18 giugno 2010

[ed@]16



Lascia che io prolunghi il mio piacere di altri dodici centimetri oltre le tue gambe... non mi basti mai... mi aggrapperò al tuo reggicalze per fermare il tempo quando saremo al bivio ove arrivare assieme!

eneadarrigo
fotografia: fallennaughtygirl

03 giugno 2010

I cinque sensi

     


Da sempre uso i cinque “sensi”.
Fin da piccola, ma per l'olfatto è come se avessi una percezione in più.
Mi sono sempre piaciuti gli odori e i profumi delle cose.
Ricordo da bambina l’odore della cera che la nonna stendeva sul pavimento di marmo, l’odore di benzina, il profumo fresco che aveva il bucato steso in terrazzo e che entrava dalle finestre aperte, il dopobarba di papà quando di sera si chinava a darmi il bacio della buonanotte, il profumo di mamma, e chi se lo dimentica più?
E ora sono qui, quasi nuda, con indosso un asciugamano di spugna morbido in questa camera nella penombra di un pomeriggio primaverile cittadino.
La luce filtra dalle persiane socchiuse.
Il letto è grande e profuma di pulito, le lenzuola sono bianche e i cuscini sono morbidi, di piuma leggera giusto quanto basta per affondarci dentro.
Vicino trovo una benda nera di seta.
Al telefono mi ha chiesto di bendarmi. So che è arrivato, non lo vedo ma sento i suoi passi, è nell’altra stanza.
Le pareti sono chiare, di un leggero color pesca.
Sfioro le lenzuola, prendo la benda, faccio un grande respiro e l’appoggio sulle palpebre che involontariamente si chiudono.
Arriva.
Riconosco il suo odore. Deve essersi rasato da poco perché ha messo qualche goccia del dopobarba che gli ho regalato.
Sento che appoggia qualcosa sulla poltroncina, forse la sua borsa di pelle.
C’è silenzio.
Stiamo in silenzio ed è strano per me, appoggiare quella fascia nera sugli occhi. Ma poi capisco il gioco: fare l’amore principalmente con uno dei cinque sensi, usare il mio olfatto per rendere più intenso il piacere.
Ha voluto allacciarmi lui la benda e mentre lo faceva mi ha baciato le spalle e l’incavo del collo, piccoli baci che sembravano un soffio di vento caldo.
Mi ha spogliato lentamente e io ho sentito liberarsi nell’aria l’odore del mio corpo, del mio profumo e del suo quando si è spogliato a sua volta.
L’asciugamano è sceso ai miei piedi, per un attimo il mio corpo è stato percorso da brividi leggeri ma poi lui mi ha preso, si è appoggiato a me, ha baciato la mia bocca e io ho accolto il suo sapore, la mia lingua l’ha gustato come lui avrebbe fatto con un dolce al cioccolato.
Ho raccolto il caldo della sua pelle fra le mie mani, il mio viso è vicino al suo ed io lo respiro.
Mi stende sul letto e lentamente lo sento scivolare verso il basso, mi copre di baci il seno, lo prende fra le mani; è un seno grande, morbido, bianco.
Poi la sua bocca prosegue, scivola giù sull’ombelico per poi fermarsi li sul monte di Venere.
Mi accorgo che il mio corpo si è messo in movimento, afferro un nuovo odore, un aroma, è il mio. Una traccia acida e dolce. E’ l’odore del mio sesso.
Non stacca le mani dal mio seno ma scende affondando la sua bocca in me. Mi assaggia con la lingua, emette un suono. Sa essere lieve e calmo. Ho un fremito.
Con le mani gli accarezzo il collo, le sfioro i lobi, la nuca e sento di aprirmi sempre più.
Sono in apnea.
Improvvisamente si stacca ma non è più calmo, lo capisco da come mi bacia.
La sua lingua danza con la mia. Mi morde il labbro inferiore e lo succhia e il sapore del mio sesso s’infila nelle narici di entrambi.
Mi accelera il cuore.
Si stende e rimane supino. Io sono al buio.
Non mi sta più toccando e così mi metto in ginocchio, uso l’olfatto come guida e lo trovo.
Sembrerà strano, ma da questa percezione posso sapere in che stato è: sento il suo testosterone, quell’odore caldo e umido del sesso maschile prima del sesso.
Risalgo con la lingua lungo le sue gambe ma non è per baciarlo.
Arrivo a lui e voglio sentire le diverse sfumature. Più denso verso il basso, più acre in punta.
Ma sempre lui. Un profumo che sa di gola, di uomo, di voglia di me.
Poi, lo assaggio.
E lui si lascia fare. E’ mio. Completamente mio.
All'improvviso mi distende e mi passa le mani prima sul viso, poi mi sfiora le labbra e con l’indice mi apre la bocca.
Scende sul seno, sul ventre e finisce per poi appoggiarle sui fianchi e con un movimento fluido mi entra dentro e inizia a muoversi e a danzare con me.
Capisco che il suo corpo sta cambiando odore.
Ora è più carico, più selvaggio. Mi sorprende scoprire quante informazioni mi arrivano dagli altri organi, ora che la vista non può vedere.
Avverto che i miei sensi si sono affinati, come esploratori nel buio. Ogni fragranza mi esorta a lasciarmi andare.
Non bado alle posizioni, a come si muove su di me, a come prende il mio corpo, in questo momento non m’importa dei dettagli ma sono gli odori a prendermi, come se fossi in un vortice.
Tutto è progressivamente più intenso.
La pelle lucida e umida, il mio sesso sempre più dolce, il suo desiderio che diventa più aspro.

Sento che sto per avere un orgasmo senza suono, come sott’acqua.
Lo sperimento come una cosa nuova che il corpo mi regala.
Lui è al culmine dell’eccitazione. Lo sento fremere, irrigidirsi. Io uso l’olfatto, lui usa le mani come se fossero una morsa. Ho il suo viso sul collo, lo sento respirare, ansimare. Io sono in apnea e lui mi sta divorando con il respiro.
E l’aria si riempie di un odore leggermente pungente, quasi aspro; sento quello, prima del suo grido. Dalla sua bocca esce un urlo rauco.
E anche se non lo vedo capisco che mi sta guardando, sta guardando il mio viso, non si sta perdendo nulla.

Nulla, e solo allora ci lasciamo andare e godiamo, insieme.
Rimaniamo così, non so per quanto, ma lui rimane sopra di me, rimane dentro di me. Dice che vorrebbe stare così, immobile fino a quando mi prenderà un'altra volta e un'altra volta ancora.
Odoriamo di sesso, profumiamo d’amore.
Solo poi mi toglie la benda.
Contempla il mio volto trasformato, mutato dall’orgasmo ma io non apro gli occhi nemmeno un istante.

Sa che se lo guardo adesso, poi non potrà più fare a meno di me.



pa.oletta
foto dal web













18 maggio 2010

L'ascensore



Era un noiosissimo venerdì sera. La aspettava una serata decisamente piacevole prima al ristorante e poi a casa sua con il suo compagno. Sperava di uscire presto dall'ufficio ma come sempre il suo capo le aveva dato un ulteriore lavoro da finire in giornata ed erano già le sette del pomeriggio.
Lei dalla mattina si era già preparata immaginando che non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa per cambiarsi.
Così sotto un rigoroso tailleur nero aveva indossato un elegantissimo corpetto di pizzo e seta chiuso dietro da lacci color antracite che, in una sorta di percorso segreto e peccaminoso, finiva la sua strada proprio sulle natiche.
Sembrava un invito ad essere slacciato per scoprire altri sentieri in cui inoltrarsi e perdersi. All'estremità del corpetto facevano capolino i lacci del reggicalze a sostenere raffinate calze nere, con filo sul retro delle gambe e balze accuratamente ricamate a stringere le gambe tornite e sode.
Anni e anni di palestra avevano modellato un corpo da sempre ai limiti della perfezione e dell’armonia.
Il tutto finiva con un tocco di colore, scarpe rosse. 
Rosse come le sue labbra e lo smalto laccato sulle lunghe unghie curatissime.
Era consapevole del fatto che la sua elegante bellezza era oggetto di invidia delle colleghe e motivo di fantasia per i colleghi. Ma lei si piaceva così. Tutte queste attenzioni, anche se nessuno le credeva, erano per lei, neanche per il suo uomo. 
Si sentiva bene così e desiderava prendersi cura del suo corpo. 
Si affrettò verso gli ascensori per uscire da quell'ufficio che ultimamente considerava una gabbia e godersi la tanto attesa serata.
I corridoi erano deserti, poche persone rimanevano fino a quell'ora.
Quando arrivò l’ascensore al piano entrò e trovò Luca. 
Luca non era solo un collega che lavorava nel reparto commerciale ma era stato, molto tempo addietro, anche l’uomo che aveva amato e con il quale aveva avuto una storia durata circa tre anni. Allora lui era sposato, venne a sapere qualche mese prima che si era separato. 
Ma non lo aveva più visto se non saltuariamente a mensa. 
Sguardi rapidi da parte di lui, freddi e distaccati da parte di lei.

Finita la loro storia aveva deciso di chiudere definitivamente. In fondo lui, pur dicendo di amarla, non aveva mai avuto il coraggio di fare una scelta e nulla, neppure l’assenza di figli, gli aveva dato il coraggio di separarsi da una moglie che non amava più da tempo.
Si era rassegnato alla sua vita priva di emozioni. Ecco perché passava sempre più tempo in ufficio.
Si salutarono civilmente ma con un imbarazzo che non sfuggì a nessuno dei due.
Lui tentò di limare la tensione e quell'attrazione per lei che non era mai venuta meno. Anche adesso, mentre osservava il suo sguardo fermo sulla pulsantiera, si chiese come facesse ad essere sempre più bella e attraente. 
E lo sapeva che non era solo una bellezza fisica, lei era bella in tutto. Emanava entusiasmo e vitalità, era colta, divertente, brillante. 
- Non è tardi per te? – gli chiese lui.
Rebecca si voltò e sorrise appena.
- Si, in effetti si ma come sempre sono stata trattenuta e vado anche di fretta.
- Già, si direbbe che tu sia stata invitata ad una cerimonia o forse no, sei sempre elegante e raffinata.
Era una domanda, si chiese Luca? Stava forse cercando di sapere qualcosa della sua vita che le era ormai sfuggita di mano?
Ad un certo punto si sentì un rumore, una lieve oscillazione del vano ascensore e di colpo l’ascensore si bloccò.
Rebecca esclamò:
- Nooooooo, non dirmi che si è bloccato!
- Aspetta basta premere il tasto…
- Lo so cosa devo fare – rispose lei alzando la voce.
Già sentiva mancarle il respiro. Questa non ci voleva.
Premette il tasto con il simbolo del campanello, sollevò la cornetta di una sorta di citofono per mettersi in contatto con la portineria ed avvertire che erano rimasti bloccati. Nulla.
Nessun suono, nessuna risposta.
Si girò verso di lui:
- E se non ci fosse più nessuno?
- Ma no dai che dici… il palazzo è grande, magari i vigilanti staranno facendo il giro di perlustrazione.
Riprovarono a turno ripetutamente, urlarono per farsi sentire. Nulla.
- E ora che facciamo? – chiese lei cercando di nascondere il terrore del protrarsi dell’attesa.
- Direi che non ci rimane che aspettare e riprovare a chiedere aiuto.
Lei si appoggiò alla parete aggrappandosi con entrambe le mani al corrimano, chiuse gli occhi e reclinò il volto. Fece un profondo respiro. La giacca si aprì leggermente facendo vedere parte del corpetto.
Luca non poté fare a meno di osservarla e desiderarla. 
- Vedrai che andrà tutto bene, purtroppo qui i cellulari non prendono ma prima o poi ci tireranno fuori.
- Già – bofonchiò lei – prima o poi!
Passò altro tempo, calcolarono che erano lì da circa 40 minuti, il panico cominciava ad impadronirsi di Rebecca.
- No, io non ce la faccio.
Cominciò a dare colpi alla porta, ad urlare e chiedere aiuto, a suonare e tentare un ulteriore contatto con la portineria.
Nulla.
Luca le si avvicinò e da dietro la abbracciò cercando di serrarle le mani e frenare quella reazione isterica.
- Calma Rebecca, non ci succederà nulla. Stai tranquilla, ci sono io qui. Pensa se fossi stata da sola. Aspettiamo con calma, l’ansia non ci aiuterà.
Rebecca cercò prima di divincolarsi, poi, forse un po’ per rassegnazione e un po’ perché quella forma di abbraccio le riportò alla memoria tempi passati in cui tra quelle braccia aveva davvero conosciuto la felicità, si lasciò andare.

Restò così, a respirare il suo profumo e scie di un tempo ormai andato e che mai più sarebbe tornato.
Quando si staccò da lui gli sorrise timidamente chiedendogli scusa per la sua reazione.
Disse che sentiva mancarle il respiro e faceva caldo.
- Ti puoi togliere la giacca – la invitò lui.
- No, meglio di no, ho solo un corpetto, non potevo immaginare questo inconveniente.
- E allora? Ti vergogni di me? 
- Non è questo ma non mi sembra il caso.
- Fai come vuoi.
Erano quasi le otto. Era passata esattamente un’ora.
Lui cercò di parlare.
- Allora mi vuoi raccontare un po’ di te? Hai qualcuno?
La donna lo guardò, in quella circostanza tutto stava assumendo un valore diverso. A quella domanda fatta in un corridoio dell’ufficio avrebbe risposto diversamente ma ora, ora sentiva che aveva bisogno di lasciarsi andare ad una sorta di confidenza che forse, prima che a lui, stava facendo a se stessa.
- Si, sono fidanzata. Cioè no, fidanzata è un termine che non si usa più, diciamo che ho un compagno da circa due anni ma non conviviamo. Ognuno ha la sua casa. Oggi dovevamo festeggiare ecco perché sono vestita così.
Luca la guardò ed ascoltò con un misto di gelosia e rimpianto.
- Festeggiare cosa? – le chiese
- Nulla. Ogni tanto festeggiamo senza un’apparente ragione.
- Ah, interessante – disse lui.
- Tu invece come te la passi?
- Immagino tu lo sappia, mi sono separato da mia moglie.
Rebecca fece un sorrisino mentre si sventolava con un giornale.
- E come mai questa decisione che anni fa era impensabile? Ti ha lasciato lei suppongo, almeno da quello che ricordo di te, tu non lo avresti mai fatto.
Luca si accasciò sul pavimento.
- Hai ragione. Hai sempre avuto ragione. Si. E’ stata lei. Mi vedeva infelice e privo di iniziative, sempre più assente, sempre più desideroso di tuffarmi nel lavoro pur di non pensare al fallimento della mia vita e al fatto di aver rinunciato a ciò a cui tenevo di più. Sai, è difficile quando hai già trovato la cosa più importante della tua vita e tu stesso hai deciso di lasciarla andare.


Rebecca lo guardò con un misto di comprensione e pietà. Sapeva che stava parlando di lei.
Sembrava davvero un uomo finito.
- E ora non hai nessuna?
- No, assolutamente no. Sono solo e credo di voler stare solo.
- Capisco. Senti qui rischiamo di morire per mancanza di ossigeno, fa sempre più caldo, riproviamo a chiedere aiuto.
Ancora una volta ogni tentativo fu vano.
- Ok mi tolgo la giacca, sto morendo dal caldo.
Così dicendo si sbottonò la giacca e lentamente se la sfilò.
Quel corpetto perfettamente aderente al suo corpo, metteva in risalto il suo seno perfetto coperto appena fin sopra i capezzoli.
Luca si lasciò andare ad un’esclamazione di apprezzamento.
- Sei sempre più bella – le disse.
Lei sorrise imbarazzata, quella situazione stava diventando difficile da gestire in tutti i sensi. Sentì che un altro attacco di panico stava prendendo il sopravvento.
- Luca non ce la faccio… dobbiamo uscire da qui o divento matta. E se nessuno ci sentisse fino a domani mattina? Oddio…
Luca le si avvicinò e la rassicurò. 
- Non succederà, tranquilla, ci sono io.
L’abbracciò questa volta in modo diverso, la strinse tra le sue braccia e con le mani seguì il percorso di quel laccio di seta a stringere il corpetto. Le diede un tenero bacio sul collo e la sentì sospirare. Aveva lo stesso profumo di allora, una pelle vellutata che lo faceva impazzire.
Poi la baciò prima delicatamente temendo di essere respinto ma quando vide che lei rispose al suo bacio allora osò farlo con maggiore veemenza ed intensità.
Le sue mani la stavano toccando e lei non opponeva resistenza.
Scostò il corpetto per prendere in mano il suo seno e da quel momento per entrambi il tempo tornò indietro, a quegli anni in cui erano un tutt'uno, a quella complicità che c’era sempre stata tra loro.
Lui le sbottonò la gonna e la fece scivolare a terra.
La guardò, si guardarono. Non c’era bisogno di parole. Le parole a volte sono solo suoni che fendono un silenzio carico di forti emozioni.
Con impeto le slacciò il corpetto, le sue dita allentarono quei lacci delicati, poi sganciò il reggicalze.
Continuava a baciarla senza sosta, si abbassò e le baciò il seno mentre i suoi sospiri lo eccitavano come non mai. Scese sempre più. 
Con la lingua assaporò i suoi capezzoli turgidi, li leccò, li mordicchiò poi arrivò all'ombelico, lo baciò e sempre con la lingua ne delineò il confine e la profondità.
A quel punto continuò a scendere, le tolse gli slip mentre Rebecca continuava a gemere e a tenersi aggrappata al corrimano, quasi temesse di perdere totalmente un controllo che già aveva perso.
Lui le mise la mano tra le gambe, le allargò altre labbra e con le dita le fu dentro. La sentì subito calda e umida, un liquido trasparente rimase sulle sue mani. Allora si alzò, le mise le sue dita nella bocca e lei si assaggiò. Leccando le sue dita assaggiava una parte di sé.
Poi le alzò una gamba e con furore le fu dentro. La penetrò mentre sentiva i suoi sospiri e la sua voglia. Non riusciva credere che dopo tanti anni era ora tra le sue mani e che ancora una volta stavano facendo l’amore.
In un ritmo sempre più incalzante entrambi stentavano a non far emergere un desiderio che forse, mai aveva avuto una fine.
Al culmine del piacere si lasciarono scivolare sul pavimento dell’ascensore, ancora abbracciati, mani a cercare il corpo dell’altro, ad esplorare sentieri percorsi in passato come a voler ricordare. Respiro nel respiro e ancora voglia di stare insieme, ancora sfrenato desiderio di possedersi.
Rimasero così per un po’ consapevoli del fatto che nulla sarebbe più tornato come prima, che quello era un inizio, un nuovo inizio per la loro storia.
L’ascensore continuava a non dare segni di vita ma loro non cercarono più aiuto.
Tornarono a fare l’amore per tutto il tempo necessario a placare quella sete di piacere che entrambi avevano insabbiato fingendo di non provare più nulla.
Erano le 10 di sera e nessuno venne a salvarli.
Solo dopo, si dissero tra loro, che senza saperlo si erano salvati entrambi da una vita che rischiava di diventare gabbia dorata di finte emozioni.

*
Storydream
photo dal web

14 maggio 2010

Aforisma


“Terribile è il gioco dell'amore, dove è necessario che uno 
dei due giocatori perda la padronanza di sé stesso.”

*
Charles Pierre Baudelaire
photo dal web

12 maggio 2010

Cerimonia solitaria in compagnia del tuo corpo


Penetro il tuo corpo il tuo corpo
Di carne penetro sprofondo
Fra la tua lingua e il tuo sguardo puro
Prima con i miei occhi
Il mio cuore le mie labbra
Dopo con la mia solitudine
Con le mie ossa il mio glande
Entro ed esco dal tuo corpo
Come se fosse uno specchio
Passo tra peli e gemiti
Non so quale è la tua pelle o la mia
Quale il mio scheletro o il tuo
Il tuo sangue brilla nelle mie arterie
Simile a una stella
Le mie braccia e le tue braccia sono quelle
Di un astro che si moltiplica
E ci riempie di dolcezza
Siamo un animale che si innamora
Metà cenere e metà battito
Una manciata di terra che respira
Di materie incandescenti
Che ansimano e godono
Senza riposarsi mai 

*
Jorge Eduardo Eielson
photo dal web

02 maggio 2010

[ed@]15


Mettiamo subito le cose in chiaro...
ti piace o no la mia nuova lingerie?

eneadarrigo
photo dal web

29 aprile 2010

[ed@]14


Cerco la felicità dentro la pelle
perché ad abbracciarla tutta non sono più capace!

eneadarrigo
photo dal web

20 aprile 2010

Pelle


E quando ti penso tu non ci sei… Non ci sei mai quando la mia mente cerca la tua e le mie mani cercano te. Così, un po per caso oggi mi trastullo girovagando per casa ed ogni passo è famelico desiderio che prende fuoco dentro me. E’ voglia che sale e si trasforma in immagini vivide del mio corpo sul tuo, delle tue mani su di me, del tuo sesso nella mia bocca accarezzato con la lingua come un rossetto su labbra vermiglie. E poi ingoiato come dolce prelibato. Così il desiderio aumenta, lo sento pulsare come sento i capezzoli inturgidirsi. Mi libero di tutto. Lentamente mi porto verso la mia stanza, un grande letto bianco mi attende, il sole filtra attraverso le tende candide e sottili. Qualcuno potrebbe vedermi... chissà. Il pensarlo mi eccita ancor di più. Ma si... Apro di poco la finestra, quel tanto da permettere al vento leggero di spostare a tratti la tenda.

Si, questo gioco mi piace, mi prende, mi intriga, mi accalora e già mi sento fuoco tra le fiamme. Mi spoglio con la stessa lentezza di prima. Tolgo la camicetta bianca, il reggiseno di pizzo, sbottono la gonna nera, sfilo le scarpe rosse con il tacco alto. Un vezzo che mi sono voluta togliere come ora mi sto togliendo tutto il resto. Faccio scivolare gli slip a terra, poi mi siedo sul letto e tolgo le calze. Sbottono uno a uno i bottoncini del reggicalze e poi… poi più nulla. Mi lascio andare indietro sdraiata sul letto che mi accoglie come se già sapesse. Perché in effetti già sa. Conosce la mia intimità solitaria e la sua esplosione, a volte penso sia mio complice perché trattiene parte dei miei sospiri.

Così, ancora una volta, mi lascio rotolare sul letto. Nuda. Ed è bello sentire sulla pelle il fresco delle lenzuola, come una carezza di seta. Poi lascio che le mie mani seguano il mio corpo, lo delineano come matita sulla carta. Mi tocco il collo lungo e sensuale, sento le vene pulsare, scendo giù per prendermi con le mani il seno e già so che i capezzoli duri mi chiedono altro. Aumenta il battito del cuore, si accelera il respiro mentre scendo e faccio ruotare un dito attorno all'ombelico. La mia pelle ora è diventata particolarmente sensibile. Tutto è fremito indomabile. Poi, poi... scendo ancora a toccarmi la vagina. E’ calda e bagnata. Scende come cera un filo di miele tiepido. Conosco il suo sapore e mi piace perché sono io, io senza tabù, senza limiti o vergogne.

Con un dito entro dentro di me, raccolgo la mia essenza, mi sembra incandescente. La porto alla bocca e mi lecco la mano. Adesso sento che sto per superare l’ultima barriera che mi porterà a gridare, sussurrare, respirare affannosamente. Ancora la mia mano lì mentre vola la fantasia e mille immagini scorrono nei miei occhi aperti. Aperti si. Non li chiudo gli occhi perché voglio toccare, sentire e vedere. Nessun senso deve essere imbrigliato. Mi inarco al piacere e sempre con la mano tra le gambe mi rotolo sul letto, a pancia sotto mi muovo con un ritmo che aumenta, si impenna. Il letto fa rumore ma non basterà questo a coprire il grido con cui esploderà il mio godimento. Pausa. Come dopo una lotta che porta allo sfinimento. Torno a girarmi sul letto, guardo il soffitto e sorrido. Sorrido perché le tende si sono aperte e non so se qualcuno mi ha vista. Chissà... Sarebbe bello scoprirlo ma forse, forse è più eccitante solo pensarlo.

*

Storydream
photo dal web

12 aprile 2010

Allegria


Graffiami il collo con la tua allegria
ara le mie nude spalle
forti di vita solitaria,
rivolta le zolle scure
irrigale con acqua pura
che sono terra pregna di malinconia
nutrita da stagioni ingenerose.
Tu contadino abile
con la furbizia antica
di una bambina freschezza
liberami dalla maceria
brucia il roveto
e sfronda i miei desideri
per incidere solchi
profondi e simmetrici
sulla terra della mia pelle polverosa.

*
Guido Mazzolini
photo dal web

07 aprile 2010

A tu per tu

I nostri universi
si potrebbero toccare.
Invece scelgo la tua bocca
come punto di riferimento
come
per incendiare il mio mondo
a poco a poco.
Altrimenti
Esploderemmo.

*
Carmen Yanez
photo dal web

02 aprile 2010

Certe parole nascono di notte


Certe parole nascono di notte,
quando i fantasmi della mente
si muovono con celerità
col favore delle tenebre,
accompagnando i tuoi stessi pensieri,
in un girovagare turbinoso.
Ti chiamo piano, per immaginare voltarti
lentamente verso me.
Lo sguardo mi entrerebbe dalle carni.
Come un robusto raggio di sole,
fuori dalle nubi,
attraverso le fronde del ciliegio.
Non si dovrebbe sopravvivere a un amore.
Bisognerebbe piuttosto prima soccombervi,
fino a farsi di nuovo terra o cenere,
per poi rinascere sommessamente e
silenziosamente.
Come una crisalide.
Dimenticando tutto.

*
Vincenzo Zoda
fotografia: Andrew Ivaskiv

23 marzo 2010

[ed@]13


Chiarori lontani da ombre mai appartenute, 
pensieri tra volo ed altalena, 
tra l’essere presenti e l’averli sognati. 
Domani sarà vacanza e vagheranno fino a sera!

eneadarrigo
photo dal web

09 marzo 2010

La lama del piacere


Quella sera, decise che il gioco si sarebbe giocato a modo suo. 
Una sorta di vera istigazione a guardare soltanto, un vedere e non toccare. 
Non ci doveva essere altro, nessun contatto, nessuna parola. Solo occhi per vedere ed eventualmente lui poteva giocare con se stesso. Sufficientemente intrigante nelle sue fantasie.
Così, quando arrivò dopo aver accettato le regole, lo fece sedere sul divano. Lei indossava un abito di seta rosso, con una sola lampo sul fianco. Scarpe rosse ed intimo rosso con pennellate di nero. 
Sarebbe stato facile con un solo, rapido gesto, far scivolare il vestito sulla sua pelle e farlo cadere a terra. Ma aspettò. 
Sapeva che l’attesa può uccidere... come un piacere portato all'eccesso o le aspettative che si dilungano. Lo vide infatti muoversi e irrigidirsi sul divano. Le regole erano regole e lui le aveva accettate. 
Gli si avvicinò fin quando il suo seno era a pochi centimetri dalla sua bocca, gli fece respirare il suo profumo ma subito si ritrasse. Cominciò a camminare per casa, davanti a lui… ogni passo doveva essere una lama trafitta nel piacere. Andò avanti così per un poco. Poi, lentamente, abbassò la lampo e senza indugi l’abito si adagiò per terra. Il suo corpo impreziosito da un capo di splendida lingerie, venne messo in risalto dalla luce della finestra. 
Lei poi prese una sedia, di quelle trasparenti, ci salì sopra e da lì si sedette sul tavolo della cucina. Lo vedeva fremere, incapace di trattenersi. 
Allora si sdraiò sul tavolo mentre, sempre con gesti lenti, si toglieva reggiseno e tanga. Allargò leggermente le gambe prima di tornare a sedersi in bilico sul tavolo stesso e gli lanciò la sua biancheria. Lui la prese al volo, la portò alle labbra, voleva sentire il suo profumo, i suoi umori, il suo odore. Sulla sua faccia si dipinse un sorriso avido di avere altro. Chiese se quel gioco poteva finire lì e cambiare le regole. Lei disse di no. 
Tornò a sdraiarsi sul tavolo e si accarezzò. 
Lui era esattamente di fronte a lei, la guardava mentre le sue mani indugiavano sul suo seno e mentre entravano dentro di lei… poi la sentì gemere… sempre più. 
I tacchi rossi ben piantati sul tavolo la aiutarono ad inarcarsi. Si girò. Ora lui aveva il suo magnifico sedere a pochi passi, sarebbe stato un attimo raggiungerla ma non poteva. Non erano questi i patti… Lei si girò e si rigirò con le mani dentro se stessa e poi esplose in un piacere unico che la lasciò senza fiato. Si leccò una ad una le dita piene dei propri umori. Si lasciò andare sul tavolo, con il respiro affannoso. 
Non importava cosa lui stesse facendo, lo poteva immaginare. 
E immaginarlo era già così tanto! 
Sentiva il suo respiro affannoso provenire dal divano ma non lo guardò… 
Era lui, solo lui, che nelle regole del gioco doveva guardare lei ed eccitarsi. 
Sapeva che ci era riuscita, sentiva i suoi sospiri… le bastò questo. Avrebbe avuto tutto il tempo per ricomporsi, tutto il tempo. 

*

Storydream
fotografia: Andrea Seekircher