con le mutandine bagnate. Lui, nel frattempo, prende un bicchiere e si versa un liquore da bere. Poi, si passa una mano tra i capelli...
Dio! quant'è bello....Voglio ricominciare a respirare, voglio farmi notare... mi piace però tanto anche star li a guardarlo.
Va in bagno togliendosi la camicia nel corridoio, suppongo quindi che stia per farsi una doccia. Lascia la porta socchiusa... sento l'acqua che scorre e decido d 'avvicinarmi di nascosto. Mi decido... entro!
Le vetrate sono appannate e lui non mi vede... è di schiena. Apro lentamente il box della doccia e inizio a toccarlo da dietro, gli carezzo il collo… le spalle ha tutti i capelli bagnati... stranamente non ha una reazione, non si muove, non parla... non mi aspettavo questo ma, è segno che stesse aspettando le mie mani. 
Percorrono ogni centimetro di lui tra la schiuma ed il getto d'acqua... scendo sui glutei e poi, senza più ritegno, cerco le sue palle ora cariche di schiuma profumata.

Ed ecco che si gira e mi sorride, ora ho la certezza che mi stesse aspettando... chiude l'acqua e mi fa inginocchiare tra le sue gambe... il suo cazzo è duro ed umido... lo catturo tra labbra e lingua. Lo assaggio, lo lecco e lui con le mani mi trattiene verso di lui... me lo infila oltre le tonsille. Poi, sfilandolo, mi gira di schiena, io appoggio le mani sulle piastrelle per non scivolare, mi sbottona la divisa e mi trova i capezzoli nel balconcino nero, incomincia a leccarmi la schiena ed il collo. Un turbinio di vibrazioni. Ora stavo in doccia anche io... mi sussurra "ti voglio"... e da un poco che ci pensavo...
"son rimasto a casa apposta ho finto di star male oggi, sapevo che dovevi venire"... così dicendo mi spoglia di ogni mio abito e di ogni ritegno.
Inizia quindi ad accarezzarmi le cosce a mano piena, infila le dita dentro la mia vagina e con la bocca mi succhia la lingua. La sua saliva è crema per il mio cuore! E miele per la mia pelle assetata... un pezzo di un desiderio che si stava realizzando.
La sua carnagione chiara sembra emettere una luce propria, è cosi che mi domina. Non è lui a entrare, ma io a introdurlo in me. Non è lui dentro di me, ma io che avvolgo lui. Il suo movimento è avvincente, una lusinga una promessa, un offrirsi e un immolarsi. 
Lo sento caldo dentro, gonfio, sento che sta per esplodere... lo lascio fare fino all'ultima goccia. Ora è la sua bocca, i suoi denti a lambirmi la pelle, cosi' come l'avevo sempre immaginato e con una punta d'invidia solo osservato.
Mi rimane dentro, il suo seme mi cola tra le gambe.
Esce dolcemente ed io l'abbraccio e lo trattengo a me
Gli chiedo..."ci sara' una prossima volta?" 
Lui e mi bacia sugli occhi mi sussurra "mi hai fatto godere come nessuna… pensiamo ad oggi. Ora rivestiti che ho davvero fatto tardi..."
"Subito, ma prima ti preparo il caffè!"


*
photo dal web



28 giugno 2009

Aforisma



Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna,
entrambi toccano il cuore dell’eternità.

*
Kahlil Gibran
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21 giugno 2009

[ed@]4


Dimmi dov’è l’inganno... tra l’avere ed il possedere 
permea il tuo tepore di femmina. 
I tuoi desideri si fanno voglia 
e vestono a festa i centimetri del piacere. 
Neri o bianchi, tacchi impreziositi dalla tua sensualità... 
e piccoli orpelli di seta 
per far di te il piacere della pelle. 
Dimmi dov’è l’inganno... sei mia o solo fotografia?

eneadarrigo
photo dal web

15 giugno 2009

E' quasi amore


Guarda che se ti chiamo "amore" mentre scopiamo non è un dramma, non vuol mica dire che voglio sposarti domani. E' che quando ti guardo negli occhi mentre mi fai venire, non posso fare a meno di amarti per un breve, intensissimo istante. E ti sorrido mentre lo faccio - venire e amarti - perché nemmeno di questo posso fare a meno.

Sorrido tutta, anche dentro, quando ti vedo. E per un secondo - un secondo solo - mi diventano molli le ginocchia mentre mi passi accanto e mi sfiori come per caso tra la gente che ci circonda. Gli attimi in cui ci salutiamo fra gli altri che non sanno e mi stringi la mano quel paio di secondi in più, mentre lasciamo che le dita scivolino via le une dalle altre in un contatto appena più prolungato di quello consentito da un saluto formale, anonimo, tra mille.

Aspetto il prossimo incontro soli tu ed io, nella penombra della tua casa, le tue mani dalle dita lunghe - una fantasia divenuta realtà - che mi toccano e mi fanno impazzire, i tuoi occhi neri e profondissimi, inscrutabili e caldi, ironici e dolci al tempo stesso, pieni di qualcosa che ancora non so definire ma che sento immenso e che mi fa venire voglia di perdermici dentro.

E' quasi amore.



La Cortigiana scrive
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12 giugno 2009

Lasciai cadere il tempo sul tuo nome


Lasciai cadere il tempo sul tuo nome, come si adagia il marmo sulla terra e l’acqua si sparge sulle braci. Mi vestii di lutto come le donne che disfano le culle vuote da tanto le guardano; e vidi il sangue scendere finalmente sulla ferita, come la cera che si rapprende sul palmo della mano prima di perdersi nelle dita in polvere. Se ti dimenticai, fu perché volli qualcuno che mi chiamasse, un corpo che fosse un altro sul mio corpo, una voce offerta per la mattina. Ma niente, ma nessuno. Se il tempo non si fosse abbattuto sul tuo nome, avrei potuto almeno ora ricordarti – poiché non c’è lapide senza corpo né cenere che non abbia arso. E la casa è oggi più fredda che mai: lasciai passare il tempo sul tuo nome, e non c’è focolare, non c’è nido, non ci sono figli che si possano perdere da me, né candele per riempire di memoria questo silenzio. 

*
Maria do Rosario Pedreira
(Traduzione di Mirella Abriati)
photo dal web 

03 giugno 2009

Aforisma


Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione
che non è né sicura, né conveniente, né popolare;
ma bisogna prenderla, perché è giusta.

*
Martin Luther King
fotografia: Stanley Kubrick

21 maggio 2009

Il nodo


Quando l’uomo entra nella donna come l’onda scava la riva, ripetutamente, e la donna, godendo, apre la bocca e i denti le luccicano come un alfabeto, il Logos appare mungendo una stella, e l’uomo dentro la donna stringe un nodo perché mai più loro due si separino e la donna si fa fiore che inghiotte il suo gambo e il Logos appare e sguinzaglia i loro fiumi. Quest’uomo e questa donna con la loro duplice fame hanno cercato di spingersi oltre la cortina di Dio, e ci sono riusciti per un momento, anche se poi Dio nella sua perversione scioglie il nodo.

*
Anne Sexton 
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19 maggio 2009

[ed@]3


Mi piace l'odore di te che aleggia su tutta Piazza Panama
quando ti siedi al LuxyCafė per far riposare i tacchi!
Attrazione vivente...
monumento pulsante alla tua sensuale femminilità!

eneadarrigo
photo dal web

14 maggio 2009

O.Fallaci


Parlo della gelosia che svuota le vene all'idea che l'essere amato penetri un corpo altrui, la gelosia che piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l'intelligenza con interrogativi sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli facendoti sentire derubato, ridicolo, trasformandoti in poliziotto inquisitore carceriere dell'essere amato.

*

Oriana Fallaci

photo dal web

13 maggio 2009

Signora, io ti toccherò con la mia mente


Signora, io ti toccherò con la mia mente. 
Ti toccherò e toccherò e toccherò 
finché tu non mi farai di colpo un sorriso, 
timidamente osceno 
(signora io ti toccherò con la mia mente.) 
Toccherò e, tutto qui, 
lievemente e tutta te stessa sarai 
con infinito agio la poesia che io non so scrivere. 

*
Edward Estlin Cummings

12 maggio 2009

Legami


Non importa quanto tu sia lontano.
I legami tra le anime esistono perché creati dal pensiero.
Fili invisibili che legano ricamando sull'anima
tutto ciò che gli occhi non possono vedere,
e lo trasformano in emozione, in gioia, in dolore.
Anche in ricordo.
In sorriso o in lacrima.
Avviene tutto dentro.
Nei meandri del cuore, nei nascondigli della mente.
E vivono come tatuaggio sulla pelle dell’Anima.
E arrivano Ovunque.
E toccano l’Oltre.
Un pensiero mi lega a Te.
Un pensiero che gli altri chiamano Amore.
Io invece lo chiamo con il Tuo Nome.

*
Catherine Morena Ramos
fotografia: Jiri Ruzek

10 maggio 2009

Il peccato




Mi ero preparata esattamente come lui mi aveva chiesto, no, forse come mi aveva ordinato. Perché il suo era un ordine travestito da invito, una richiesta a metà tra il peccaminoso ed il trasgressivo. E io avevo detto di si. Solo un si che aveva il gusto dell’ubbidienza e della sottomissione, un gioco che avevo scoperto con lui e che, mio malgrado, mi attirava ed eccitava. Gli piaceva farsi vedere con me e far vedere sia pur furtivamente, parti di me agli altri che potevano solo guardare, immaginare, sognare ma non toccare. Ero una sua proprietà e questo lo faceva impazzire specie se si pensa che eravamo in una piccola cittadina toscana, quei posti in cui il tempo sembra essersi fermato in attesa di qualcosa che scuotesse il torpore dei vecchietti che giocavano a carte al bar o delle signore noiosamente affacciate alle finestre. Gradiva quel sottile mormorio che accompagnava il rumore dei miei tacchi sull'asfalto e sentire gli occhi puntati su di me o su di lui, come uomo da invidiare. Era certo, lui, di avermi in pugno.
Così, mi ero vestita esattamente come aveva ordinato: scarpe bianche, calze e reggicalze dello stesso colore, tailleur grigio chiaro, gonna corta con spacco inguinale da cui fuoriusciva il pizzo bianco della calza. Sotto la giacca chiusa da un solo bottone, un raffinato reggiseno bianco e nulla più. Il luogo dell’appuntamento era uno dei bar più frequentati della zona. Mentre mi incamminavo sentivo tutti gli sguardi puntati su di me. Ad ogni passo lo spacco si apriva leggermente facendo intravedere per un secondo il pizzo della calza bianca. Occhi… occhi che parlavano di sesso e peccato si stampavano sul mio corpo e sapevo che lui stava guardando, nascosto da qualche parte. Alcuni di quegli occhi erano i suoi. Arrivata al bar mi sedetti fuori, tavolino di ferro battuto nero e sedia di uguale fattura. 

Ordinai un caffè e rimasi in attesa che lui arrivasse. A nessuno avrebbe permesso di avvicinarsi. Sapevo che da qualche parte si stava gustando la scena arrapato. Appena vide un uomo che mi stava avvicinando, sbucò da dietro l'angolo del palazzo, mi si avvicinò, mi scostò i lunghi capelli neri e mordendomi il lobo dell’orecchio lo sentii sussurrare: 
- Brava la mia bambina... 
Poi mi accarezzò la guancia e con un dito percorse le mie labbra leggermente aperte, come se mi stesse mettendo un rossetto. 
L’uomo tornò sui suoi passi. Tutto era prevedibile e tutti stavano parlando di noi. Si sedette di fronte a me. Era vestito come sempre in modo impeccabile, ordinò anche lui un caffè e si accese una sigaretta. Poi si sporse verso di me e lasciò la sua mano percorrere la mia gamba fino a fermarsi e giocare con il reggicalze ormai visibile a tutti. Il mormorio divenne sempre più insistente ma sapevo che era musica per le sue orecchie. Giocherellò con il bottone della giacca fino ad aprirlo. Il seno sembrò esplodere insieme all'eccitazione, non solo sua, ma dei molti attenti osservatori. 
Lentamente e con finto pudore, mi riabbottonai la giacca.
Pagò il conto, mi prese per mano e insieme ci incamminammo per la strada. 
Ancora una volta tutti gli sguardi erano puntati su di noi. Mi era ignota la destinazione ma non il seguito della giornata, non ciò che sarebbe successo, non l’intensità del piacere che avremmo provato. 
Mi condusse dentro un casale abbandonato, appena fuori dal paese. Parte del soffitto era crollato e una luce a tratti assente ed a tratti accecante illuminava quel luogo che sapeva di un tempo morto, perso per sempre. Un luogo che sembrava aspettare noi per tornare a vivere. Su di una vecchia cassapanca impolverata mi fece sedere mentre sempre molto lentamente mi toglieva la giacca. Non ero certa che fossimo soli. Molto probabilmente qualcuno ci aveva seguiti perché fin troppo ovvie erano le nostre intenzioni ed era questo che lui voleva. Mi sollevò la gonna con una lentezza snervante ma eccitante al tempo stesso, mi slacciò il reggicalze. Fece scivolare le sue dita dentro il mio perizoma e poi dentro me, con un movimento prima lento e poi sempre più veloce. Ogni mio sospiro, ogni gemito, ogni parola echeggiava tra quelle quattro mura abbandonate. Mi allargò le gambe e attraverso la stoffa dei pantaloni mi fece sentire il suo sesso duro, voglioso, gonfio di desiderio. Lo sfregò a lungo su di me simulando un vero rapporto. Voleva sentirmi gridare e voleva farmi venire prima ancora che tutto iniziasse veramente. Quando sentì il mio grido di piacere e mi vide aggrapparmi a lui allora con la mano mi fu dentro di nuovo. Solo un attimo per poi portarsi le dita alla bocca e leccarle, gustarle come qualcosa di prelibato. Era un modo di portare me dentro lui, di assaggiarmi, di sentire il mio odore e farlo suo, come qualcosa che gli apparteneva e che per sempre avrebbe fiutato e riconosciuto. Solo allora si slacciò i pantaloni con un gesto rapido quanto urgente. Mi fu dentro e mi penetrò con irruenza. Giocava con la mia eccitazione, si ritraeva e poi tornava sapendo quanto tutto questo fosse snervante ed eccitante al tempo stesso, come un giocattolo che si fa vedere ad un bambino e poi gli si sottrae. E io mi sentivo esattamente così, un giocattolo nelle sue mani. Venni più e più volte, tanto da poter dire che non sentivo l’eco dei miei gemiti ed ero certa che il tempo si fosse fermato per sempre. 
Continuò così con un ritmo sempre più incalzante, era dentro di me, ad ogni spinta lo sentivo sempre più in profondità mentre mi abbandonavo completamente a lui, ormai senza più forze ma paga di un desiderio che ogni volta si rinnovava in evoluzioni mai pensate prima. Rimanemmo così per un po’, aggrappati l’uno all'altra, madidi di sudore mentre il sole dal soffitto diroccato, illuminava i nostri volti persi nel piacere. Poi sentii da fuori il rumore di qualcuno che si allontanava correndo via. Non eravamo stati soli e lui sicuramente lo sapeva. Sapeva che qualcuno ci avrebbe seguito e che lo avrebbe guardato con invidia. Anche questo faceva parte di quel gioco che gli altri avrebbero chiamato “peccato” e che solo noi potevamo gestire. 

*
Storydream
photo dal web


05 maggio 2009

Aforisma


Certe donne amano talmente il proprio marito
che per non sciuparlo prendono quello delle loro amiche.

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Alexandre Dumas (padre)
fotografia: Douglas Kirkland & Brigitte Bardot model