Lei dalla mattina si era già preparata immaginando che non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa per cambiarsi.
Così sotto un rigoroso tailleur nero aveva indossato un elegantissimo corpetto di pizzo e seta chiuso dietro da lacci color antracite che, in una sorta di percorso segreto e peccaminoso, finiva la sua strada proprio sulle natiche.
Sembrava un invito ad essere slacciato per scoprire altri sentieri in cui inoltrarsi e perdersi. All'estremità del corpetto facevano capolino i lacci del reggicalze a sostenere raffinate calze nere, con filo sul retro delle gambe e balze accuratamente ricamate a stringere le gambe tornite e sode.
Anni e anni di palestra avevano modellato un corpo da sempre ai limiti della perfezione e dell’armonia.
Il tutto finiva con un tocco di colore, scarpe rosse.
Rosse come le sue labbra e lo smalto laccato sulle lunghe unghie curatissime.
Era consapevole del fatto che la sua elegante bellezza era oggetto di invidia delle colleghe e motivo di fantasia per i colleghi. Ma lei si piaceva così. Tutte queste attenzioni, anche se nessuno le credeva, erano per lei, neanche per il suo uomo.
Si sentiva bene così e desiderava prendersi cura del suo corpo.
Si affrettò verso gli ascensori per uscire da quell'ufficio che ultimamente considerava una gabbia e godersi la tanto attesa serata.
I corridoi erano deserti, poche persone rimanevano fino a quell'ora.
Quando arrivò l’ascensore al piano entrò e trovò Luca.
Luca non era solo un collega che lavorava nel reparto commerciale ma era stato, molto tempo addietro, anche l’uomo che aveva amato e con il quale aveva avuto una storia durata circa tre anni. Allora lui era sposato, venne a sapere qualche mese prima che si era separato.
Ma non lo aveva più visto se non saltuariamente a mensa.
Sguardi rapidi da parte di lui, freddi e distaccati da parte di lei.
Finita la loro storia aveva deciso di chiudere definitivamente. In fondo lui, pur dicendo di amarla, non aveva mai avuto il coraggio di fare una scelta e nulla, neppure l’assenza di figli, gli aveva dato il coraggio di separarsi da una moglie che non amava più da tempo.
Si era rassegnato alla sua vita priva di emozioni. Ecco perché passava sempre più tempo in ufficio.
Si salutarono civilmente ma con un imbarazzo che non sfuggì a nessuno dei due.
Lui tentò di limare la tensione e quell'attrazione per lei che non era mai venuta meno. Anche adesso, mentre osservava il suo sguardo fermo sulla pulsantiera, si chiese come facesse ad essere sempre più bella e attraente.
E lo sapeva che non era solo una bellezza fisica, lei era bella in tutto. Emanava entusiasmo e vitalità, era colta, divertente, brillante.
- Non è tardi per te? – gli chiese lui.
Rebecca si voltò e sorrise appena.
- Si, in effetti si ma come sempre sono stata trattenuta e vado anche di fretta.
- Già, si direbbe che tu sia stata invitata ad una cerimonia o forse no, sei sempre elegante e raffinata.
Era una domanda, si chiese Luca? Stava forse cercando di sapere qualcosa della sua vita che le era ormai sfuggita di mano?
Ad un certo punto si sentì un rumore, una lieve oscillazione del vano ascensore e di colpo l’ascensore si bloccò.
Rebecca esclamò:
- Nooooooo, non dirmi che si è bloccato!
- Aspetta basta premere il tasto…
- Lo so cosa devo fare – rispose lei alzando la voce.
Già sentiva mancarle il respiro. Questa non ci voleva.
Premette il tasto con il simbolo del campanello, sollevò la cornetta di una sorta di citofono per mettersi in contatto con la portineria ed avvertire che erano rimasti bloccati. Nulla.
Nessun suono, nessuna risposta.
Si girò verso di lui:
- E se non ci fosse più nessuno?
- Ma no dai che dici… il palazzo è grande, magari i vigilanti staranno facendo il giro di perlustrazione.
Riprovarono a turno ripetutamente, urlarono per farsi sentire. Nulla.
- E ora che facciamo? – chiese lei cercando di nascondere il terrore del protrarsi dell’attesa.
- Direi che non ci rimane che aspettare e riprovare a chiedere aiuto.
Lei si appoggiò alla parete aggrappandosi con entrambe le mani al corrimano, chiuse gli occhi e reclinò il volto. Fece un profondo respiro. La giacca si aprì leggermente facendo vedere parte del corpetto.
Luca non poté fare a meno di osservarla e desiderarla.
- Vedrai che andrà tutto bene, purtroppo qui i cellulari non prendono ma prima o poi ci tireranno fuori.
- Già – bofonchiò lei – prima o poi!
Passò altro tempo, calcolarono che erano lì da circa 40 minuti, il panico cominciava ad impadronirsi di Rebecca.
- No, io non ce la faccio.
Cominciò a dare colpi alla porta, ad urlare e chiedere aiuto, a suonare e tentare un ulteriore contatto con la portineria.
Nulla.
Luca le si avvicinò e da dietro la abbracciò cercando di serrarle le mani e frenare quella reazione isterica.
- Calma Rebecca, non ci succederà nulla. Stai tranquilla, ci sono io qui. Pensa se fossi stata da sola. Aspettiamo con calma, l’ansia non ci aiuterà.
Rebecca cercò prima di divincolarsi, poi, forse un po’ per rassegnazione e un po’ perché quella forma di abbraccio le riportò alla memoria tempi passati in cui tra quelle braccia aveva davvero conosciuto la felicità, si lasciò andare.
Restò così, a respirare il suo profumo e scie di un tempo ormai andato e che mai più sarebbe tornato.
Quando si staccò da lui gli sorrise timidamente chiedendogli scusa per la sua reazione.
Disse che sentiva mancarle il respiro e faceva caldo.
- Ti puoi togliere la giacca – la invitò lui.
- No, meglio di no, ho solo un corpetto, non potevo immaginare questo inconveniente.
- E allora? Ti vergogni di me?
- Non è questo ma non mi sembra il caso.
- Fai come vuoi.
Erano quasi le otto. Era passata esattamente un’ora.
Lui cercò di parlare.
- Allora mi vuoi raccontare un po’ di te? Hai qualcuno?
La donna lo guardò, in quella circostanza tutto stava assumendo un valore diverso. A quella domanda fatta in un corridoio dell’ufficio avrebbe risposto diversamente ma ora, ora sentiva che aveva bisogno di lasciarsi andare ad una sorta di confidenza che forse, prima che a lui, stava facendo a se stessa.
- Si, sono fidanzata. Cioè no, fidanzata è un termine che non si usa più, diciamo che ho un compagno da circa due anni ma non conviviamo. Ognuno ha la sua casa. Oggi dovevamo festeggiare ecco perché sono vestita così.
Luca la guardò ed ascoltò con un misto di gelosia e rimpianto.
- Festeggiare cosa? – le chiese
- Nulla. Ogni tanto festeggiamo senza un’apparente ragione.
- Ah, interessante – disse lui.
- Tu invece come te la passi?
- Immagino tu lo sappia, mi sono separato da mia moglie.
Rebecca fece un sorrisino mentre si sventolava con un giornale.
- E come mai questa decisione che anni fa era impensabile? Ti ha lasciato lei suppongo, almeno da quello che ricordo di te, tu non lo avresti mai fatto.
Luca si accasciò sul pavimento.
- Hai ragione. Hai sempre avuto ragione. Si. E’ stata lei. Mi vedeva infelice e privo di iniziative, sempre più assente, sempre più desideroso di tuffarmi nel lavoro pur di non pensare al fallimento della mia vita e al fatto di aver rinunciato a ciò a cui tenevo di più. Sai, è difficile quando hai già trovato la cosa più importante della tua vita e tu stesso hai deciso di lasciarla andare.
Rebecca lo guardò con un misto di comprensione e pietà. Sapeva che stava parlando di lei.
Sembrava davvero un uomo finito.
- E ora non hai nessuna?
- No, assolutamente no. Sono solo e credo di voler stare solo.
- Capisco. Senti qui rischiamo di morire per mancanza di ossigeno, fa sempre più caldo, riproviamo a chiedere aiuto.
Ancora una volta ogni tentativo fu vano.
- Ok mi tolgo la giacca, sto morendo dal caldo.
Così dicendo si sbottonò la giacca e lentamente se la sfilò.
Quel corpetto perfettamente aderente al suo corpo, metteva in risalto il suo seno perfetto coperto appena fin sopra i capezzoli.
Luca si lasciò andare ad un’esclamazione di apprezzamento.
- Sei sempre più bella – le disse.
Lei sorrise imbarazzata, quella situazione stava diventando difficile da gestire in tutti i sensi. Sentì che un altro attacco di panico stava prendendo il sopravvento.
- Luca non ce la faccio… dobbiamo uscire da qui o divento matta. E se nessuno ci sentisse fino a domani mattina? Oddio…
Luca le si avvicinò e la rassicurò.
- Non succederà, tranquilla, ci sono io.
L’abbracciò questa volta in modo diverso, la strinse tra le sue braccia e con le mani seguì il percorso di quel laccio di seta a stringere il corpetto. Le diede un tenero bacio sul collo e la sentì sospirare. Aveva lo stesso profumo di allora, una pelle vellutata che lo faceva impazzire.
Poi la baciò prima delicatamente temendo di essere respinto ma quando vide che lei rispose al suo bacio allora osò farlo con maggiore veemenza ed intensità.
Le sue mani la stavano toccando e lei non opponeva resistenza.
Scostò il corpetto per prendere in mano il suo seno e da quel momento per entrambi il tempo tornò indietro, a quegli anni in cui erano un tutt'uno, a quella complicità che c’era sempre stata tra loro.
Lui le sbottonò la gonna e la fece scivolare a terra.
La guardò, si guardarono. Non c’era bisogno di parole. Le parole a volte sono solo suoni che fendono un silenzio carico di forti emozioni.
Con impeto le slacciò il corpetto, le sue dita allentarono quei lacci delicati, poi sganciò il reggicalze.
Continuava a baciarla senza sosta, si abbassò e le baciò il seno mentre i suoi sospiri lo eccitavano come non mai. Scese sempre più.
Con la lingua assaporò i suoi capezzoli turgidi, li leccò, li mordicchiò poi arrivò all'ombelico, lo baciò e sempre con la lingua ne delineò il confine e la profondità.
A quel punto continuò a scendere, le tolse gli slip mentre Rebecca continuava a gemere e a tenersi aggrappata al corrimano, quasi temesse di perdere totalmente un controllo che già aveva perso.
Lui le mise la mano tra le gambe, le allargò altre labbra e con le dita le fu dentro. La sentì subito calda e umida, un liquido trasparente rimase sulle sue mani. Allora si alzò, le mise le sue dita nella bocca e lei si assaggiò. Leccando le sue dita assaggiava una parte di sé.
Poi le alzò una gamba e con furore le fu dentro. La penetrò mentre sentiva i suoi sospiri e la sua voglia. Non riusciva credere che dopo tanti anni era ora tra le sue mani e che ancora una volta stavano facendo l’amore.
In un ritmo sempre più incalzante entrambi stentavano a non far emergere un desiderio che forse, mai aveva avuto una fine.
Al culmine del piacere si lasciarono scivolare sul pavimento dell’ascensore, ancora abbracciati, mani a cercare il corpo dell’altro, ad esplorare sentieri percorsi in passato come a voler ricordare. Respiro nel respiro e ancora voglia di stare insieme, ancora sfrenato desiderio di possedersi.
Rimasero così per un po’ consapevoli del fatto che nulla sarebbe più tornato come prima, che quello era un inizio, un nuovo inizio per la loro storia.
L’ascensore continuava a non dare segni di vita ma loro non cercarono più aiuto.
Tornarono a fare l’amore per tutto il tempo necessario a placare quella sete di piacere che entrambi avevano insabbiato fingendo di non provare più nulla.
Erano le 10 di sera e nessuno venne a salvarli.
Solo dopo, si dissero tra loro, che senza saperlo si erano salvati entrambi da una vita che rischiava di diventare gabbia dorata di finte emozioni.
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