08 luglio 2011

Amica


Alla luce del sole brillava il tuo corpo di cristallo.
Volevo abbracciare in te la vita
guardare negli occhi l'amica di sempre.
Riflettere in solitudine serve a poco.
Ho provato il morso del serpente senza morire,
ma non sopporto la tua notte di oggi.
Cercami, ti prego,
quando senti che la luna rifiuta il cielo
e vedrai che nessuna stella si spegnerà . 

*
fotografia: Brian Duffy

29 giugno 2011

Monello



Sei il mio corpo quando mi tocco
sei la mia mano
quando ti trovo su di me
Sei l'apice del mio piacere
quando chiudo gli occhi
e ricordo il tuo sapore
E ti desidero...
Nella mia mente sei la curva,
che mi rigira e mi inginocchia
trovi l'angolo più' bello
e ti nascondi
nel merletto del mio cuore
Poi mi urli dentro
e scendi giù'
fai tremare i miei tacchi
di quel brivido, che le tue dita hanno trovato.
Inutile negarlo
sei la teoria pura del piacere,
curioso monello,
sai diventare
passione e carne viva.


*
NeRa
photo dal web

13 aprile 2011

La danza della vita


Ci sono passi preparatori per avvicinarsi al punto di potersi aprire alla trasformazione, ma questo non è un processo sequenziale, non è un rituale complicato. Può succedere in un batter d'occhio. Richiede un solo passo, una sola decisione, un solo evento. Quando questo ha luogo, è facile come respirare, semplice come un sorriso; all'improvviso, semplicemente sapete; all'improvviso, sapete ad un livello di certezza che rende impossibile ogni diverso tipo di conoscenza.
I vostri occhi si aprono... per la prima volta vedete cosa c'è oltre la parete della prigione, fate un salto. Saltate nell'ignoto: vivi, svegli, per la prima volta consapevoli di chi veramente siete. Quando sarete pronti a fare questo balzo, lo saprete. Non ci sarà altra scelta. Improvvisamente realizzerete che tutte le paure, i problemi, tutti i dilemmi razionali facevano solamente parte di un sogno, di una finzione che avete ostinatamente continuato a tenere in vita.

*
Barbara K. Carey
fotografia: Stefan Beutler


28 febbraio 2011

Funamboli di vita


Uno dopo l’altro. 
Piccoli passi allineati a seguire un’immaginaria traiettoria, linea di demarcazione salvifica tra il bene e il male, tra se stessa e l’altra se. Si sentiva così. Scissa, divisa, riflessa in uno specchio d’acqua che non la ritraeva. Un passo dopo l’altro lungo il filo di un equilibrio vacillante ed oscillante. Uno dopo l’altro, piedi allineati con cura meticolosa, braccia tese e testa bassa a fissare quel filo, la mente protesa a non perdere la concentrazione per non cadere a terra e forse morire.
Sentiva il cuore pulsarle velocemente nel petto a scandire il ritmo dei suoi passi incerti e poi, poi perdere improvvisamente l’equilibrio e volare giù.
Nessun appiglio a cui sorreggersi, nessuno ad attutire il colpo della caduta, vento tra i capelli e nei vestiti, immagini sconnesse, suoni distanti, il suo corpo che prende velocità e diventa pesante, il suolo che si avvicina, lo schianto lo sente ancora prima di toccare il fondo.
Grida o pensa di farlo ma è un urlo senza voce, bocca aperta a catturare l’ultimo respiro, aria da rubare per sopravvivere. Furto di vita.
Si alza da terra. Il cuore batte all'impazzata, si tocca la fronte madida di sudore e si avvicina allo specchio. Chi è la donna che la sta osservando? 
Gli occhi sono indagatori, accusatori, giudicanti. Spenti come la sua vita, persi come la sua mente. Ansima, perle di sudore le incorniciano un viso emaciato, pallido, arreso, segnato da quel male che non può estirpare, che non riesce a gestire, che non sa controllare. Sta impazzendo? 
Di scatto si gira verso la cucina, apre il cassetto, prende un coltello. La lama d’acciaio le rimanda il bagliore incerto della luna. Inclina il volto per osservare quel luccichio che viene e va, quasi ad ipnotizzarla. Rimane così per tanto tempo, forse per sempre. Ha paura del “sempre”, di tutto ciò che non ha una durata, una data di scadenza perché tutto ha un inizio e una fine. Tutto. Il sempre la spaventa. Il sempre non ha tempo. L’eternità non esiste.

Un rumore la scuote. Si guarda le mani tremanti. Cosa ci fa con un coltello in mano?
Non ricorda. Torna verso la sua camera. Un passo dopo l’altro, funambola sul filo del destino. Il coltello nella mano, lo specchio davanti a se e di nuovo quella donna che la osserva. Ne ha paura, trema, suda, si sente svenire. Poi ecco che la sua rabbia viene improvvisamente fuori, solleva il braccio e con la lama del coltello colpisce lo specchio. Una, due, tre volte. Urla e colpisce. Colpisce ed urla. Vetri in mille pezzi per la stanza, schegge che le si conficcano nella pelle, sangue e lacrime sul corpo. Continua a colpire con veemenza ignara del dolore e delle ferite. E ancora affonda il coltello per uccidere, per uccidersi. Poi si accascia al suolo. Una sottile striscia di sangue traccia il percorso della sua resa sulla parete bianca. Da fuori sente un gran vociare, i vicini hanno chiamato i soccorsi, sente i colpi sulla porta d’ingresso, il suo nome ripetuto all'infinito, un tonfo, la porta che cede, passi veloci nella casa, poi più cauti. Li sente rallentare ad ogni angolo perché ogni angolo nasconde un pericolo. Anche loro hanno paura. Pensa. Velocemente pensa che ha ucciso. Si guarda attorno ma non vede il corpo di quella donna. Eppure l’ha uccisa, il sangue sulle mani non è suo. Afferra di nuovo il coltello, dalla finestra aperta una leggera brezza le scompiglia i capelli, sale sul davanzale.

Strana la città che dorme, il silenzio che la avvolge le fa quasi tenerezza. Immagina che dietro ogni piccola finestra di quell'immensa città c’è una vita, una persona che sogna o forse lotta con i suoi fantasmi. Qualche luce ancora accesa. Sarà una vita insonne. La luna torna ad illuminare il suo coltello.
Eccoli. Sente i passi giungere nella sua stanza. Passi che calpestano mille vetri in frantumi. Uomini che si fermano, la osservano, si guardano.
Hanno paura, lo sente. Hanno paura di non riuscire a salvarla e non sanno che nessuno potrà mai salvarla.  Sente altri uomini scendere di corsa le scale, vogliono cercare di aprire ali sintetiche per attutire la fine del suo volo. Non è stupida lei, forse un po’ folle ma non stupida. Guarda giù. Luci lampeggianti e grande concitazione. Vede illuminarsi piccole finestre, qualcuno si affaccia, qualcuno grida. Qualcuno non sa. Quante vite sta disturbando! Tornate a dormire, voglio dormire anch'io. Poi apre le braccia, passi che avanzano su vetri frantumati, si sente afferrare per una gamba ma è troppo tardi. E’ già in volo. Vento tra i capelli e nei vestiti, immagini sconnesse, suoni distanti, il suolo che si avvicina. Stavolta si che ha perso l’equilibrio, troppo fragile il filo del destino per resistere ai suoi passi incerti. Le ultime immagini che il suo inconscio le regala sono di lei bambina mentre gioca a fare la funambola nel circo del suo piccolo mondo fantastico.

Una linea di gesso sull'asfalto e lei che passo dopo passo cerca di mantenere l’equilibrio. 
Uno dopo l’altro, piedi allineati con cura meticolosa, braccia tese e testa bassa a fissare quel filo, la mente protesa a non perdere la concentrazione per non cadere a terra e forse morire. Uno dopo l’altro rivede tutti i passi della sua vita. Poi nulla più, per sempre.

*
Storydream
fotografia: Guillaume9999

05 febbraio 2011

Il pianoforte a coda


C’era un pianoforte a coda, nero, lucido come uno specchio a riflettere gli affreschi di quel palazzo d’epoca. Solo quella stanza era immensa quanto una piazza.

Rebecca si aggirò in un misto di meraviglia e stupore mentre il rumore dei suoi tacchi a spillo echeggiava nella sala.
L’avevano mandata a chiamare perché cercavano una professoressa di pianoforte per dare lezioni private al nipote della contessa. Si sarebbe aspettata un’accoglienza diversa, non solo un freddo maggiordomo ad aprirle la porta ma anche qualcuno di casa a darle il benvenuto.
Aveva indossato un tailleur con gonna e giacca gessata, camicetta bianca trasparente, scollatura generosa, calze velate nere con un filo a delineare l’armonica muscolatura delle sue gambe. Scarpe rigorosamente nere lucide. Quasi come quel pianoforte. 
Ci si immaginò sopra ad improvvisare una danza sensuale mentre già una musica che solo lei poteva sentire, accompagnava i suoi gesti. 
Chiuse gli occhi, poggiò le mani sul pianoforte e mentre sognava lasciò reclinare il capo all'indietro mentre una cascata di riccioli mori ondeggiava sulla sua schiena.
- Benvenuta.
Una voce maschile la fece sussultare, si girò verso la porta e vide un uomo. Alto, ben vestito, occhi color del mare, una voce che le rimase impressa nella mente. Era appoggiato allo stipite della porta, mani in tasca ed un sorriso sornione. L’aveva vista, chissà da quanto tempo la stava spiando!
Si sentì improvvisamente arrabbiata e imbarazzata. 
- Mi scusi non l’avevo sentita entrare.
L’uomo non si scompose, rimase in quella posa come se avessero avuto tutto il tempo del mondo per parlare del suo eventuale ruolo in quella casa.
- Oh, sembrava presa da una fantasia o da un sogno, pagherei per sapere a cosa stava pensando.
Rebecca si imbronciò.
- Non si può comprare tutto ma forse lei non lo sa. Piuttosto non ci siamo presentati.
Fu in quell'istante che l’uomo si diresse verso di lei.
E più si avvicinava più Rebecca sentiva batterle il cuore in un’emozione che forse non aveva mai provato prima per uno sconosciuto. Quando le fu vicino abbastanza respirò il suo profumo e per un attimo pensò di svenire.
- Piacere io sono Carlo, il figlio della contessa e il padre di Mattia, il ragazzino cui lei, forse, dovrà insegnare musica.
Allungò la sua mano e Rebecca la strinse. Sentì un fremito correrle lungo la schiena. Ma cosa le stava succedendo? Gli occhi di quell'uomo ora, che era ad un passo da lei, erano terribilmente intriganti... il suo sguardo enigmatico e scaltro.
- Le posso dare del tu Rebecca?
- Si certo.
- Ecco io ho un figlio di 11 anni ed era mia intenzione farlo seguire da un’insegnante di pianoforte. Il suo nome mi è stato fatto da un nostro comune amico.
- Chi?
- Adolfo De Filippis, avete studiato insieme a quanto pare.
- Adolfo le ha fatto il mio nome? Non mi ha detto nulla!
- Ah… Rebecca se io posso darti del tu anche tu devi darmi del tu.
La donna sorrise, reclinò il volto, un boccolo ribelle si nascose proprio nel solco della sua scollatura. Gli occhi dell’uomo seguirono quel cammino discreto e invogliante.
- Vorrei sentirti suonare qualcosa se non ti dispiace.
- Certo.
La donna si sedette e lo spacco della sua gonna lasciò intravedere la balza in pizzo della calza nera e il bottoncino vellutato di un raffinato reggicalze. 
Se ne accorse e compiaciuta lasciò perdere, senza minimamente fare il gesto di ricomporsi, in quello che sarebbe stato finto pudore, così come non le sfuggì lo sguardo di lui che si era appoggiato a braccia conserte sul pianoforte, molto vicino a lei.
- Potrei cominciare con un assaggio della “Toccata e fuga in re minore" di J.S.Bach!”
- Ottima scelta direi…
Rebecca cominciò a suonare ed il suo volto si trasformò. Si capiva che la musica era la sua passione, sembrava in estasi, presa dalle note e da ciò che per lei rappresentavano. Non avrebbe mai smesso se Carlo ad un certo punto non le si fosse seduto accanto. Allora lei si fermò e si irrigidì, era come svegliarsi di colpo da un sonno profondo ma in quel caso sembrava aver trovato al suo fianco un sogno ancora mai fatto.
- Scusa Rebecca, eri talmente assorta che non ho potuto fare a meno di sedermi accanto a te… Se vuoi vado via…
La donna cercò di apparire serena e padrona di se stessa ma dubitò della riuscita del suo intento.
- Continua pure Rebecca.
Lei riprese a suonare ma ora c’era qualcosa che la distoglieva dalla sua musica, era un’altra sinfonia che aveva a che fare con il desiderio, con le fantasie, con la voglia che quelle mani sfiorassero le sue, che si insinuassero sotto la sua gonna, che le prendessero il viso per fermarle il respiro in un bacio e che a poco a poco le togliessero i vestiti… Folle pensò! Sono semplicemente folle, cosa mi sta prendendo oggi?

Si interruppe di colpo.

- Scusa Carlo ma credo sia meglio che io vada via, non penso di poter essere l’insegnante di tuo figlio, ecco, io credo che non sia opportuno…
La mano di Carlo strinse forte la sua, poi le prese entrambe e la fece lievemente girare verso di lui.
- Cosa c’è che non va? A me sembri perfetta! Forse troppo perfetta…

Poi, lentamente le si avvicinò e la baciò. Dapprima fu un bacio tenero, dolce. Era come se si stessero assaggiando, assaporando. Poi lui, come se avesse letto nei suoi pensieri, allungò la mano sullo spacco della gonna, prima sfiorò la balza in pizzo della calza, risalì lungo il gancio del reggicalze e quando la sentì fremere del suo stesso piacere, con le dita scostò gli slip e le toccò il clitoride.

In quell'enorme stanza ogni sospiro, ogni urlo sia pur sommesso, veniva amplificato.
E non c’era più bisogno di parole, di cose da dire o da non dire. C’erano i loro corpi che parlavano.
Rebecca rispose con fremente frenesia a quel gesto, mise la mano sulla sua come a voler condividere quel percorso segreto. 
Fu un attimo e lui la sollevo per adagiarla sul pianoforte. 
Lei sorrise. Ora le sue scarpe laccate di nero e con tacco a spillo erano davvero su quel pianoforte ma mai, mai avrebbe potuto immaginare un simile epilogo.
Si arrese completamente a lui, si lasciò sfilare la gonna gessata e ancora sentì quelle mani invadere la sua intimità sempre con maggiore voracità.
Le tolse gli slip e la leccò mentre i suoi rantoli di piacere echeggiavano nella sala. La gustò come un cibo mai provato, lei inarcò la schiena e in un filo di voce gli disse:
- Ti voglio.

Solo un attimo di sorpresa sfiorò i suoi occhi color del mare. La giacca di lei volò a terra, la camicetta velata lasciò intravedere capezzoli già turgidi che sembravano voler bucare la stoffa del reggiseno. Lui la raggiunse sul pianoforte che rifletteva quei due corpi calamitati da un desiderio improvviso e irrefrenabile. 
Lentamente le sbottonò la camicetta e lei stessa la lasciò volteggiare nell'aria con evidente desiderio di volere altro. Si respirava urgenza di godere, di viversi quel piacere, quell'impeto che apparteneva ad entrambi. Ogni forma di autocontrollo era svanita, nessuna razionalità, solo istinto e passione che li portava a cercarsi, trovarsi, aggrapparsi all'altro, toccarsi per esplorare nuovi territori. 
Rebecca si sfilò anche il reggiseno mentre lui a poco a poco si spogliava. Voleva sentire il calore della pelle sulla sua, il suo odore ad imprimersi come tatuaggio sul suo corpo. 
Si aggrovigliarono senza mai staccarsi e quando lui la penetrò le sembrò di aver aspettato quel momento da sempre.
Forse i loro destini si stavano scrivendo in quell'amplesso.
Il ritmo si fece sempre più incalzante, veloce, audace. 
Le sue unghie curate gli lasciarono segni vermigli sulla schiena, come strade mai percorse fino ad allora. Quando lei gridò la sua voce raggiunse ogni angolo della casa, eco di un piacere nuovo che le fece risvegliare il suo vero istinto. Perché sapeva perfettamente che era proprio nell'intimità che riusciva ad essere se stessa, solo allora si lasciava andare completamente, senza vincoli né tabù, senza vergogne ma quasi con la sfrontatezza di mostrare la sua voglia di sentirsi appagata.
E mentre giacevano ancora lì, con respiri affannosi su quel pianoforte, abbracciati e persi ognuno nello sguardo dell’altra, Rebecca sorrise perché pensò che mai nella sua vita aveva suonato una sinfonia più bella e appagante di quella. 
Tradurla in musica sarebbe stato interessante ma avrebbe dovuto inventare nuove note e arpeggi mai provati da nessuno. 

*

Storydream
photo dal web

26 dicembre 2010

Un sogno in dono


Avevo invitato anche mia sorella all'appuntamento preso con Luca... volevo fargli una sorpresa e regalargli un sogno, una serata speciale! Lui si libera di qualche impegno e dopo il lavoro passa a prenderci. La sua auto si ferma al solito posto e lui rimane assai interdetto nel vedere due figazze che l'aspettano anziché una... prova a chiedere se fosse cambiato circa l'appuntamento ma mentre salgo davanti (ovviamente) e mia sorella Livia dietro, lo esorto a partire e di fretta.


In macchina parliamo del più e del meno poi, con un sorriso angelico ci chiede, stante la magnifica trinità, se ci può farci delle foto. Noi, entusiaste, non ci abbiamo pensato più di tanto accettando subito la proposta. Così Luca cerca di evitare il traffico dirigendosi verso una strada che porta fuori città affermando altresì di aver trovato un bel posticino dove nessuno ci potrà disturbare… un vecchio casale in campagna che dovrà ristrutturare nei prossimi mesi. Dopo mezzora di macchina arriviamo in un luogo splendido, immerso nel verde degli alberi e dei rovi...

Lui scende… mi apre lo sportello e fa lo stesso con mia sorella ancor più frastornata di me. Noto il loro scambio di sguardi ammiccanti e la cosa inizia ad infastidirmi un poco, ma faccio finta di nulla e, con molta cautela, entriamo. La vecchia casa risulta tenuta bene ed è ancora parzialmente arredata… ci accoglie una bella scalinata un patio e l'ingresso. Oltre si staglia un divano di pelle rossa dove Livia si siede timorosa ed imbarazzata. Lei è di poche parole, non ama i posti chiusi e quell'imbarazzo la rende ancora più misteriosa e bella. 
Luca continua a guardarla con interesse... mi piace assai vederlo eccitato, preso tra due fuochi. Anche lui dopo le prime chiacchiere di convenevoli, del tetto da riparare, del pozzo da abbassarre... è abbastanza impacciato. Mi accorgo d'aver lasciato in macchina il cellulare e chiedo le chiavi a Luca per andare a riprenderlo... scendo con non poca difficoltà quei gradini d'ingresso, per via dei tacchi, affrettandomi poiché non volevo lasciarli troppo tempo da soli quei due... La gelosia è sempre in agguato… così, risalendo in casa, non li trovo più in sala dove eravamo poco prima…. in silenzio mi dirigo verso le stanze ed ecco da dietro una porta arrivarmi la presenza di due ombre molto vicine tra loro. Si stavano baciando. Scostando appena la porta scorgo Luca intento a slacciare il vestitino di Livia... tirargli giù la zip dietro la schiena e con la lingua gliela lecca man mano che la stoffa lascia spazio alla pelle. Avrei voluto quella lingua sul mio collo e non sul suo... Lei, apprezzando, ricambiava l’attenzione passandogli la mano sul cazzo che, bello gonfio, non chiedeva altro d'esser liberato dallo slip. Avrei voluto fermarli ma stranamente mi piacque guardarli... vedere fino a che punto sarebbero arrivati. Il cuore mi batteva forte, sarei voluta entrare e urlargli di lasciarlo andare... Ma poi, pensandoci bene, lei era mia sorella ed avevo creato io la situazione. Lei era l'unica che sapeva del feeling che io avevo con quell'uomo. L'unica che sapeva che lui era la cosa più bella che mi fosse mai capitata.
Mi trattengo quindi dall'urlare, soffocando la gelosia dentro la mia lingerie, che inizio a carezzare inconsciamente. Lui fa stendere Livia sul letto e si sbottona la camicia… quella camicia che io adoro, ora la stava appoggiando vicino alle sue scarpe nere… la c'è il suo odore e nessuna donna lo avrebbe dovuto percepire oltre me. Egli incomincia a carezzarle le gambe nere e setose sedendosi affianco a lei sul bordo del letto. 
Non c'è la faccio più… sono arrabbiata, furiosa… tutto questo mi manda in bestia. Mi meraviglio di me e della mia non reazione che mi tiene inchiodata ancora. Basta è troppo! Da lì dietro mi sbottono la camicetta. Decido… entro… e mi fermo sulla porta. Loro due non si meravigliano affatto della mio arrivo anzi, Luca mi guarda e mi dice... stavamo aspettandoti, vieni qua e distenditi vicino a Livia. Destabilizzata da quella frase finisco di sfilarmi la camicetta e sciolgo i capelli… butto giù un respiro profondo per non fargli vedere che stavo scoppiando di gelosia… avrei però voluto sapere, a quel punto, quale delle due preferiva. Così, mi avvicino a Luca e gli passo la lingua sulle labbra, lui risponde compiaciuto riempiendo di baci e saliva i miei capezzoli duri che s'affacciavano dal balconcino di pizzo nero. Detto fatto la sua mano si dirige verso Livia andandosi ad infilare dentro le mutandine. Anche la prima battaglia era già vinta… in tre a godere di quell'atmosfera calda ed avvolgente che si era creata senza avere progettato nulla… nata solo da un pensiero, ma cosi meravigliosamente eccitante e unico!
Quindi mi passa le dita all'interno delle cosce, e con esse s'avvicina alla mia fica. Ora possono trovare le piccole labbra, sento che si fanno spazio in me, sento che mi sto bagnando di piacere.  Trova il mio buchetto e mi penetra delicatamente con un dito, poi sento che ne infila un'altro prima di spingere a fondo. Penso di avere urlato quando ho sentito la sua lingua umida dentro me. Mi sono appoggiata sui gomiti e con le mani ho tentato di tirare ancora più su la gonna, poi l'ho lasciato fare. Mentre questo accade noto che Livia, sdraiata accanto a me, si sta eccitando nel vedere Luca leccarmi dappertutto!
Quella lingua mi stava facendo veramente godere, mi trasmetteva passione, desiderio e piacere. Una mano mi accarezzava il basso ventre fin dove poteva arrivare e l’altra univa le sue dita al gioco della lingua, stavo per perdere il controllo del mio corpo così l’ho fermato, ho preso la sua testa per i capelli e l’ho tirata su sino alla mia bocca. L’ho baciato e quando la mia lingua ha trovato la sua ho sentito il mio sapore. 
Livia, che nel frattempo si era goduta le attenzioni di Luca verso me, allunga una mano in direzione del suo cazzo e lo accarezza da sopra i pantaloni. Poi con una mano lo libera ed allora Luca l'aiuta porgendolo!
Lo passa sulla bocca di Livia, poi sulla mia... è duro e vellutato al tempo stesso, Livia gli mette le mani dappertutto e appena io mi distraggo approfitta per ingoiarlo con piacere.
Cosi, decido di lasciarglielo quel piacere, scivolo davanti a lei ai suoi piedi. Le tiro un po’ su la gonna, lei mi aiuta, e mi tuffo in mezzo alle sue gambe affondando la mia lingua nella fica di mia sorella. Mi eccito a dismisura.  Sento il mio corpo nuovamente pronto all'amplesso, mi stupisco di me, delle mie reazioni e comprendo il valore di un rapporto trasgressivo. Voglio trasmettere anche a Luca la mia eccitazione e la voglia che mi prende. Io e Livia c'è lo stiamo cucinando ben bene, non senza le coccole che merita e credo riusciremo a portarlo all'orgasmo.
Lui si inginocchia, e potrebbe spingerci con dolcezza il membro in gola, potrebbe costringerci a succhiarlo sino a farlo venire, ma sta al gioco, ha capito cosa vogliamo e per questo c'è tempo.
Rimani cosi dice Livia, in questa posizione, e si gira verso di lui con il culo fasciato da un meraviglioso reggicalze,in attesa della sua mossa.
Luca si avvicina e se la scopa da dietro con grande dolcezza mentre io, da dietro, gli bacio la schiena... dopo una decina di minuti tocca a me, prima che i suoi umori arrivassero a bagnarla s'infila dentro la mia fica caldo e prepotente allo stesso tempo.
Solo in quel momento noto lo specchio di fronte che ci riflette tutti... un magico insieme d'umori e di sapori che stanno esplodendo di desiderio.
Livia lo allontana da me,  lo prende per mano e lo porta in cucina. Quindi sale sul tavolo allarga le gambe, vi punta i suoi tacchi e incomincia a masturbarsi...
Ci guarda e sorridendo dice "fatelo qua, vicino a me su questo tavolo, voglio vedervi scopare fatelo vicino me"
Luca sorridendo mi fissa negli occhi. E’ eccitatissimo mi appoggia al tavolo mi allarga al limite le gambe. Mi penetra da dietro... mi da dei colpetti decisi e poi si ferma dentro un attimo facendomi gustare ogni sfumatura di quella penetrazione.
Poi lo lascio andare verso Livia, mi piace vederlo intento sui suoi capezzoli che sbucano dal balconcino e a quella libidine voglio partecipare anche io, non voglio perdermi nulla sono ingorda e infame, e lui lo sa che se anche lo sto dividendo con mia sorella rimarrà solo mio.
Mi piace guardarlo,  sento dal suo respiro affannato che sta per arrivare all'orgasmo. Il dono che gli stiamo dando è noi stesse, in quanto sorelle, e ciò rende noi due partecipi della nostra stessa pelle... 
Luca non riesce più a trattenersi e vorrebbe venirci addosso. Ci passa nuovamente cazzo sulla bocca... leccare in due la stessa asta era meraviglioso... ci dividevamo quel lecca lecca avide e ingorde... un lecca lecca dal sapore molto afrodisiaco anche perché mentre lo gustavamo, ci guardavamo nei occhi gelose l'una dell'altra!
Lui godeva compiaciuto pensando forse che la cosa si sarebbe potuta ripetere più frequentemente... ma arrivò quel suo orgasmo immediatamente seguito dal nostro.  Lui si lascia leccare io sento i suoi muscoli che saltellano al ritmo del suo orgasmo. Al termine si reclina verso di noi mi afferra la testa e poi quella di mia sorella, ci bacia con passione dicendo ringraziandoci di quel dono... mi guarda e mi sorride senza dire nulla. Livia ora la vedevo finalmente serena.
Dai vi dò dieci minuti per sistemarvi e farvi belle... ci attende un book fotografico. Vi voglio cosi, come vi ho possedute ora, reggicalze e tacchi! Siamo venuti qui per lavorare mica per divertirci...
Sicuri che siamo già venuti, dice Livia... sbottiamo tutti a ridere???


*


photo dal web

18 dicembre 2010

[ed@]19


Ci sarebbero infiniti argomenti da mettere all'ordine del giorno... ma così splendidi "punti di vista" richiedono la massima attenzione e dedizione... non so quando riuscirò a soddisfarli tutti!

eneadarrigo
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03 dicembre 2010

29 novembre 2010

[ed@]18


Parole destinate a perdersi
tra la parete dei sogni e quella del tempo...
la marea ti aiuterà a cancellare ogni traccia d'amore
rimasta intrappolata nella sabbia.
Scrivimi "quando"!

eneadarrigo
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13 novembre 2010

Acque




Pensavo un sogno… invece è notte, pennellata di un silenzio inverosimile… pulito, quando ti ritrovi a guidare maree di colore verso ciò che solo l'immaginazione conosce e cela ai propri occhi. E beve, di gustoso e pieno calice, anche sotto la luna divaricata delle tue gambe mentre monda ogni possibile e muto disequilibrio dai cunei di rossa lacca alla punta della lingua. Sei tela... pelle bianca d’arginare, percettibile fibra aperta a tamponare eiaculati pieni d'arcobaleni ove disegnarvi sopra un sogno pennellato di desiderio, d’acque immote e di ambiziosi quanto inutili silenzi!

Un giorno solo di tregua, scavato dagli umori di ciò che deve ancora piovere, lontano dal troppo vento, e dal mugolare che coltivi nei vuoti di questo tempo che ci divide. 
L'isola non ha mare a sufficienza per bagnare d’altro sapore entrambi i desideri… né terra idonea per sterile semenza!

*
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21 ottobre 2010

Il volto di una persona


“Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. 

Uno, è guardare gli occhi come parte del volto,
 l’altro, è guardare gli occhi e basta... 
come se fossero il volto.”

*

Alessandro D'avenia
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Sotto la mia gonna




Vienimi dentro,
insinuati sotto la mia gonna
resta con me tutto il tempo che ti basta...
vienimi dentro...
di quel seme che forse dovrò ancora aspettare,
di quell'odore che mi scompiglia l'anima 
ogni volta che ti penso.
Percorrimi
dove il calore si serba e gode
goloso delle tue mani.
Vienimi ovunque
non farmi morire cosi'
senza l'odore della tua pelle.

*

NeRa
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08 ottobre 2010

[ed@]17



Una traccia d'ombra sul confine dei tuoi occhi. 
Luce che vola nel cuore... ed è un altro giorno!

eneadarrigo
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